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Come e perché i lavoratori italiani hanno perso il 20% della loro parte del reddito nazionale Il dibattito sul contratto dei metalmeccanici, del pubblico impiego e di altre categorie pone il problema della rivendicazione salariale. La Fiom ha avanzato la richiesta di un aumento salariale dell’8%, fatto che appare “scandaloso” non solo a Confindustria, ma anche a molti sindacalisti “ragionevoli”.
Ma quale è stata la vera dinamica dei salari reali in questi anni? Va detto subito che i dati sui salari e suoi prezzi sono fra i più controversi e i meno trasparenti. In particolare, è evidente che l’inflazione ufficiale soprattutto negli ultimi due anni è largamente inferiore al vero aumento dei prezzi con cui facciamo i conti tutti i giorni alla cassa del supermercato o al momento di pagare l’assicurazione dell’auto. La tabella riporta la percentuale del reddito nazionale che va al lavoro dipendente, nel corso degli ultimi 30 anni Anno % 1970 46,55 1975 52,74 1980 49,51 1981 50,62 1987 46,43 1992 47,12 1993 46,73 1994 45,14 1995 43,29 1996 43,11 1997 43,05 1998 41,10 1999 41,11 2000 40,82 La tabella mostra chiaramente gli effetti delle lotte sindacali degli anni ‘70, e non a caso il “picco” dei redditi dei lavoratori si ha nel 1975, con l’introduzione del punto unico di scala mobile. Poi comincia l’erosione, a partire dalla recessione del 1979-80. Il calo continua, ma a passo lento, e anzi tra il 1989 e il 1992 i lavoratori raccolgono qualche briciola del boom degli anni ‘80. Poi, con gli accordi di luglio del 1992 e l’abolizione della scala mobile, comincia una ritirata costante fino ad oggi. Se si tiene presente che la percentuale dei lavoratori dipendenti non è certo calata, anzi è aumentata leggermente (72,13% nel 2001) risulta evidente che gli anni ‘90 sono stati un disastro per i lavoratori italiani che hanno perso circa il 20% della loro “fetta” del reddito nazionale. Il bilancio degli anni ‘90 Mentre i salari restavano al palo, i profitti e le rendite sono schizzati alle stelle. Il grafico che pubblichiamo è allegato alle “Considerazioni finali” del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, e mostra come la precentuale dei profitti sul valore aggiunto sia letteralmente schizzata passando dal 37% circa del 1991 al 45% circa del 2001. Considerato il basso livello di investimenti, è facile capire come questo sia stato possibile: con un aumento sfrenato della pressione nei posti di lavoro; ritmi, straordinari, flessibilità di ogni genere hanno spinto in alto i profitti e la produzione. Gli anni ‘90 si dividono in diverse fasi: 1992-23: crisi e recessione; 1994-95: breve boom legato alla svalutazione della lira; 1996-98: manovre finanziarie di lacrime e sangue per entrare nell’Euro; 1998-2001: crescita trascinata dal boom degli Usa. Ora, per tutti gli anni ‘90 e in particolare nella seconda metà, vediamo una crescita significativa delle ore lavorate. La tabella si riferisce alle ore lavorative annue reali nelle aziende oltre i 50 addetti. anno ore lavorate orario contrattuale (totale settore privato) 1989 1582 1990 1581 1991 1596 1992 1594 1656 1993 1568 1655 1994 1624 1650 1995 1655 1650 1996 1634 1650 1997 1656 1649 1998 1645 1649 1999 1651 1649 2000 1658 1648 2001 1637 1647 Ore lavorate media 1991-2001 1628,91 media 1991-1995 1607,40 media 1996-2001 1646,83 Dunque vediamo che mentre l’orario “teorico”, contrattuale, vede una lieve riduzione di 9 ore annue, l’orario reale cresce in modo significativo, in particolare nella seconda metà degli anni ‘90. Fra il 1989 e la seconda metà degli anni ‘90 c’è una differenza di 65 ore annue di lavoro in più, che significano 8-9 giorni di lavoro in più all’anno. Dunque: più lavoro, salari lordi al palo. Ma non finisce qui. Tasse e redditi Negli anni ‘90 la struttura delle imposte in Italia ha subìto un notevole cambiamento. Le imposte dirette, ossia l’Irpef, sono state alleggerite per i redditi più alti e alzate per i più bassi. Inoltre le imprese hanno avuto valanghe di sgravi fiscali (legge Tremonti, Dit, ecc.). Contemporanaeamente sono fortemente aumentate le imposte indirette (Iva, tabacchi, ecc.) che ovviamente essendo uguali per tutti colpiscono molto più duramente, in proporzione, chi guadagna di meno. Ebbene, le imposte indirette come percentuale del Pil sono aumentate dall’11,1% del 1994 al 15% del 2000. Riassume così il governatore della Banca d’Italia, Fazio (fonte insospettabile di simpatie operaie): “In Italia, secondo la contabilità nazionale, nel settore privato la quota del capitale sul valore aggiunto (…) è cresciuta ininterrottamente dalla metà degli anni settanta fino al 2001, raggiungendo livelli storicamente elevati. (…) La quota dei profitti è aumentata in misura più elevata nei trasporti, nelle comunicazioni e nella produzione e distribuzione di energia, settori caratterizzati da condizioni di mercato meno concorrenziale (…) e interessati negli anni recenti da un processo di privatizzazione”. (…) Nell’intero settore privato la crescita [dei profitti - NdR] è risultata più intensa nella prima metà degli anni novanta, per poi continuare su ritmi più contenuti fino al 2001. (…) Aggiungendo gli altri introiti e sottraendo gli oneri finanziari e le imposte, la quota dei profitti è cresciuta di oltre sei punti percentuali per l’incremento del margine operativo lordo, prima, e la riduzione degli oneri finanziari, poi [cioè meno tasse e meno contributi - NdR]”. Riassunto in linguaggio normale: profitti alle stelle, meno tasse per i padroni, meno contributi versati allo Stato. Più chiaro di così… Le tasse per i redditi più alti, infatti sono costantemente diminuite, e così anche le aliquote sui profitti, come si vede da queste cifre. Anno aliquota massima aliquota sui redditi (%) sui profitti (%) 1986 62 46,4 1992 51,0 52,5 1998 46 37 Queste cifre mostrano chiaramente come il decennio della concertazione, aperto dagli accordi di luglio del 1992 sia stato in costante perdita per i lavoratori. Ma la cosa più negativa è stato che questo arretramento è stato gestito direttamente con gli accordi sindacali imposti dalle burocrazie di Cgil-Cisl-Uil. La contrattazione aziendale La Banca d’Italia fornisce queste cifre che riguardano la contrattazione aziendale nelle aziende fra 20 e 50 addetti negli ultimi 10 anni. • Nessun contratto aziendale negli ultimi 10 anni: 66,0% • Almeno un contratto aziendale: 34,0 di cui: - senza incrementi retributivi: 9,8 - con premi salariali tradizionali: 10,5 - con premi parzialmente variabili: 6,0 - con premi totalmente variabili: 7,7 di cui - senza forme di flessibilità oraria: 3,2 - con orario standard media plurisettimanale: 21,1 - orario variabile con la produzione: 11,6 - con banca ore individuale: 3,8 - con riduzione orario turnisti: 3,0 Dunque ben due terzi dei lavoratori non hanno visto ombra di contratto integrativo. Ovvio che la Confindustria voglia abolire il contratto nazionale: significherebbe togliere alla maggior parte dei lavoratori qualsiasi forma di contratto collettivo! Ma il peggio è che anche per i “fortunati” che hanno “goduto” della contrattazione aziendale, questa spesso ha significato un peggioramento delle loro condizioni. Il 96% dei contratti ha introdotto flessibilità d’orario. Per quanto riguarda l’aspetto salariale, la maggior parte degli aumenti sono stati legati all’andamento aziendale. Questo significa che ora che c’è crisi, moltissimi lavoratori rischiano di vedere svanire gli aumenti contrattati. Poco lavoro, poco fatturato, niente profitti: quindi, niente aumenti! Questa sarà indubbiamente la parola d’ordine di moltissimi padroni nel prossimo periodo. Per non parlare delle valanghe di interinali, collaboratori, “atipici” che sono entrati nelle aziende con il consenso dei dirigenti sindacali. Non a caso dopo il 1996 c’è un calo sistematico dei contributi versati: è una conseguenza indiretta dell’aumento della flessibilità. Queste cifre confermano in modo “ufficiale” quello che tutti noi sappiamo bene ogni volta che facciamo i conti di famiglia. Dopo un decennio di vacche grasse (per loro), i padroni tentano di farci pagare il conto della crisi. Ci vorrà ancora molto perché abbiano la risposta che si meritano? |