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Negli ultimi anni le tasse universitarie sono cresciute in maniera sorprendente: se nel 1994 per iscriversi all’università si pagava, in media, 800 mila lire scarse, oggi si pagano 851 euro. I costi di iscrizione sono più che raddoppiati negli ultimi 8 anni. Questi aumenti hanno ovviamente coinvolto tutti, andando però a colpire particolarmente gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito.
In alcune università, come a Milano, la situazione è addirittura peggiore: si pagano addirittura 1300 euro. Questi aumenti hanno un motivo e non è un caso che partano dal 1994, anno in cui è entrata a regime l’autonomia universitaria e sono cominciati i primi esperimenti di privatizzazione dell’università abbinata ad un taglio degli stanziamenti. Nel 2001, con l’introduzione della riforma Moratti la situazione si è particolarmente aggravata, le tasse aumentano ogni anno, le borse di studio vengono tagliate e le strutture sono sempre più inadeguate. In tutto questo tempo le voci di protesta contro queste controriforme non sono state molte e non sono mai venute nè dai docenti (baroni), nè da presidi o rettori, ma solo da una parte degli studenti, i più coscienti delle conseguenze di queste controriforme. La farsa delle dimissioni dei rettori A metà dicembre 2002, però, succede l’inaspettato: i rettori si dimettono in massa per protestare contro il taglio di 179 milioni di euro al “Fondo di finanziamento ordinario”: il fondo che copre le spese quotidiane dell’ateneo come il riscaldamento. I rettori hanno anche chiesto che le spese per gli aumenti di stipendio, dei docenti ovviamente, e per interventi a favore del diritto allo studio non vengano sostenute dalle casse dell’ateneo. Quindi anche i rettori hanno capito la situazione di sfascio dell’università e sono al nostro fianco nella lotta? Ovviamente no. L’università ha subito più di 10 miliardi di euro di tagli negli ultimi 10 anni. Di fronte a questo massacro, i rettori non hanno avanzato mai nessuna protesta, eppure a dicembre si sono dimessi in massa per un taglio di 179 milioni di Euro. Perché? Sicuramente si sono accorti che i tagli sono arrivati a toccare anche le spese spicciole: secondo la Conferenza dei rettori addirittura a conseguenza di questo taglio sarà difficile garantire anche i riscaldamenti! Questo tuttavia non può essere l’unica ragione. I rettori sono sempre stati complici con i vari ministri dell’università armati di forbice: hanno fortemente voluto l’autonomia universitaria e l’hanno governata secondo i loro comodi, sempre senza guardare dove si sarebbe andati a finire e assolutamente sordi verso gli studenti che cercavano di ricordarglielo. Anche in questo caso le loro richieste sono addirittura minimali, ovviamente non chiedono un aumento degli stanziamenti pubblici, ma solo il minimo indispensabile. La realtà è che sanno che nel prossimo periodo saranno costretti ad aumentare ancora più vorticosamente le tasse universitarie. Di fronte a questa prospettiva, vogliono presentarsi “puliti” di fronte agli studenti. Un modo per dire: “noi al Governo l’avevamo detto, ora che ci possiamo fare? Ci tocca aumentare le tasse!”. Queste dimissioni cadono in un momento in cui gli studenti stanno ricominciando a lottare in molte università italiane; i rettori accorgendosi di ciò hanno cercato un modo per non divenire bersaglio delle proteste, anzi per cercare di evitare che si radicalizzino e per mantenerle governabili. E quale miglior modo se non cercare di apparire al fianco degli studenti nella lotta? La protesta studentesca, però, non è così facile da manovrare ed una volta acceso il fuoco è difficile governarlo. Molte assemblee convocate dai rettori per utilizzare gli studenti come grimaldello verso il governo sono andate molto al di la dei loro desideri. Ne è un esempio Bologna dove l’assemblea indetta dal rettore Calzolari, che ad inizio anno approvava lauree specialistiche con costi superiori a 2000 euro, si è chiusa con il Rettore che invitava gli studenti a rientrare a lezione per “dimostrare che l’università funziona regolarmente” e questi ultimi, dall’altra, che dicevano di “considerare effettive le dimissioni del Rettore”. Prepariamo la lotta! I continui tagli creano effettivamente un problema finanziario a molti atenei che risolveranno, al di là di mosse spettacolari e puramente di facciata come le dimissioni, con il solito metodo: aumento delle tasse-diminuzione dei fondi per il diritto allo studio, comprese borse di studio e studentati. L’origine di questo problema è però politico: la riforma Moratti prevede che le università diventino istituzioni finanziate da aziende private locali e dagli “utenti” (gli studenti) senza costi per le casse dello stato, in perfetto allineamento con le politiche del governo verso qualsiasi ramo dello stato sociale dalla sanità, alle scuole, alle pensioni. Questa riforma ha ulteriori conseguenze: con l’introduzione della laurea breve “3+2” a crediti e, quindi, dell’obbligo di frequenza diventa sempre più difficile, se non impossibile, lavorare e studiare allo stesso tempo. Se a questo si aggiunge l’aumento delle tasse, le spese per i libri, i trasporti, l’assoluta inutilità di una laurea breve si capisce perché i figli degli operai possono solo sognarsela l’istruzione universitaria. Questi attacchi che durano da dieci anni ora però cominciano ad incontrare resistenza: un effettivo movimento universitario non è ancora cominciato, ma potrebbe scoppiare da un momento all’altro in qualsiasi università, ma se scoppiasse in una sola università esso sarebbe, probabilmente, destinato a perdere. Il movimento potrà scoppiare spontaneamente ma per vincere avrà bisogno di un’organizzazione e di una struttura democratica: non si può vincere in una sola facoltà, la lotta va allargata a tutte le università e collegata alle lotte dei lavoratori: per questo è necessario creare un struttura nazionale in difesa dell’università pubblica basata sul principio che chiunque deve poter accedere all’università, indipendentemente dal suo reddito; uno dei compiti di questa struttura dovrebbe essere quello di lanciare a febbraio assemblee in tutte le università per preparare la successiva fase di lotte. Per la creazione di questa struttura rimandiamo tutti gli interessati a leggere e farci arrivare adesioni all’appello nazionale lanciato dal Collettivo Universitario Pantera (presente sul sito www.marxismo.net o sul sito http://colpantera.freemail.supereva.it). Lotta di massa per l’università di massa! Finora alcuni episodi di conflittualità ci sono stati: sono state occupate delle facoltà, fatti cortei, ma in queste lotte c’è un difetto: la ricerca dell’azione eclatante su cui sono ormai appiattite molte organizzazioni studentesche; l’azione eclatante consiste, semplicemente, nel sostituirsi alle masse, nel rifiutarsi di rappresentare gli studenti, ritenendoli troppo stupidi o indolenti per lottare, ma fare delle iniziative che siano visibili (alle telecamere). Il problema di questa pratica politica è in primo luogo l’autorefenzialità di queste strutture. Per questo le lotte andrebbero precedute con assemblee in tutte le facoltà e non passando subito all’occupazione, misura che senza un’adeguata preparazione finisce solo rinchiudersi dentro l’università o, più spesso, un’aula. In questo momento è meglio cominciare con assemblee seguite da cortei e scioperi universitari, perché hanno il pregio di coinvolgere e far prendere coscienza anche alla grande massa di studenti non ancora politicizzati, cercando quando è possibile di far coincidere le date studentesche con quelle del movimento operaio. C’è una sola strada per vincere: ritiro della riforma, raddoppiamento degli stanziamenti per l’università pubblica, accesso libero e gratuito all’università: studenti e lavoratori uniti nella lotta contro Berlusconi; se cade lui cade anche la Moratti! |