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Nello scorso ottobre Rifondazione Comunista, per bocca del segretario Fausto Bertinotti proponeva la “nazionalizzazione” come unica via d’uscita alla crisi Fiat. Fino a pochi giorni prima tutta la direzione del Partito, Bertinotti in testa, si era dedicata a bollare tale proposta come pura “utopia”. Poi la svolta: da utopia la nazionalizzazione della Fiat si è trasformata in“necessaria e realistica”.
La cosa clamorosa è che una svolta di tale portata sia stata fatta senza nessun preparativo nel Partito: non è stata riunita la Direzione Nazionale, né il Cpn, né è stata preceduta da un dibattito nei circoli o nelle direzioni locali. Cosa ancora più importante: proporre la nazionalizzazione, in sé, non chiude la discussione ma la apre. Di quale nazionalizzazione stiamo parlando? A che condizioni? Attraverso quali vie? Bertinotti non è tenuto naturalmente a rispondere: da tempo le parole non hanno l’obbligo di trasformarsi in fatti ed i fatti possono contraddire le parole. Per quel che ci riguarda, queste domande necessitano di una risposta attenta. Ciò che si è concluso è solo un capitolo della crisi Fiat. Le dimensioni di quest’azienda vedranno la crisi protrarsi per un lungo periodo, ma altre aziende non avranno lo stesso tempo e nessun tipo di ammortizzatore sociale. La questione della “nazionalizzazione” tornerà di attualità. E’ musica del futuro. Per questo dobbiamo “accordare” i nostri strumenti. Il capitalismo e le nazionalizzazioni Nonostante gli economisti borghesi abbiano dedicato gli ultimi venti anni ad attaccare l’intervento pubblico nella “libera” economia di mercato, il capitalismo non ha potuto e non potrà mai fare a meno dell’intervento dello Stato. Spesso nella propria storia la borghesia si è dovuta appoggiare sulla nazionalizzazione di quei settori dell’economia dove erano necessari grandi investimenti iniziali senza guadagni a breve termine. Nessun capitalista può sacrificare l’oggi al domani oltre un certo limite. Un investimento deve essere seguito dal profitto il più rapidamente possibile. Il tentativo, ad esempio, di sviluppare il sistema ferroviario basandosi semplicemente sulle forze del libero mercato naufragò in quasi tutti i paesi capitalisti, costringendo lo Stato ad intervenire in diverse forme. Un altro settore dove sono necessari enormi investimenti iniziali, quello energetico, fu in grossa parte nazionalizzato durante gli anni ‘50 e ‘60 in Italia e non solo. La borghesia è quindi costretta ad utilizzare l’intervento statale per darsi delle generiche forme di pianificazione dell’economia nei momenti cruciali. Durante una guerra, quando è necessario tendere le forze economiche in una sola direzione, l’intervento dello Stato nell’economia aumenta notevolmente. Nei momenti di crisi economica, dunque, lo Stato viene chiamato in causa per ripianare le perdite, ridare ossigeno ai consumi, evitare i fallimenti. Socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti Già di per sé, questo basterebbe a chiudere qualsiasi discussione sulla superiorità del funzionamento del libero mercato. La necessità dei capitalisti di ricorrere sotto diverse forme all’intervento statale dimostra quanto l’anarchia del mercato non sia in grado di sviluppare le forze produttive oltre un certo limite. Tuttavia, sotto il capitalismo l’intervento statale non è progressista in sé. Uno dei periodi di maggiore intervento dello Stato in Italia, con la creazione dell’Iri, è stato il periodo fascista, in cui la statalizzazione di interi settori dell’economia è andata di pari passo con la compressione dei salari sotto le soglie di sussistenza e con la distruzione di ogni forma di organizzazione operaia. Per quanto la borghesia ricorra all’intervento statale per alleviare le contraddizioni del suo stesso sistema, tale intervento non può essere illimitato nel tempo né tanto meno può risolvere le principali contraddizioni del capitalismo. Al contrario finisce per aggravarle. L’idea che possa esistere una terza via tra capitalismo e socialismo, un’economia mista dove settore pubblico e privato convivano fianco a fianco in una reciproca concorrenza, è un’utopia reazionaria. In politica non si tratta solo di ciò che viene fatto, ma anche di chi lo fa e come. Lo Stato borghese non interviene nell’economia in base ai bisogni della popolazione, ma in base alle necessità del capitale privato. Il suo intervento è un intervento tendenzialmente in perdita dove vengono lasciati i profitti al grande capitale, mentre le perdite private vengono socializzate. L’inevitabile conseguenza è lo sviluppo del debito pubblico. Il ricorso al debito, però, non può essere infinito, pena lo sviluppo dell’inflazione e della svalutazione della moneta. Si giunge a un limite entro cui le risorse necessarie al ripagamento del debito devono essere prelevate direttamente dai redditi dei lavoratori, finendo però per contrarre i consumi ed il mercato stesso. In ultima analisi l’intervento statale sotto il capitalismo si trasforma in un’altra via per estrarre ricchezza dai lavoratori. Nazionalizzazione delle perdite? Anche nel caso della Fiat parlare di azienda privata suona piuttosto ridicolo. Dal ‘77 ad oggi ha ricevuto 238mila miliardi di lire dallo Stato per 6 milioni di ore di cassa integrazione. A questi soldi andrebbero aggiunti gli sgravi fiscali, la svendita dell’Alfa Romeo, la costruzione dello stabilimento di Melfi… Per non parlare delle commesse industriali pubbliche, della costruzione di strade al posto di mezzi pubblici per influenzare l’acquisto di automobili, degli incentivi per la rottamazione ecc. Nel caso della Fiat, Agnelli e gli azionisti possiedono i dividendi ed i profitti, lo Stato detiene la quota maggioritaria delle perdite. Di fronte all’accelerazione della crisi Fiat, settori della stessa borghesia hanno rispolverato la richiesta di un intervento del capitale pubblico sotto diverse forme. Questa è attualmente la posizione di Cuffaro, presidente di Forza Italia della regione Sicilia e di settori di AN. Fassino stesso ed alcuni burocrati Cgil hanno richiesto l’intervento dello Stato. Come Prc dovremmo prendere le distanze da tali posizioni. La direzione del Partito, però, ha fatto l’esatto contrario, richiamandosi specificatamente all’esperienza della partecipazione pubblica francese nella Renault o tedesca nella Volkswagen, proprio i casi più evidenti in cui lo Stato interviene per appianare le perdite e lasciare i profitti ai privati. Questa è la via migliore per sviluppare ostilità tra la maggioranza dei lavoratori verso la proposta della nazionalizzazione: perché dare ancora soldi pubblici ad Agnelli se tanto licenzia comunque? Perché regalargli altre ore del nostro lavoro e del nostro sudore? La nazionalizzazione delle perdite Fiat non è quello per cui ci battiamo. Nazionalizzazione delle aziende in crisi senza indennizzo Rifondazione, come già spiegato, ha bandito la parola nazionalizzazione per anni. Oggi l’ha improvvisamente riscoperta per il caso Fiat. Qui sorge una domanda: perché rivendicare la nazionalizzazione solo della Fiat e non di tutte le aziende in crisi? Quale particolarità ha la Fiat? Si potrebbe rispondere che è un’azienda di interesse sociale. Ma non lo sono allora ancora di più le aziende del settore farmaceutico che in questo momento stanno dichiarando licenziamenti? Si potrebbe rispondere che la Fiat va nazionalizzata perchè ha ricevuto contributi pubblici per anni. Che cosa dire allora di tutte quelle aziende attualmente privatizzate che sono state costruite mattone su mattone con i soldi pubblici, come Telecom, Eni, Enel ecc.? Secondo Bertinotti, la particolarità della Fiat è che lì è venuta meno “la funzione imprenditoriale”. Tra tutte le risposte, questa è sicuramente la più sbagliata. La funzione imprenditoriale, seguendo tale logica, sarebbe quella di creare benessere e posti di lavoro, mentre i licenziamenti sarebbero il venir meno di tale funzione! La funzione imprenditoriale è quella di fare profitti. In periodo di crisi economica, questo equivale a licenziare. Alla Fiat non si tratta di “ripristinare la funzione imprenditoriale”, ma precisamente di sopprimerla, di sopprimere la logica per cui in nome del profitto di una cricca imprenditoriale si gettano nella povertà migliaia di famiglie. Se poi il problema della Fiat fosse semplicemente la funzione imprenditoriale, si potrebbe chiedere perchè nazionalizzarla? Non basterebbe venderla ad un altro imprenditore? Questa è proprio la posizione di Berlusconi: la Fiat va male per errori del management. La realtà è che l’intero settore automobilistico registra una spaventosa sovrapproduzione. Nel 2002 la sovraccapacità produttiva è stata di circa 20 milioni di veicoli. La Fiat non è l’unica azienda automobilistica in crisi. Negli ultimi anni sono crollati colossi come la Daimler-Chrysler mentre altre aziende come General Motors, Opel, Toyota e Ford dichiarano o hanno dichiarato licenziamenti. I lavoratori della Fiat non possono aspettarsi nulla di diverso da un altro gruppo imprenditoriale, si tratti di General Motors o Toyota. Nell’attuale situazione economica l’interesse di qualsiasi capitalista è licenziare. Questo non vale solo in campo automobilistico, fenomeni di sovrapproduzione esistono in tutti i settori. L’unica via per la salvaguardia dei posti di lavoro non è ricercare nuovi padroni per le aziende in crisi, ma richiederne la nazionalizzazione senza indennizzo, tranne che per i piccolissimi azionisti con comprovata necessità, e sotto il controllo dei lavoratori. I debiti verso le banche devono essere dichiarati nulli, i consigli d’amministrazione privati di qualsiasi potere sull’azienda. La produzione delle aziende nazionalizzate deve essere indirizzata verso il soddisfacimento dei bisogni della popolazione: le aziende automobilistiche verso la produzione di mezzi pubblici ed auto ecologiche, quelle farmaceutiche verso la produzione di medicinali di prima necessità gratuiti, quelle edili verso la costruzione di ospedali, case popolari, scuole ecc. Questo è ciò che noi marxisti intendiamo per nazionalizzazione. Occupazione degli stabilimenti e controllo operaio L’unico modo per i lavoratori di qualsiasi azienda in crisi per arrivare ad una nazionalizzazione senza indennizzo dello stabilimento è occuparlo, ponendo Governo, banche e consiglio d’amministrazione di fronte al fatto compiuto. In questa fase particolare della lotta Fiat, la possibilità di occupare è stata momentaneamente persa. Tuttavia come spieghiamo in altri articoli di questo giornale, questa evenienza a Termini Imerese è stata tutt’altro che lontana. Inoltre l’occupazione avrebbe un altro ruolo. Anche se lo Stato borghese fosse costretto da una lotta operaia a nazionalizzare un’azienda, dal giorno successivo lavorerebbe per rovinarla. Nessuna borghesia potrebbe permettersi l’esistenza di un’azienda nazionalizzata senza indennizzo funzionante. Si tratterebbe di un esempio troppo illuminante per il resto dei lavoratori. Costretto in un primo momento dai rapporti di forza alla nazionalizzazione, lo Stato farebbe di tutto per fare accumulare all’azienda perdite, sprechi, malfunzioni. Questo sarebbe il primo passo verso una campagna d’opinione sul “pubblico che non funziona”, sui “lavoratori statali pigri e garantiti” mirata a riprivatizzare l’azienda. Abbiamo già assistito a tutto questo durante gli anni ’80, quando si trattava di preparare il terreno all’ondata di privatizzazioni degli anni ‘90. Tale campagna sarebbe ancora più acre nei confronti di un’azienda nazionalizzata non per scelta ma contro la volontà della borghesia. Per questo l’occupazione degli stabilimenti non sarebbe solo una via necessaria per imporre la nazionalizzazione, ma anche per attuare forme di controllo operaio sulla produzione. Tale controllo, per essere efficace, dovrebbe coinvolgere nella maniera più capillare e democratica i lavoratori con l’elezione di un consiglio operaio dell’intera azienda e di delegati di reparto. Tali organismi non dovrebbero avere nessuna quota sindacale garantita ed essere revocabili dalle stesse assemblee dei lavoratori. Il controllo operaio non è ancora la presa di possesso dell’azienda da parte dei lavoratori. E’ l’ultimo stadio possibile nel regime capitalista sulla via della rivoluzione o del ritorno alla normalità. In una situazione di controllo operaio, i lavoratori controllano qualcosa che non è loro. Si tratta di una sfida tra i rapporti di forza imposti all’interno dell’azienda dai lavoratori e le scelte fatte all’esterno dalla proprietà. Tale sfida non può durare in eterno. Per la proprietà dell’azienda lo scontro si gioca soprattutto sul piano economico: si tratta di stritolare la produzione, far mancare le materie prime, gli investimenti ecc. Per i lavoratori tale sfida è soprattutto politica. Non si può trattare di competere all’infinito con le scelte dell’azienda ma di dimostrare al resto della classe la volontà e la capacità dei lavoratori di gestire democraticamente la produzione, di mettere in luce qual è il vero ostacolo al funzionamento della produzione. Il caso argentino Per definizione, il controllo operaio presuppone un dualismo di poteri all’interno delle aziende e della società stessa. Una situazione in cui i lavoratori si sono spinti molto in là nella lotta ma non ancora alle ultime conseguenze, in cui hanno sufficiente forza per imporre le proprie decisioni ma le aziende rimangono in mano ai vecchi proprietari; una situazione in cui lo Stato borghese è talmente debole da non poter intervenire per porre fine con i manganelli a tale dualismo. Non si tratta di una debolezza militare, ovviamente. Nessuna azienda occupata può sperare di sfidare lo Stato sul terreno militare. Si tratta di una debolezza politica: una situazione in cui l’appoggio e la simpatia verso le aziende occupate tra la popolazione è tale che sgombrarle equivarrebbe a causare un’insurrezione. Generalmente, quindi, situazioni di controllo operaio si verificano durante un periodo rivoluzionario e svaniscono non appena l’occasione è persa. Tuttavia nella storia si può assistere ad ogni genere di eccezioni e particolarità. I lavoratori non sono un insieme omogeneo, né la lotta di classe procede con lo stesso ritmo addirittura all’interno di uno stesso paese. Situazioni di crisi economica particolarmente accentuate, di aziende con una tradizione sindacale molto sviluppata, possono comportare l’occupazione ed il controllo di uno stabilimento anche in una situazione non rivoluzionaria o prolungarsi ben oltre tale situazione. In Argentina in questo momento ci sono circa 100 aziende occupate dai lavoratori. Alcune di queste, come la Zanon, producono sotto il controllo operaio da oltre un anno. Sicuramente tale situazione è determinata dal processo rivoluzionario apertosi in quel paese. Lo Stato argentino non ha la forza per intervenire a sgombrarle e quando ci ha provato, come nel caso della Brukman, è stato sconfitto. Tuttavia ci sono altri fattori che permettono a tali occupazioni di prolungarsi per un tempo così lungo. La crisi economica che attanaglia l’Argentina è di una profondità tale da avere pochi precedenti nella storia del capitalismo. I capitali privati si sono letteralmente volatilizzati non solo chiudendo alcune aziende, ma talvolta letteralmente abbandonandole. In alcuni casi, infatti, i lavoratori hanno occupato stabilimenti abbandonati i cui padroni non trovavano vantaggio nemmeno nel venderli. Le fabbriche occupate e controllate dai lavoratori hanno generalmente riiniziato a produrre con successo, allacciando anche rapporti con i fornitori di materie prime e con i distributori dei prodotti. Tale situazione potrebbe sviluppare l’illusione tra i lavoratori di poter rimanere in questo stadio intermedio per sempre: di poter cioè coltivare delle isole felici all’interno dello stesso capitalismo. La borghesia argentina sta facendo di tutto per alimentare tali illusioni: il presidente della Confcommercio argentina dichiara che si tratta di esperimenti molto positivi ma che potrebbero essere duraturi solo se i lavoratori si costituissero in cooperative e allacciassero rapporti con le banche. Le cooperative Per quanto la produzione nelle cooperative sia organizzata in maniera differente, rimangono comunque aziende circondate dal mercato. I rapporti di produzione capitalistici, apparentemente usciti dalla porta principale, rientrano continuamente dalle entrate secondarie. Nessuna azienda può sottrarsi al funzionamento del mercato. Le scelte di un’azienda, oltre un certo limite, non sono determinate dalla volontà di chi le controlla, ma dal gioco dei rapporti di mercato. I prodotti delle cooperative si trovano a competere con i prodotti a basso costo delle altre aziende capitaliste. Possono sopravvivere sul mercato solo con investimenti tecnologici o peggiorando le condizioni dei lavoratori, abbassando i salari o aumentando i ritmi di lavoro. Nessuna forma di “democrazia operaia” sopravviverebbe a questo infernale meccanismo. Costretti a lavorare con ritmi massacranti, i lavoratori avrebbero sempre meno tempo per gestire democraticamente la vita dell’azienda, finendo per delegare sempre maggiori poteri ad un consiglio d’amministrazione. Si ricreerebbe la struttura di un’azienda capitalista qualsiasi, con un cambiamento esclusivamente di facciata. Si direbbe “soci” al posto di dipendenti. Le parole non cambiano la sostanza dello sfruttamento. Il futuro è nostro I lavoratori argentini hanno dimostrato di saper gestire democraticamente la produzione. Abbiamo già spiegato nello scorso numero di FalceMartello i successi del controllo operaio alla Zanon: apertura di quattro nuovi forni, azzeramento degli infortuni sul lavoro, assunzione di sedici nuovi disoccupati ecc. Questi lavoratori hanno dimostrato, contraddicendo ciò che l’umanità crede da secoli, che per produrre non è necessario un padrone. Se in passato l’umanità è stata in grado di liberarsi dal pregiudizio per cui gli schiavi erano un appendice normale della produzione, il compito che noi marxisti ci diamo è dimostrare che la schiavitù salariata non è né normale, né necessaria, né proficua per lo sviluppo dell’umanità stessa. Il capitale è il prodotto sociale di centinaia di milioni di lavoratori; le aziende e la loro produzione ci appartengono, quindi, perché sono il risultato del nostro sudore e perché siamo coloro che meglio sapranno farle funzionare. |