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“I socialisti hanno sempre condannato le guerre fra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi (fautori e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi ci distinguiamo in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi nell’interno di ogni paese, comprendiamo l’impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressista e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime (…). E dai pacifisti e dagli anarchici noi marxisti ci distinguiamo in quanto riconosciamo la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra”. (Lenin)
La decisione di partire, nella nostra trattazione, dalla ripresa del punto di vista leniniano sulla guerra non deriva affatto da un’attenzione di maniera per la celebrazione dei principi che riteniamo fondamentali. Al contrario: riprendiamo i ragionamenti del rivoluzionario russo per una ragione di sostanza. La schiettezza con la quale, infatti, ha contrastato la lunga serie di illusioni sulle quali si è costruito il pacifismo nella sua elaborazione storica rappresenta un contributo irrinunciabile all’approfondimento di una tradizione ideale che tanto successo oggi sembra riscuotere. Dovremo essere sbrigativi sui motivi che a nostro avviso stanno alla base di tale consenso, ma non possiamo ignorarli: essi si ricollegano alle aspettative, che si generarono nel secondo dopoguerra, sulla possibilità di un superamento pacifico delle contraddizioni del capitalismo postbellico. Il carattere impetuoso della crescita economica nei paesi occidentali a partire dalla fine degli anni ’40 consolidò a sinistra la convinzione che le crisi rivoluzionarie non fossero più all’ordine del giorno; il tema della trasformazione sociale riprese ad essere coniugato nei termini del gradualismo più tradizionale, non solo dalle organizzazioni d’ispirazione riformista, ma pure dai partiti comunisti d’osservanza staliniana. L’immane tragedia della seconda guerra mondiale venne strumentalmente utilizzata, dagli ispiratori delle svariate vie pacifiche al socialismo, per diffondere l’idea che i grandi problemi dell’umanità non potessero che essere risolti pacificamente; il mito della grande intesa antifascista si estese fino alla teorizzazione di una possibile unità internazionale, da realizzare grazie all’edificazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, fra le nazioni che erano uscite vincitrici dalla “guerra di civiltà” appena conclusa: l’ONU avrebbe dovuto garantire, attraverso il mantenimento della pace, la progressiva democratizzazione delle strutture istituzionali e delle relazioni interstatuali a livello mondiale. Ben presto il mito della “pace perpetua” si rivelò, appunto, un mito: già le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki erano state, nella loro eclatante gratuità contingente, un sinistro campanello d’allarme, ma fu la guerra di Corea (1950-53) a demistificare le illusioni di quanti avevano interpretato la divisione mondiale stabilita dalle conferenze con le quali si era conclusa la guerra mondiale, come un accordo non riducibile esclusivamente al cinismo di una spartizione diplomatica. Grazie a tale intesa avrebbe dovuto affermarsi una modernità caratterizzata finalmente dalla prevalenza della politica sulla guerra, in virtù della fondazione di democrazie di tipo nuovo, connotate chiaramente in un senso progressivo. L’ONU, in questa visione, diventava il garante di un nuovo ordinamento costituzionale internazionale fondato su un’attenzione nuova dedicata al tema della pace. Ora, l’evoluzione turbolenta, dal punto di vista militare, delle dinamiche internazionali che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra avrebbe dovuto demolire rapidamente le convinzioni di tutti quei pacifisti che, con argomentazioni differenti, si erano convinti della possibilità di uscire dal pericolo della guerra semplicemente attraverso la democratizzazione delle istituzioni. Il fallimento di tale prospettiva, naufragata di fronte al prevalere degli assetti del nuovo disordine mondiale, pare invece aver convinto definitivamente i pacifisti dell’impossibilità di concepire un conflitto generale con il capitalismo, dimostratosi, a loro dire, in grado di respingere ogni assalto rivoluzionario. L’ipocrisia del pacifismo S’impone, per queste ragioni, un ritorno alla schiettezza della polemica leniniana: essa, infatti, affrontò questi temi a più riprese, con l’obiettivo di ripristinare il punto di vista rivoluzionario del marxismo di fronte alle mistificazioni del pacifismo borghese. Nella citazione con la quale abbiamo introdotto l’articolo è presente una delle tematiche fondamentali del marxismo che Lenin non si è mai stancato di ribadire: non è concepibile una battaglia risoluta contro le guerre che non si ponga contemporaneamente lo scopo esplicito dell’abbattimento dell’ordinamento capitalistico. Ancora una volta le sue parole, pronunciate ad un anno di distanza dall’esplosione della prima guerra mondiale, si propongono con una chiarezza che non possiamo non riproporre: “L’aspirazione alla pace è uno dei sintomi più importanti della delusione che incomincia a farsi strada nei confronti delle menzogne borghesi sugli scopi ‘di liberazione’ della guerra (…) Bisogna compiere ogni sforzo per utilizzare lo stato d’animo delle masse favorevole alla pace. Ma come utilizzarlo? Riconoscere e ripetere la parola d’ordine della pace vorrebbe dire incoraggiare le ‘arie d’importanza dei retori impotenti’ (e più spesso, peggio ancora: ipocriti). Vorrebbe dire ingannare il popolo dandogli l’illusione che gli attuali governi, le attuali classi dirigenti sono capaci, senza essere state ‘istruite’ (o meglio, messe da parte) da una serie di rivoluzioni, di fare una pace che soddisfi in qualche modo la democrazia e la classe operaia. Non c’è niente di più dannoso di questo inganno”. Quando nelle trincee i soldati di mezzo mondo imparavano a riconoscere la brutalità del conflitto nel quale erano stati trascinati, Lenin, alla testa di un nucleo allora ristretto di bolscevichi, rifiutava la demagogia ipocrita di coloro i quali si riempivano la bocca di belle frasi sulla possibilità di una pace democratica fra le potenze imperialiste. A suo parere, nonostante l’isolamento in cui si erano ritrovati all’indomani della capitolazione dell’Internazionale nell’estate del 1914, i rivoluzionari non dovevano alimentare alcuna fiducia sulla possibilità che una propaganda pacifista, per quanto incisiva, potesse far desistere le varie nazioni belligeranti dai propri intenti imperialisti. La conseguenza di una propaganda tutta costruita attorno all’obiettivo esclusivo della pace sarebbe stata l’impossibilità pratica di spiegare alle masse, nell’agitazione quotidiana, l’inconciliabilità fra gli interessi delle borghesie imperialiste e quelli del proletariato internazionale. C’era bisogno, a parere di Lenin, di una propaganda apertamente rivoluzionaria, e di essa c’era maggiore bisogno proprio nell’imminenza dell’inevitabile trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il dibattito sul disarmo L’intransigenza di Lenin su questi punti derivava da una serie di riflessioni sulla guerra sviluppate nell’arco di parecchi anni: la sua analisi dell’imperialismo l’aveva convinto che, nella fase di decadenza del capitalismo, le grandi potenze non potevano non alimentare una lotta armata permanente per la conservazione artificiosa dei profitti; essa doveva garantire lo sfruttamento delle colonie, il rafforzamento dei monopoli, il consolidamento dei privilegi commerciali e la conservazione di forme di oppressione nazionale di ogni specie. Il marxista russo, in sostanza, si era sempre rifiutato di considerare il problema del militarismo come slegato dalla questione più generale delle contraddizioni del capitalismo: la guerra altro non era che la continuazione della consueta politica di rapina degli imperialisti, praticata con mezzi differenti da quelli tradizionali della penetrazione diplomatica e commerciale. Pertanto lo scatenamento di azioni militari non modificava affatto la sostanza della politica di potenza dei paesi imperialisti: ne variava esclusivamente le forme. L’opposizione alle guerre guerreggiate dell’imperialismo, di conseguenza, doveva configurarsi come una continuazione della lotta tradizionale delle masse contro il capitalismo; il compito dei rivoluzionari era quello di non desistere da uno solo dei metodi della lotta di classe: “Dato che la guerra è cominciata, non si può pensare di star lontano da essa. Bisogna andarvi e fare il proprio lavoro di socialista. In guerra la gente pensa e riflette, forse, più ancora che a ‘casa’. Bisogna andarvi e organizzarvi il proletariato in vista dell’obiettivo finale, poiché è utopia pensare che il proletariato vi giunga per via pacifica”. Il confronto sulle parole d’ordine con le quali i partiti socialisti dovevano opporsi al militarismo borghese non era affatto nuovo: esso era stato al centro di tante discussioni accese fra i dirigenti della seconda Internazionale, che riteniamo corretto ricordare in considerazione della centralità di un tema ricorrente anche nei dibattiti dell’attualità: quello del disarmo. Di tale tema il movimento socialista internazionale si era occupato con passione già negli ultimi anni dell’Ottocento, ma nel 1911 era stato Kautsky, con tutta l’autorità di cui disponeva in quanto massimo teorico della socialdemocrazia tedesca, a rimetterlo al centro dell’attenzione. Egli aveva sostenuto, infatti, che la corsa al riarmo, in pieno corso nell’Europa di allora, non era affatto un elemento vitale del processo di produzione capitalistico: il processo d’internazionalizzazione degli interessi economici e finanziari aveva infatti creato le condizioni per stabilizzare gli assetti del potere capitalistico e per evitare conflitti generalizzati. Il riarmo non doveva pertanto essere considerato una necessità economica: poteva essere evitato se si fossero gettate le basi per un vasto movimento d’opinione in grado d’imporre intese internazionali finalizzate al disarmo. L’alternativa che Kautsky proponeva, sulla base delle sue teorizzazioni sui nuovi assetti capitalistici, non era più quella fra socialismo o imperialismo, ma quella fra disarmo o guerra mondiale: la sostanza delle sue tesi appariva intrisa di fiducia nella possibilità che il nuovo corso dello sviluppo capitalistico potesse consolidarsi senza la necessità del ricorso permanente a conflitti militari di natura interimperialistica. La battaglia di Lenin contro questa lettura dell’imperialismo, che oggi riecheggia in parecchi punti delle tesi di Toni Negri sull’impero, fu asperrima: “La predicazione kautskiana del disarmo, indirizzata ai governi attuali delle grandi potenze imperialistiche, è la forma più abietta di opportunismo, di pacifismo borghese, e serve di fatto - nonostante le ‘ pie intenzioni ’ dei nostri melliflui kautskiani - a distogliere gli operai dalla lotta rivoluzionaria. In effetti, per mezzo di questa predicazione, si inculca negli operai l’idea che gli attuali governi borghesi delle potenze imperialistiche non siano legati per mille fili al capitale finanziario e vincolati dalle decine e centinaia di trattati segreti (briganteschi, predoneschi, che preparano la guerra imperialistica) conclusi tra loro”. La rivendicazione del disarmo, a parere di Lenin, diffondeva oggettivamente fra i lavoratori l’idea che per sconfiggere la borghesia non fosse necessario armare il proletariato: ciò significava rinunciare del tutto all’idea della rivoluzione per via dell’avversione, “piagnucolona”, che i pacifisti nutrivano soltanto nei confronti dell’impiego delle armi, ma non nei confronti della società capitalistica: essa si presentava, invece, nel suo complesso e non solo in alcuni dei suoi aspetti più brutali, come “orrore senza fine”. Le conclusioni del suo ragionamento non erano meno drastiche: “La violenza, nel ventesimo secolo, come del resto in generale nell’epoca della civiltà, non è il pugno o il randello, ma l’esercito. Inserire nel programma il ‘disarmo’ significa pertanto dichiararsi contrari all’impiego delle armi. In questo non c’è più nemmeno l’ombra del marxismo, è come se dicessimo che siamo contrari all’impiego della violenza!”. Marx ed Engels di fronte alla guerra Tutti gli scritti di Lenin sono impregnati di questa intensità polemica nei confronti delle ipotesi di soluzione nonviolenta delle contraddizioni del capitalismo: anche per questa ragione in tempi recenti, ma non solo, presso le correnti del pacifismo posizionate più a sinistra si è affermata la tendenza a considerare il pensiero leniniano come un vero e proprio rovesciamento (questo è il termine utilizzato da Bertinotti nel suo ultimo libro “Per una pace infinita”) delle tesi fondamentali di Marx sulla questione della violenza. Questo tipo d’interpretazione, fondata sull’intenzione di recuperare una qualche forma di marxismo depurata dalle “spigolosità” del bolscevismo, si costruisce attorno all’idea che gli stessi fondatori del marxismo considerassero la pace una condizione fondamentale per la liberazione dell’umanità. Questa operazione, argomentata innanzitutto attraverso un’interpretazione spregiudicata di alcuni dei ragionamenti dell’ultimo Engels, a noi pare, e utilizziamo un eufemismo, una forzatura: non possiamo purtroppo soffermarci a lungo sulla continuità che lega, dal nostro punto di vista, il pensiero di Marx ed Engels a quello di Lenin sui temi della violenza e della guerra, ma consideriamo utile ritornare su un episodio non troppo approfondito della storia della prima associazione Internazionale dei Lavoratori, ma ugualmente significativo. Nel 1867 un gruppo eterogeneo di personalità di spicco del radicalismo europeo (fra le quali Garibaldi, Hugo, Bakunin e Lemonnier) decise di convocare il congresso costitutivo di una Lega per la pace e la libertà che avrebbe dovuto battersi principalmente per scongiurare il rischio di una guerra imminente tra Francia e Prussia. L’Internazionale venne naturalmente invitata a partecipare ufficialmente: Marx, tuttavia, polemizzò aspramente contro il programma elaborato dagli “strombazzatori della pace” e pretese che i membri dell’Internazionale intervenissero ai lavori del congresso con l’obiettivo d’introdurre un elemento di frattura fra socialisti e pacifisti. Fu così che durante le sedute di discussione si aprirono dei contrasti significativi proprio sull’emendamento, proposto dai socialisti, relativo all’esigenza di legare l’opposizione alla guerra all’impegno esplicito per la modifica dell’organizzazione sociale che si stava allora consolidando in Europa. Tali contrasti si acuirono nei mesi successivi, tanto che all’interno dell’Internazionale prevalse la convinzione di Marx: il secondo congresso della Lega venne apertamente boicottato dall’Internazionale, con l’argomentazione che lo scarso impegno per il cambiamento politico e sociale non poteva essere occultato dalle frasi vuote sul tema della pace. Engels condivise l’atteggiamento intransigente di Marx, e negli anni successivi ritornò sull’esigenza che i partiti operai non si confondessero con il movimento pacifista, la cui Lega si era dimostrata in grado di battersi solo per la pallida prospettiva degli “Stati Uniti d’Europa dei borghesi”. Quest’animosità, da parte dei fondatori del marxismo, non deve sorprendere: nella loro elaborazione teorica non c’è mai stato posto per le concezioni che postulavano la possibilità di costringere lo sviluppo sociale e politico entro i margini dell’evoluzione pacifica. Nella concezione materialistica della storia la violenza rappresenta una vera e propria “potenza economica”, in grado, in determinate situazioni, di irrobustire le capacità coattive dei rapporti di produzione oppure, in alternativa, di farli saltare in aria accorciando i tempi di passaggio ad ordinamenti sociali di tipo nuovo. Il procedere dialettico degli avvenimenti della storia presuppone l’urto brusco delle forze sociali che si confrontano: nell’arena dei rapporti di forza, per Marx ed Engels, alla fratellanza universale si contrappone di continuo la guerra sociale. Ecco perché ad Engels la fraseologia del pacifismo appariva priva di ogni sostanza: “Le chimere della repubblica europea, della pace eterna sotto l’organizzazione politica sono diventate ridicole proprio come le frasi sull’unione dei popoli sotto l’egida della libertà del commercio; (…) Solo i proletari possono distruggere la nazionalità, solo il proletariato che si ridesta può far fraternizzare le varie nazioni”. Di fronte alle guerre Marx ed Engels rifuggono da ogni pietismo per dedicarsi all’analisi lucida delle forze in campo: consapevoli che “nella storia non si ottiene nulla senza violenza e senza una ferma spietatezza”, per loro guerra e rivoluzione sono intimamente collegate, e nelle contraddizioni che si aprono con i conflitti bellici intuiscono le esplosioni delle turbolenze politiche. Il significato dell’impegno internazionalista Fu il bolscevismo, più tardi, a raccogliere l’eredità di tale impostazione rigorosa, rifiutandosi sistematicamente di confondersi con quanti si affannavano, nelle situazioni più differenti, a reclamare “la pace ad ogni costo”. Lo abbiamo già verificato a proposito del loro impegno internazionalista nel corso della prima guerra mondiale; ma già nel 1905, in occasione della guerra fra Russia e Giappone, Lenin era stato chiaro: “Non si può chiedere solo la pace, perché la pace zarista non è migliore (e talvolta è peggiore) della guerra zarista; non si può lanciare la parola d’ordine della “pace a qualsiasi costo”, ma solo quella della pace e della simultanea caduta dell’autocrazia, della pace stipulata dal popolo emancipato, da una libera Assemblea costituente, e quindi non di una pace a qualsiasi prezzo, ma di una pace che implichi il rovesciamento dell’assolutismo”. Questa è la tradizione politica alla quale intendiamo collegarci saldamente, con la consapevolezza che la lotta contro l’imperialismo presuppone, oggi come ieri, la più risoluta intransigenza classista: saremo al nostro posto, nel movimento che sta scendendo in campo contro l’aggressione imminente all’Iraq, non per elemosinare uno “sforzo diplomatico ulteriore” all’imperialismo europeo, non per invocare lo schieramento dei caschi blu a difesa di qualche norma del diritto internazionale, non per piagnucolare in vista del conseguimento di una pace “senza se e senza ma”, ma per praticare con coerenza il significato fondamentale dell’impegno internazionalista, magnificamente sintetizzato da Lenin: “Una classe oppressa che non cercasse d’imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava. Non possiamo dimenticare, a meno di diventare dei pacifisti borghesi o degli opportunisti, che viviamo in una società divisa in classi, dalla quale non si esce e non si può uscire altrimenti che con la lotta di classe e con il rovesciamento del potere della classe dominante”. |