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Speciale: la lotta alla Fiat Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   
Resistere un minuto più del padrone

Dal 9 dicembre 5.600 lavoratori della Fiat sono in cassa integrazione. Il piano industriale voluto dalla Fiat avanza come un rullo compressore. Mesi di lotte, scioperi e sacrifici non sono bastati a far cedere padroni e governo, e anche se il sindacato non ha accettato l’accordo, la Fiat non è stata fermata.

Diventa urgente aprire una discussione su come rilanciare non solo le mobilitazioni dei lavoratori Fiat, ma di tutta la classe operaia italiana.

La crisi che colpisce il gruppo torinese è la stessa che colpisce altre aziende, non passa giorno che non vengano dichiarati migliaia di nuovi esuberi in tutti i settori.

Esemplari per sacrificio, impegno e determinazione, i lavoratori Fiat hanno dimostrato che è possibile raccogliere solidarietà e sostegno nella società. Ancora una volta si dimostra che quando la classe operaia si muove diventa punto di riferimento per gli strati più deboli ed elemento di forte preoccupazione per i padroni.

In realtà il limite principale nelle mobilitazioni è stato la direzione. I dirigenti sindacali hanno dimostrato di essere incapaci di portare la lotta fino alle sue estreme conseguenze.

Con una mano in questi mesi hanno appoggiato le lotte dei lavoratori (assicurandosi però che non andassero oltre certi limiti) con l’altra hanno tenuto la porta aperta alla trattativa, creando aspettative infondate sulla possibilità di trovare un accordo accettabile. Quando si è definitivamente rotto il tavolo, non hanno trovato di meglio che continuare le agitazioni con le stesse modalità dei mesi precedenti.

La testimonianza su quanto si è verificato venerdì 6 dicembre davanti ai cancelli di Termini Imerese, che troverete in questo speciale è illuminante da questo punto di vista.

 

La nostra campagna

 

In questi mesi i compagni di questa rivista si sono fatti promotori, insieme a delegati sindacali e strutture del movimento studentesco, di un appello per la nazionalizzazione della Fiat sotto il controllo operaio e di un deciso sostegno alle lotte dei lavoratori fino alle forme più combattive  come l’occupazione degli stabilimenti. Abbiamo lanciato la proposta di costruire comitati di sostegno alla lotta dei lavoratori Fiat e partecipato a tutte le iniziative organizzate dagli operai, lì dove eravamo presenti.

A Milano siamo andati ai blocchi degli operai dell’Alfa di Arese alle stazioni ferroviarie, all’aeroporto di Malpensa e abbiamo partecipato all’intera giornata di presidio dei cancelli dello stabilimento il 28 novembre. Una giornata che ha suggellato l’unità tra gli studenti del collettivo Pantera e i lavoratori dell’Alfa, dalla quale è nata la riuscitissima assemblea del 5 dicembre alla Statale di Milano.

L’assemblea, alla quale hanno partecipato oltre 200 tra studenti, lavoratori dell’Alfa e non, e attivisti sindacali, è stata importante sia per confrontarsi che per lanciare lo sciopero del 12 dicembre dei metalmeccanici e delle aziende in crisi della provincia di Milano. Dopo tanti anni in cui intellettuali da strapazzo e leader improvvisati si erano spesi per dimostrare che la classe operaia non esisteva più, eccola lì a discutere con una platea attenta di giovani che capiva che in queste lotte, è in gioco anche il loro diritto a un futuro dignitoso.

Una platea attenta che non si è limitata ad ascoltare ma è intervenuta nella discussione, chi per sottolineare il filo rosso che unisce le lotte per la difesa del posto di lavoro a quelle per il diritto allo studio, chi (un delegato della Minarelli di Bologna) per spiegare l’importanza di coordinarsi, costruire dei legami tra tutte le aziende in crisi.

Su queste basi la compagna Sciancati (componente della segreteria Fiom provinciale) ha dovuto accettare suo malgrado la proposta lanciata dall’assemblea di fare uno sciopero il 12 dicembre. Diciamo ‘suo malgrado’ perché abbiamo visto come la Fiom ha organizzato male lo sciopero, un esempio su tutti il fatto che le rappresentanze di fabbrica hanno ricevuto il comunicato di convocazione dello sciopero solo la sera prima della manifestazione.

Non c’è mai stata da parte della Fiom un vero impegno ad estendere la lotta, nonostante nella sola Lombardia siano oltre 300 le aziende metalmeccaniche che hanno dichiarato lo stato di crisi con oltre 10mila lavoratori ai quali è stata inviata la lettera per la cassa integrazione.

Dispiace che i disobbedienti, che a leggere Liberazione e Il Manifesto, sembra si siano spesi fino al martirio per la causa degli operai della Fiat, non abbiano accettato la proposta del Collettivo Pantera e dei lavoratori dell’Alfa di Arese di partecipare all’assemblea alla Statale, e che il 12 dicembre abbiano voluto organizzarsi un corteo studentesco separato da quello dei lavoratori provocando non poca irritazione tra gli operai dell’Alfa Romeo.

A essere sinceri il quotidiano Liberazione in tutte le settimane della vertenza ha sistematicamente ignorato l’impegno profuso dal Collettivo Pantera parlando solo del “protagonismo” dei disobbedienti. Protagonismo che in verità si è limitato a una presenza nella tarda mattinata del 28 novembre davanti ai cancelli di Arese (quando i compagni erano lì dalle 5 del mattino ai picchetti con i lavoratori) e a un comunicato congiunto con i rappresentanti sindacali, dal quale con atteggiamento settario hanno tentato di escludere il Pantera desistendo solo sotto la forte pressione di alcuni delegati dell’Alfa, che hanno minacciato di togliere la loro firma se accanto non ci fosse stata quella del collettivo universitario della Statale di Milano.

 

Ripartire dalla base

 

L’opposizione all’attuale piano di ristrutturazione deve continuare. Nelle scorse settimane la Fiom ha promesso uno sciopero generale contro i licenziamenti e questo potrebbe essere un punto di partenza. Ma uno sciopero generale, come abbiamo visto nei mesi trascorsi, non è sufficiente. Può aiutare a creare le condizioni per una mobilitazione più ampia e duratura nel tempo. Ma solo costruendo un legame stabile dal basso, da fabbrica a fabbrica, in tutte le categorie avremo la certezza che la lotta sarà portata fino in fondo.

L’esperienza di questa vertenza dimostra che è necessario lavorare per la costruzione di un coordinamento di delegati e lavoratori a tutti i livelli per discutere il miglior piano di lotta e le rivendicazioni da portare avanti. Un coordinamento che possa esprimere una rappresentanza diretta e democratica dei lavoratori in lotta a partire dal gruppo Fiat.

Se da un lato è stato giusto che la Fiom si sia opposta al piano di ristrutturazione, dall’altro non è chiedendo un nuovo piano di investimenti e il rilancio del marchio che si vincerà questa battaglia.

 

Nessuna illusione in nessun padrone

 

Piani industriali se ne sono sentiti tanti in questi mesi, da quello sullo smembramento del gruppo facendo entrare nell’orbita Volkswagen i marchi più prestigiosi (Ferrari, Alfa e Maserati) con il resto della Fiat assorbito dal gruppo Opel, allo scontro di questi giorni ai vertici del gruppo sull’entrata di Colaninno nel consiglio di amministrazione con una nuova iniezione di capitali “freschi”.

Nessuna di queste proposte risolverà il problema occupazionale. Vanno tutti nella stessa direzione: chiudere, smembrare, licenziare.

Vale la pena di ricordare chi è Colaninno: un personaggio che all’inizio degli anni ‘90 con l’aiuto di De Benedetti e delle stesse banche che lo appoggiano oggi nella scalata alla Fiat, diventò amministratore delegato dell’Olivetti per smembrarla, rivenderne i pezzi più preziosi (l’Omnitel alla Mannesman), e chiudere quelli in perdita: i computers.

Poi nel 1999 con l’appoggio del centro sinistra e dell’allora presidente del consiglio, Massimo D’Alema, guidò uno spregiudicato assalto alla Telecom e, anche qui dopo una forte ristrutturazione e esternalizzazione di alcuni settori (che portò in totale a un’uscita dall’azienda di circa 13.500 lavoratori) la liquidò al miglior offerente, in questo caso il gruppo Pirelli, portandosi a casa con i suoi compari 14mila miliardi di lire (un miliardo per ogni lavoratore licenziato).

Questo è l’imprenditore che oggi si fa avanti per salvare i destini della Fiat, l’ennesimo padrone spregiudicato, senza scrupoli che continuerà nel solco della politica intrapresa dagli Agnelli.

Nè questo padrone, nè nessun’altro potrà dare quello che formalmente richiede la Fiom: nuove produzioni, investimenti nella ricerca, riduzione d’orario, ecc.

Il mercato dell’auto è in forte crisi a livello mondiale a causa della sovrapproduzione, pertanto qualsiasi soluzione può essere portata avanti solo contro gli interessi imprenditoriali, rivendicando l’esproprio senza indennizzo della Fiat. Solo mettendo da parte i padroni e con il controllo operaio è possibile salvare tutti i posti di lavoro.

 

Termini Imerese: la lotta deve andare fino in fondo

 

La lotta dei lavoratori di Termini rappresenta un’esperienza importantissima per il movimento operaio. Dopo anni in cui hanno proliferato le teorie più assurde su una improbabile “estinzione” della classe operaia o di una sua irreversibile perdita di coscienza, questi lavoratori con i fatti, e non con le chiacchiere, hanno rivelato cos’erano queste “nuove” teorie: null’altro che una montagna di immondizia. La capacità di lotta e di organizzazione, l’imprevedibilità degli interventi, dal blocco del porto di Messina a quello di punta Raisi, la compattezza e la determinazione di questi lavoratori suona inequivocabilmente il campanello d’allarme per la borghesia: il proletariato si sta risvegliando e per i padroni saranno guai!

 

di Paolo Brini

 

Tuttavia, di un’esperienza come questa deve essere fatto tesoro dai lavoratori non solo per i suoi aspetti positivi; è centrale rilevare e capire quali ragioni hanno portato la lotta oggi ad una situazione di momentanea paralisi. Come abbiamo spiegato in un articolo sull’ultima edizione de “la nostra voce” (che riportiamo in uno stralcio qui a lato) l’aver perduto l’occasione di occupare la fabbrica il giorno 6 di dicembre ha significato in un qualche modo mancare un salto di qualità nella lotta; siamo convinti che se in quell’occasione i lavoratori di Termini avessero occupato lo stabilimento, noi oggi vedremmo molte altre fabbriche, in cui i lavoratori stanno pagando la crisi per conto dei padroni, seguire quell’esempio. Tuttavia la battaglia non è affatto persa, possiamo ancora vincerla, a patto naturalmente di saper trarre le giuste lezioni da questa esperienza. Nel nostro piccolo, è su questa base che tentiamo di trarre un bilancio che possa essere utile nel proseguo di questa lotta.

 

Due lezioni importanti

 

Parlando a lungo davanti ai cancelli di Termini con numerosi lavoratori, abbiamo rilevato due elementi che a nostro avviso sono stati determinanti nell’impedire in questa prima fase un salto di qualità che desse ulteriore slancio alla lotta. Il primo è stato la mancanza di una discussione chiara su cosa si sarebbe dovuto fare nel caso, poi confermato, che lo stabilimento fosse stato chiuso. Sono circolate tra i lavoratori l’idea dell’occupazione dello stabilimento, la parola d’ordine della nazionalizzazione ecc, tuttavia non vi è stato nessun dibattito in proposito durante le assemblee. La ragione fondamentale di ciò era che i vertici sindacali avevano in un qualche modo infuso tra i lavoratori l’illusione che un accordo si sarebbe trovato, togliendosi così fino all’ultimo dall’imbarazzo di dover discutere di una cosa tanto spinosa come il “che fare” se l’intesa non si fosse raggiunta. Questo, almeno nei giorni immediatamente precedenti la rottura delle trattative, ha creato un clima di attesa, scettica ma allo stesso tempo snervante, che ha rallentato una possibile generalizzazione di questa discussione con la conseguenza che, nell’assemblea di venerdi 6 dicembre, le burocrazie sindacali hanno avuto tutti i margini per disorientare i lavoratori, coglierli alla sprovvista e dunque disperdere l’enorme rabbia e potenziale di lotta che in quella occasione si sarebbe potuto sprigionare.

Questa considerazione ci porta alla seconda centrale condizione che ha impedito l’occupazione: i lavoratori si attendevano che una indicazione di tal genere venisse da quei dirigenti che godevano della loro fiducia. Indicazione che però nessun sindacalista, nemmeno della Cgil, aveva la benchè minima intenzione di dare. Questo ancora una volta ci dimostra, da un lato, che noi lavoratori non possiamo più delegare a chicchessia la direzione delle lotte. Questo è un compito che spetta esclusivamente a noi stessi ed è perciò centrale costituire comitati di sciopero eletti direttamente dalle assemblee, revocabili in qualsiasi momento e che rendano conto esclusivamente  ai lavoratori medesimi e a nessun altro.

Dall’altro lato, questa esperienza ci dimostra la necessità per i lavoratori di riprendersi il proprio sindacato, imporgli un ferreo controllo dal basso ed epurarlo da una burocrazia che nelle migliore delle ipotesi si è dimostrata completamente incapace di dare una direzione valida e combattiva ad una lotta che non ammetteva compromessi o concertazioni con il padronato.

 

La lotta si può e si deve vincere!

 

Il livello politico delle discussioni davanti ai cancelli e l’interesse dei lavoratori su questioni come l’autogestione della fabbrica, l’esperienza argentina ecc.  sono la miglior risposta a quanti, con arroganza inaccettabile, sostengono che queste questioni non possono essere comprese dai lavoratori. Al contrario! Certamente, benché la maggioranza dei lavoratori fossero d’accordo sull’idea di occupare, le reazioni sulla prospettiva di autogestire erano comprensibilmente differenti. Alcuni erano convinti di questa soluzione, altri invece ponevano obiezioni sulla percorribilità di questa strada. Su una cosa però non vi era obiezione alcuna: la fabbrica può andare avanti benissimo anche senza padroni, manager e capetti vari, poichè tutti sono consapevoli del fatto che la conduzione e la gestione della produzione sono e saranno sempre esclusivamente nelle mani degli operai.

L’ostacolo più grosso che diversi lavoratori hanno sollevato riguardava l’impossibilità dello stabilimento di Termini di produrre vetture autonomamente dato che pezzi importanti come il motore vengono prodotti in altri stabilimenti. L’obiezione era più che logica ma proprio qui sta il punto: l’autogestione a Termini non deve avere l’obbiettivo di circoscrivere la lotta, perchè ovviamente sarebbe destinata a fallire, ma esattamente quello di essere un esempio, un catalizzatore non solo per gli altri stabilimenti Fiat ma per tutte quelle aziende (in vertiginoso aumento) che oggi licenziano, mettono in cassa integrazione ecc. Dunque autogestire a Termini significa dimostrare a Melfi, Termoli, Mirafiori, Arese, ecc. che non solo è possibile gestire una fabbrica senza padroni; ma che è decisamente meglio! Una Termini in autogestione avrebbe il compito di terminare le 2.000 punto che ha in montaggio, venderle ad una cifra modica attraverso la costituzione di una campagna di solidarietà a livello nazionale ed internazionale, per costituire una buona cassa di resistenza, ed allo stesso tempo fare un appello ed una campagna per l’occupazione degli altri stabilimenti del gruppo  e di tutte le fabbriche che chiudono o licenziano. Questa, crediamo sia l’unica via per continuare e poter vincere la lotta. Nei primi tre mesi del 2003 lo stabilimento sarà riaperto per 5 settimane, i cancelli saranno aperti e tutte le maestranze saranno al lavoro: quello sarà il momento decisivo per agire ed occupare. Altrimenti, dopo marzo, ci sarà la chiusura definitiva e la lotta correrà il grande rischio di subire una sconfitta. Questo non possiamo davvero permetterlo. D’altra parte, nell’andare fino in fondo in questa battaglia rischiamo di perdere solamente una cosa: le lettere di licenziamento!

 

Corrispondenza da Termini Imerese

- tratto dall’ultima edizione de La Nostra Voce -

 

… Quando la nostra delegazione è giunta davanti ai cancelli, il pomeriggio dello stesso giovedì (5 dicembre, NdR), sono subito emersi da un lato la grande determinazione da parte dei lavoratori presenti a continuare la lotta, dall’altro la grande apertura e disponibilità a discutere il nostro appello sull’occupazione e l’autogestione della fabbrica. Non solo gli operai ci chiedevano i volantini, ma alcuni si offrivano di distribuirli e di affiggerne una copia nel gazebo accanto al manifesto dell’assemblea con i lavoratori argentini della Zanon.

Era tuttavia evidente che nel giorno finale delle trattative a Roma aleggiava fra i presenti una speranza, sia pure mista a scetticismo, di portare a casa un risultato positivo, alimentata nei giorni precedenti dai dirigenti sindacali.

D’altronde dopo due mesi ininterrotti di lotte e una busta paga irrisoria, l’umore era più che comprensibile. Ciò che non si può in alcun modo giustificare era l’assenza di un serio impegno del sindacato per sostenere una cassa di resistenza. Infatti, nonostante tra i lavoratori se ne sentisse l’esigenza, i dirigenti sindacali hanno sempre evitato di affrontare la questione. Gli operai hanno persino dovuto fare una colletta per comprare il megafono, perché neppure questo è stato fornito dalle confederazioni!

Quanto i lavoratori fossero disposti ad andare avanti lo dimostra la rapidità con la quale il giorno successivo, alla notizia della rottura delle trattative, si era diffusa la parola d’ordine dell’occupazione dello stabilimento: si stava generalizzando la convinzione che quel venerdì sarebbe potuto accadere qualcosa di grosso.

Tuttavia, nelle numerose discussioni nei capannelli di operai su come proseguire la lotta, è emerso in maniera evidente che se da un lato parole d’ordine come nazionalizzazione, autogestione ecc. erano circolate in maniera informale tra i lavoratori, non vi era stata alcuna volontà nei dirigenti sindacali di inziare neppure a discutere quali conseguenze avrebbe portato la rottura delle trattative. Ciò ha permesso che si creasse una situazione di disorientamento sul da farsi, situazione le cui conseguenze sarebbero state evidenti poche ore più tardi.

Il pomeriggio è il momento dell’assemblea. Sono presenti un migliaio di lavoratori. C’è attesa, la riunione sarebbe dovuta cominciare alle 15, ma nonostante la presenza massiccia delle maestranze è stata rinviata di ben tre ore perché i burocrati di Fim e Uilm dovevano “prima discutere con le segreterie”.

A tale atteggiamento gli operai hanno risposto che la discussione la si doveva fare in assemblea, con loro, non sulle loro teste. Rabbia e tensione erano palpabili. Era evidente che la burocrazia sindacale voleva prendere tempo.

L’arroganza di lorsignori è giunta all’apice quando, non soddisfatti di essere giunti con tre ore di ritardo, si sono permessi di dare la precedenza alle interviste per la stampa piuttosto che alla discussione coi lavoratori, i quali, a ragione, li hanno sommersi di fischi.

Il primo a intervenire è un dirigente della Cisl, che per mezz’ora non fa che illustrare come si sono svolte le trattative, soffermandosi sul fatto che la rottura ha avuto ragioni di metodo piuttosto che di merito, sul quale anzi, a suo dire, c’erano spunti interessanti per l’inizio di una trattativa. Il tutto lascia presagire l’ennesimo accordo separato, ma per i lavoratori è tutta aria fritta: l’accordo lo conoscevano già e l’avevano già bocciato in massa. Volevano sapere e discutere come continuare la lotta. Intervengono poi in successione un delegato Fiom, Rinaldini e Sabattini. “Correggono” il burocrate Cisl sottolineando come il problema non fosse solo di metodo, ma anche di contenuti, fanno appello all’unità, ad un vago “continuiamo la lotta”, ma null’altro.

Tutto rimane nell’astratto e nel generico e davanti ai primi lavoratori che prendono la parola sul palco per aprire la discussione, microfoni e altopalarlanti vengono smontati in fretta e furia. Far discutere i lavoratori può essere molto pericoloso.

Fra i lavoratori c’è insoddisfazione, non si sa esattamente cosa fare. Una parte di essi, sollecitati soprattutto dalle combattive donne di Termini, si presenta minacciosa davanti ai cancelli, che la Fiat, conscia del rischio di un’occupazione, aveva preventivamente chiuso. In un attimo i cancelli vengono forzati, si rompe il catenaccio e le porte vengono spalancate. A questo punto, però, l’esitazione permette ad alcuni sindacalisti di frapporsi tra i lavoratori e l’ingresso. Nessun dirigente ha il fegato di fare l’unica proposta che gli operai si aspettano: occupare la fabbrica. In un clima di generale indecisione l’attimo è perso e l’idea dell’occupazione rimane sospesa per aria.

Ancora una volta, la mancanza di una direzione disposta ad andare fino in fondo ha permesso alle burocrazie sindacali di riprendere in mano la situazione e fare da pompiere. Immaginiamo che saranno tanti gli illustri personaggi che giustificheranno l’attuale stallo nella lotta di Termini scaricando la responsabilità sui lavoratori. A costoro rispondiamo che se abbiamo di fronte una temporanea battuta d’arresto, questo è dovuto esclusivamente all’opportunismo dei vertici sindacali, i quali non hanno fatto altro che cavalcare la lotta con l’obiettivo di riportare i lavoratori alla “moderazione”.

La dura realtà è che gli operai di Termini e di tutta la Fiat sono stati lasciati soli al momento decisivo.

La lezione fondamentale che se ne evince è: non possiamo delegare nessuno per condurre la lotta. Solo la partecipazione attiva, la discussione tra i lavoratori e un fermo controllo da parte degli operai sulla direzione può garantire la vittoria.

 

Sicilia: aria di rivolta sociale

 

Il clima di radicalizzazione da Termini Imerese si è esteso a tutta la Sicilia. Impressionante è la solidarietà ai lavoratori Fiat espressa dalla popolazione in ogni manifestazione. Il blocco dello stretto ha paralizzato la città di Messina, con file chilometriche di automezzi sulle arterie principali, ma ben pochi protestavano, anzi studenti medi e lavoratori della Marinarsen, l’arsenale a rischio di chiusura, si sono uniti ai blocchi dei traghetti.

L’economia siciliana si trova in ginocchio. Significativa è la crisi dei supermercati Conad, con 1.600 posti di lavoro a rischio in tutto il sud, di cui 400 solo nell’isola. Quattro supermercati del gruppo sono in assemblea permanente nella provincia di Catania da diverse settimane.  Giovedì 5 dicembre proprio i lavoratori Conad aprivano il corteo studentesco di Catania, per la difesa del diritto allo studio e dei posti di lavoro. Organizzato dai Giovani Comunisti e dai collettivi studenteschi, ha visto la partecipazione di circa 1.500 persone. Uno degli slogan più gettonati era: “il potere deve essere operaio”, ma senza difficoltà gli studenti ne raccoglievano anche altri, ancora più avanzati: “Da Termini Imerese a Mirafiori tutto il potere ai lavoratori” che, in altri momenti è divenuto: “Da Mirafiori a Termini Imerese lavoratori alla guida del Paese”.

Non si contano le autogestioni e le occupazioni di scuole superiori, in una situazione di fatiscenza dei plessi scolastici che supera ogni limite di decenza. Il padronato e il governo pensavano di potere attaccare con facilità i lavoratori e le loro famiglie in una regione dove il Polo aveva fatto il pieno in tutte le ultime tornate elettorali. Mai calcolo fu più errato. Anzi, proprio il tradimento delle promesse e delle speranze ha scatenato una rabbia maggiore.

Sta alla direzione del movimento operaio saper organizzare tutta questa rabbia e questa voglia di cambiamento.

Roberto Sarti

 

La lotta a Cassino

 

I tagli produttivi decisi dalla Fiat hanno colpito pesantemente anche lo stabilimento di Piedimonte S.Germano (Cassino). 1.204 operai sono stati messi in cassa integrazione; a questi ne vanno aggiunti 800 “terziarizzati” che lavoravano dentro lo stabilimento e circa 6.000 lavoratori dell’indotto che risentono immediatamente, spesso senza ammortizzatori sociali, dei tagli delle commesse Fiat.

La risposta da parte dei lavoratori è stata decisa, con picchetti e blocchi stradali fin dall’una di notte che hanno garantito un’adesione totale agli scioperi. Il 4 dicembre anche una cinquantina di studenti dei collettivi universitari di Roma e di ‘disobbedienti’ hanno partecipato ai blocchi. Il 10 dicembre, in occasione dello sciopero provinciale di tutta l’industria, si è svolto un corteo a Cassino, con una partecipazione massiccia degli studenti delle scuole locali.

Quello che colpiva in tutte le iniziative era la presenza di giovani operai, di nuovi delegati, di attivisti delle aziende dell’indotto in cui il sindacato sta arrivando solo adesso. Purtroppo, però, il sindacato non sta dando indicazioni chiare su come proseguire la lotta e, soprattutto, su come far sì che questa sia efficace. Il deputato An Tofani (relatore della legge che ha mutilato l’art. 18), gli enti locali, l’azienda, il governo e compagnia bella elargiscono promesse: tra qualche mese si torna al lavoro, i sindacati saranno coinvolti per decidere la rotazione della cassa, ecc. La realtà è che il destino dei cassintegrati Fiat è legato alle sorti della Stilo station wagon; moltissimi dei giovani della Logint (esternalizzata Fiat) sono in Cfl e con queste prospettive non saranno confermati; il calo della produzione Fiat comunque avrà un duro effetto non solo sull’indotto, ma su tutta l’economia della provincia, di cui rappresenta il 30% del Pil. E’ necessario quindi coinvolgere i lavoratori, i disoccupati, gli studenti di tutta la provincia, ma anche creare legami reali con gli operai degli altri stabilimenti tramite un coordinamento nazionale democraticamente eletto.

Ion Udroiu (Roma)
 
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