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Il Venezuela sull’orlo della guerra civile Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Riatti   

Gli ultimi sviluppi degli avvenimenti in Venezuela hanno rappresentato un salto di qualità dello scontro fra Chavez e l’opposizione. Da diverso tempo seguiamo le vicende di questa battaglia sul nostro giornale (vedi Falce Martello numero 153 e 156). Avevamo già allora spiegato che dopo il fallito golpe dell’aprile 2002 la situazione non si sarebbe stabilizzata e che saremmo andati incontro ad un approfondimento della lotta per il potere in Venezuela. L’esito di questa lotta sarà di fondamentale importanza per il movimento operaio internazionale ed è quindi necessario aprire da subito anche qui in Italia una discussione sugli avvenimenti e sui possibili sviluppi della situazione in Venezuela.

Lunedì 2 dicembre è iniziato uno “sciopero”, il quarto in un anno, convocato dalla Federcamaras (la Confindustria venezuelana) e dalla corrotta direzione sindacale della Ctv, che si sta prolungando ormai da diverse settimane.

Quella che è stata in realtà l’ennesima serrata padronale, punta soprattutto al boicottaggio dell’industria petrolifera che rimane il settore chiave dell’economia Venezuelana.

L’opposizione controrivoluzionaria  (composta da padronato, burocrazia sindacale, settori dell’esercito ed alcune fasce di piccola borghesia) ha messo in campo tutte le sue forze e ha organizzato manifestazioni, blocchi stradali e delle navi cariche di petrolio destinato all’esportazione.

Le cifre sull’effettivo danno economico sono contrastanti ma è un fatto che questo tipo di azioni siano una minaccia molto seria per tutta la popolazione. Infatti, per questa situazione molti negozi sono rimasti chiusi, molti distributori di benzina sono rimasti a secco di carburante e il governo è dovuto intervenire distribuendo viveri e benzina fra la popolazione.

La richiesta dell’opposizione è quella di un referendum anticipato che dovrebbe decidere del futuro di Chavez, ma in realtà le proteste sono orchestrate per un altro motivo: provocare il caos nel paese per far intervenire l’esercito. Le forze della controrivoluzione non si sentono sufficientemente forti per prendere il potere da sole, perciò stanno creando il panico nella società affinchè elementi ai vertici dell’esercito intervengano per destituire Chavez e “riportare l’ordine”.

 Venerdì 6 dicembre, durante un corteo dell’opposizione, sono partiti diversi colpi di arma da fuoco che hanno provocato la morte di cinque manifestanti e il ferimento di altre ventotto persone. Gli oppositori di Chavez hanno subito incolpato il “presidente assassino” dalle televisioni e dai giornali controllati dalla borghesia.

Sebbene sia difficile chiarire con certezza le effettive responsabilità dell’accaduto, è probabile che gli omicidi di piazza siano stati preparati proprio dai nemici di Chavez come provocazione all’interno di una più ampia strategia di cospirazione.

 

Lo zampino Usa

 

Qualche giorno dopo la strage sono emersi particolari significativi che alimentano i sospetti del complotto. Due ore dopo la strage in piazza Altamira, subito dopo l’arresto di un uomo coi capelli rossi che ha ammesso immediatamente di avere sparato ai manifestanti, il canale televisivo Globovision aveva mostrato immagini video di un uomo dalla vaga somiglianza con l’attentatore che partecipava ad un corteo in favore di Chavez. Ma l’uomo dai capelli rossi, il cui nome è Joao Gouveia, non era quello del filmato. Infatti è stato dimostrato che all’ora in cui si teneva la manifestazione a sostegno di Chavez, il reo confesso attentatore si apprestava a prendere un aereo che dal Portogallo, dove viveva l’uomo, lo avrebbe portato in Venezuela.

 Sembra di rivivere le memorabili macchinazioni che lo stato americano organizzò per l’omicidio Kennedy a Dallas nel 1963, in quello che fu il più grosso regolamento di conti all’interno della classe dominante americana (vedi il famoso rapporto Garrison ed il film “JFK”). Ancora una volta appare evidente l’assistenza che gli imperialisti americani stanno dando ai controrivoluzionari venezuelani.

Dopo che è stato dimostrato il diretto coinvolgimento politico e militare degli Usa nel golpe fallito in Venezuela nell’aprile 2002, le nostre non ci sembrano fantasie o semplici illazioni.

Il governo di Bush sta tenendo, anche pubblicamente, un atteggiamento ostile verso Chavez ed ormai è evidente che farà di tutto per liberarsi dell’attuale presidente venezuelano.

Gli interessi in gioco sono tanti : politici ed economici.

Gli Usa non sopportano l’idea di avere un’altra rivoluzione vicino a casa dopo il colpo subito a Cuba nel ’59 e non si rassegnano all’idea di perdere il controllo di un paese che è quasi sempre stato sotto l’influenza statunitense. Inoltre, l’emancipazione dei lavoratori venezuelani dalla propria borghesia e dall’imperialismo potrebbe dare slancio alla lotta di tutti gli sfruttati in Sud America e anche in Usa, dove i latinoamericani oggi rappresentano la prima minoranza nella popolazione degli Stati Uniti.

Vi è poi il solito discorso del petrolio, mai così importante in questo contesto storico in cui la guerra all’Iraq e la crisi economica possono minacciare la stabilità del prezzo, il possesso e la reperibilità di questa importante materia prima.

Apparentemente sembra contraddittorio che gli Usa appoggino il blocco delle esportazioni venezuelane di greggio dal momento che sono proprio gli Stati Uniti ad essere il primo compratore del petrolio del Venezuela (gli Stati Uniti acquistano l’80% del petrolio venezuelano esportato e il Venezuela a sua volta rappresenta per gli Usa il secondo maggior fornitore di petrolio [Vedi box]). Tuttavia, la posta in palio è più alta di una perdita temporanea di importazioni, che tra l’altro vengono coperte dalla riserva nazionale statunitense. Infatti, se gli Stati Uniti riusciranno a rovesciare Chavez sarà certo più facile mettere le mani sull’azienda statale del petrolio venezuelano: il colosso Pdvsa che la borghesia venezuelana vorrebbe privatizzare. Inoltre, con un governo di nuovo filo-Usa in Venezuela, gli Stati Uniti avrebbero più voce in capitolo sulla programmazione della quantità di petrolio venezuelano da produrre.

La quota di petrolio estratto, infatti, influenza il prezzo del petrolio a livello mondiale e gli Usa nell’ultimo periodo stanno facendo pressioni sui paesi produttori di petrolio per aumentarne la produzione in modo da tenerne basso il prezzo.

 

Perché Chavez è nel mirino

 

Furono proprio i tagli di 2 anni fa di Chavez alla produzione di petrolio che fecero imbestialire la borghesia americana, che da fin dall’elezione di Chavez aveva visto con preoccupazione l’ascesa al potere del “Colonnello Bolivariano”. Fino ad allora in Venezuela si erano alternati al potere due partiti (il democristiano Copei e il socialdemocratico Ad) che avevano governato il paese in maniera consociativa, corrotta e avevano tenuto buoni rapporti con gli Usa. Nonostante la scoperta degli immensi giacimenti petroliferi le masse continuavano a morire di fame e le rivolte dell’89 e del ’92 facevano presagire una voglia di cambiamento che si è espressa politicamente nell’elezione di Chavez.

Il successo che Chavez ha riscontrato nelle elezioni del ‘98 per molti è stato una sorpresa. Velocemente, i suoi discorsi contro i ricchi e la corruzione della società gli hanno valso le simpatie delle masse.

La voglia di riscatto dei poveri e degli emarginati lo ha portato al potere e lo ha spinto ad emanare, a partire dal 2000, una serie di riforme in favore dei poveri. In particolare vanno ricordate la legge sulla Pesca che protegge i piccoli pescatori a scapito delle grandi imprese e la legge sulla Terra, che concede allo stato la facoltà di distribuire la terra di cui i privati non sono in grado di dimostrare la proprietà. Inoltre, una nuova legge sugli idrocarburi ha fatto rabbrividire gli imperialisti stranieri: lo stato venezuelano dovrà avere la maggioranza in ogni nuova impresa petrolifera e verranno raddoppiate le imposte alle compagnie private.

Le riforme introdotte sono un passo nella giusta direzione. Al tempo stesso, però, dobbiamo criticare sia l’incompletezza del programma di Chavez sia i metodi con cui il presidente del Venezuela sta affrontando la crisi sociale in questi giorni. Oggi, infatti, bisogna dare il colpo decisivo alla borghesia, che ha dimostrato di non sapere risolvere i problemi delle masse, di essere legata mani e piedi all’imperialismo e di lavorare costantemente per la preparazione di un colpo di stato.

Per liberarsi definitivamente di questi controrivoluzionari serve un programma di lotta che difenda con la forza le masse dagli attacchi che i padroni stanno organizzando in questi giorni, si ponga l’obiettivo dell’esproprio delle aziende, delle banche e delle televisioni in possesso di questi reazionari.

Solo togliendo la proprietà a questi borghesi si può pensare di dare alle masse venezuelane un posto di lavoro, un giusto salario e una casa decente. La nazionalizzazione delle aziende chiave dovrà avvenire con un reale coinvolgimento delle masse nella gestione dell’economia e delle risorse. Infatti già oggi la società petrolifera Pdvsa, presa di mira dal sabotaggio in queste settimane, è di proprietà pubblica, ma la produzione è gestita dall’alto in maniera burocratica e i lavoratori non hanno voce in capitolo. Spesso le decisioni dei dirigenti dell’azienda entrano in netto contrasto con gli interessi dei lavoratori come è avvenuto per esempio nel già citato caso della diminuzione della produzione di petrolio che ha comportato numerosi licenziamenti di operai.

Il protagonismo operaio e delle masse è il fattore decisivo per sconfiggere la controrivoluzione. Chavez dovrebbe ricordarsi quello che è successo in aprile : sono state le masse a sconfiggere il golpe . Anche oggi il presidente si sbaglia quando sottovaluta il ruolo che i lavoratori possono avere in questa crisi sociale. La difesa contro l’offensiva borghese non può essere affidata ai generali dell’esercito. Conosciamo bene quale è stato il ruolo dei militari nella storia del Sud America. Bisogna quindi organizzare la difesa dai golpisti basandosi su dei comitati che le masse sono pronte a formare per fermare la controrivoluzione. Si deve creare una milizia operaia che in ogni fabbrica e in ogni quartiere vigili sulla sicurezza del popolo e sia pronta ad intervenire in caso di attacchi nemici. Verso l’esercito serve un intervento che faccia appello ai soldati perché non si schierino in favore della borghesia, un lavoro politico per creare anche nelle caserme dei comitati che si pongano il compito di contrastare e rovesciare gli ufficiali e i generali controrivoluzionari. Oggi l’esercito è diviso ed è vero che parecchi generali sono oggi ancora con Chavez. Ma non dobbiamo farci illusioni. Anche Pinochet poco prima del colpo di stato in Cile nel 1973 si dichiarava fedele ad Allende. Così possiamo noi oggi fidarci di quello che dice il generale Montoya, il capo dell’esercito, quando riferendosi alla recente serrata parla di “atto vile di sabotaggio”?

Sul nostro giornale abbiamo seguito con attenzione le vicende relative agli ultimi successi elettorali della sinistra in Sud America. Lula in Brasile e Gutierrez in Ecuador sono il risultato di una radicalizzazione che sta avvenendo in tutto quel continente. Proprio in questi giorni Chavez sta facendo appello a Lula e a Fidel Castro per la difesa della “rivoluzione bolivariana”. Seppure sia fondamentale oggi lavorare perché tutto il proletariato sudamericano si mobiliti a sostegno della rivoluzione in Venezuela, tuttavia non saranno certo Fidel o Lula a salvare le sorti delle masse venezuelane.

Le parole e i proclami non bastano più. Anche la nuova costituzione del Venezuela, varata da Chavez nel ’99, non può difendere le masse dalla controrivoluzione. Serve un’azione decisa e risoluta. Questa si dovrà fare con o senza Chavez. Il movimento operaio deve prendere coscienza che può contare realmente solo sulle proprie forze.

 

La classe operaia e il ruolo dei comunisti

 

Data la situazione serve un coinvolgimento immediato del proletariato nella lotta. Quale è la forza del “chavismo” nella classe operaia? Sicuramente un grosso limite di Chavez è stato quello di non affrontare seriamente i problemi dei lavoratori venezuelani. Il Piano Bolivar varato due anni fa e le riforme introdotte non hanno beneficiato gli operai. I salari sono rimasti bassi e le condizioni di lavoro rimangono molto dure per i lavoratori. Un certo scontento verso Chavez quindi c’è stato. Tuttavia non dobbiamo pensare che la maggioranza dei lavoratori rimasta passiva fino ad oggi sia schierata con la borghesia. Su questo non ci sono dubbi: il movimento operaio è fortemente contrario al piano controrivoluzionario della Federcamaras. Il fatto che uno dei leader del blocco reazionario sia Ortega, segretario della Ctv (il sindacato più grande che inquadra il 18% della forza lavoro venezuelana), non ci deve trarre in inganno. In molte fabbriche sta nascendo una protesta contro la partecipazione del sindacato al blocco controrivoluzionario. Alcuni sindacati minori e qualche sezione locale della Ctv si sono opposte alla linea di condotta di Ortega che non rappresenta l’umore dei lavoratori oggi in Venezuela. Certo è vero che se questo losco individuo fino ad oggi non è stato ancora mandato a casa è anche a causa del ritardo con cui la classe operaia sta entrando in scena. Per le organizzazioni del proletariato il primo compito è quindi quello di epurarsi dagli elementi controrivoluzionari e ricreare una direzione che guidi la partecipazione della classe operaia nella lotta insieme agli altri strati della società.

Il ruolo dei comunisti oggi in Venezuela parte proprio dal favorire la partecipazione del proletariato alla lotta. Serve un intervento articolato di un’avanguardia che si ponga l’obiettivo di stimolare la nascita di comitati in difesa della rivoluzione, che lavori coscientemente per eliminare dal sindacato gli elementi reazionari, che spieghi pazientemente in ogni assemblea popolare, in ogni manifestazione, in ogni circolo di discussione la necessità di un programma rivoluzionario.

Attualmente in Venezuela le masse stanno creando spontaneamente dei comitati per sconfiggere il piano controrivoluzionario. Tuttavia questa immensa risorsa per la lotta vede una chiara mancanza di direzione. Da un lato ci sono i tentennamenti e la politica confusa di Chavez, dall’altra manca un reale coordinamento di questi comitati. Anche nei circoli bolivariani c’è una forte richiesta perché Chavez vada fino in fondo con la lotta ai controrivoluzionari e con la trasformazione della società.

Abbiamo già in passato fatto notare che la creazione dei circoli bolivariani, nati sull’esempio della rivoluzione cubana, fosse un fatto positivo che poteva favorire la partecipazione delle masse alla vita politica. Tuttavia denunciamo il fatto che fino ad oggi questi circoli siano stati usati da Chavez solo per ratificare scelte e decisioni già prese dall’alto.

I comunisti dovrebbero partecipare a questo movimento e lavorare in queste strutture, spiegando le loro idee e il loro programma. Il Venezuela ha grandi tradizioni di lotta, a partire proprio dalla lotta per l’indipendenza dal dominio spagnolo agli inizi dell’Ottocento.

Il personaggio storico più conosciuto del Venezuela e oggi sulla bocca di molti politici, a partire da Chavez, è proprio Simon Bolivar. Quanto pesa la sua ombra sulle idee e sugli sviluppi della lotta in Venezuela?

Certo Bolivar non era un marxista  (e non poteva esserlo visto che è morto nel 1830), ma la sua lotta implacabile contro la dominazione spagnola oggi può essere presa ad esempio nella lotta di liberazione dall’imperialismo americano. La breve esperienza della Grande Colombia (una federazione di stati composta da Venezuela, Colombia, Perù ed Ecuador formatasi dopo la liberazione dagli spagnoli nel 1821 e durata fino al 1830) e il tentativo di Bolivar di unificare i paesi sudamericani nel Congresso di Panama nel 1826 (fallito per la forte opposizione degli Stati Uniti) sono delle esperienze che possono essere utilizzate dai marxisti come leva per inserire la proposta della Federazione Socialista dell’America Latina. Riportare cioè l’assoluta necessità di una prospettiva internazionalista all’interno del movimento operaio venezuelano. Gli sforzi di unificazione dei paesi del continente sudamericano dovranno essere portati avanti non più su basi capitaliste, ma su di una struttura economica dove i mezzi di produzione siano in mano ai lavoratori. Il progetto ambizioso degli “eroi dell’indipendenza” iniziato due secoli fa può essere portato a termine solo con il socialismo. La “rivoluzione Bolivariana”, se non vuole rimanere una proposta vuota e priva di significato, deve essere allora intesa come rivoluzione socialista.
 
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