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Nazionalizzare la Fiat, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori L’appello che segue è stato distribuito in mille copie ai lavoratori di Termini Imerese e verrà diffuso nei prossimi giorni negli altri stabilimenti del gruppo Fiat e in altre fabbriche colpite dai licenziamenti. Per chi volesse unirsi alla campagna o per adesioni: email:
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telefono: 02/66225622
La crisi Fiat è arrivata al punto critico. L’azienda ha dichiarato 8mila cassintegrati a partire da dicembre, primo passo nell’applicazione del piano di ristrutturazione voluto da Agnelli e dalla General Motors. Il piano della Fiat equivale alla morte di questa azienda. Chi, come il ministro Maroni, parla di prospettive di rilancio, chi dice che in futuro i cassintegrati rientreranno non fa che gettare fumo negli occhi dei lavoratori. In base alle logiche di mercato non c’è futuro per questa azienda. Le cifre parlano chiaro: Termini Imerese chiuderà, Arese chiuderà, Cassino e Mirafiori verranno duramente ridimensionate. Ma a medio termine è in gioco il futuro di tutta la Fiat. Il taglio della produzione a Mirafiori metterà in discussione la stessa esistenza della fabbrica, poiché è impensabile che uno stabilimento così grande possa restare aperto per una produzione inferiore a 150mila veicoli all’anno. Con questo piano di ristrutturazione la Fiat verrà portata sotto la “soglia critica” di produzione che fa vivere un gruppo automobilistico. Né si deve pensare che dopo la “cura” arriverà il rilancio dell’occupazione grazie all’ingresso della GM. Al contrario, tutte le grandi case automobilistiche nel mondo sono impegnate a tagliare gli organici e a distruggere gli impianti in eccesso. Basti dire che nel settore auto su scala mondiale esiste una sovracapacità di circa 20 milioni di veicoli all’anno. Esisterebbe la capacità, in base agli impianti già esistenti, di produrre 20 milioni di auto che non possono però essere vendute. In questa situazione le misure di “rilancio” produttivo e le diverse fusioni e acquisizioni (Fiat-GM, Renault-Nissan, Daimler-Chrysler, ecc.) si fanno non per aumentare l’occupazione, ma al contrario per chiudere le fabbriche, per mangiare i pesci piccoli, per conquistare quote di mercato. Queste sono le vere cause della crisi Fiat. Come sempre, quando si mettono gli operai in cassa integrazione, si sprecano le promesse che “in futuro torneranno al lavoro”. Ricordiamoci che quando la Fiat affrontò la sua ultima grossa crisi, nel 1980, anche allora 23mila operai vennero messi in Cassa. E anche allora tutti si sbracciavano (compresi i dirigenti sindacali) a dire che sarebbero tutti rientrati entro due o tre anni. La realtà fu che di quei 23mila poche centinaia rientrarono, e nel giro di qualche anno l’occupazione nel gruppo Fiat calò di quasi 100mila unità. Gli 8mila che si vogliono cacciare a dicembre sarebbero quindi solo il primo passo nella liquidazione complessiva degli stabilimenti Fiat. Alla fine del massacro, arriverà la GM a prendersi i marchi, il mercato e quei pochi stabilimenti o spezzoni di produzione ancora redditizi… fino alla prossima crisi. Le conseguenze si faranno sentire pesantemente ben al di là delle fabbriche Fiat. I posti di lavoro a rischio nell’indotto potrebbero essere altri 20 o 30mila. Decine di migliaia di posti di lavoro cancellati nel bel mezzo di una crisi economica generale, quando tutti i settori sono in difficoltà ed è quasi impossibile pensare che vengano riassorbiti in altre industrie; con conseguenze sociali devastanti per le famiglie, per il commercio, per i giovani in cerca di occupazione. A tutto questo è possibile opporsi, come già stanno facendo i lavoratori Fiat con numerosi scioperi, presidi, blocchi, manifestazioni. Tuttavia è possibile vincere solo a due condizioni: 1. Un programma di rivendicazioni all’altezza della posta in gioco. 2. Una mobilitazione che faccia della difesa dell’occupazione in Fiat il perno di una battaglia campale, attorno alla quale coalizzare la solidarietà e l’appoggio attivo di tutti i lavoratori e di tutte le forze sociali che direttamente o indirettamente sono sotto attacco: le famiglie dei lavoratori Fiat in primo luogo, ma anche gli studenti, i disoccupati, i piccoli commercianti, i pensionati. Non esistono vie di mezzo: o lasciamo che Agnelli e la GM vedano salvaguardati i loro profitti, o salvaguardiamo la vita e il lavoro di migliaia di lavoratori. Non c’è accordo possibile. L’unica soluzione è quindi quella di togliere la Fiat dalle mani di Agnelli, nazionalizzarla senza indennizzo e porla sotto il controllo dei lavoratori. Solo su questa base è possibile impedire la chiusura di interi stabilimenti. Una Fiat pubblica e controllata dai lavoratori potrebbe allora applicare tutte le misure necessarie a tamponare la crisi: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, investimento sulle nuove tecnologie, sull’auto ecologica, sul trasporto pubblico, orientando la capacità produttiva delle fabbriche Fiat e dei lavoratori Fiat verso la soluzione e il soddisfacimento di bisogni sociali che il mercato capitalista non ha alcun interesse a soddisfare. Nel corso dei decenni la Fiat ha intascato cifre astronomiche dallo Stato. Restando agli anni recenti, basti dire che solo di Cassa integrazione tra il 1977 e il 2002 ha intascato 120 miliardi di euro, cioè 238mila miliardi di vecchie lire! Una cifra pari a tre o quattro volte il suo fatturato annuale! Negli anni ‘80 lo Stato, che era proprietario dell’Alfa Romeo, l’ha venduta alla Fiat a un prezzo che definire stracciato sarebbe poco. La fabbrica di Arese, per esempio, è stata pagata per un valore pari al solo prezzo del terreno! Oggi su quel terreno si vuole chiudere la fabbrica e si avvia una gigantesca speculazione edilizia legata al nuovo polo fieristico. Ogni volta che la Fiat investiva, trovava il modo di farsi dare migliaia di miliardi dallo Stato, che di fatto ha pagato gran parte degli investimenti nel mezzogiorno. Da ultimo sono arrivati i miliardi della rottamazione. E mentre la Fiat intascava i quattrini dello Stato, per i lavoratori ci sono stati solo peggioramenti: precarizzazione, peggioramento delle condizioni in fabbrica, tagli feroci ai salari (basti pensare a tutti i giovani assunti negli stabilimenti al sud con contratti fortemente peggiorativi). Dopo tutto questo, togliere la Fiat dalle mani di Agnelli non è un esproprio, significa solo restituire il maltolto! Il 2 dicembre, nei piani della Fiat, inizierà la cassa integrazione. È chiaro che una volta vuotati i reparti, faranno tabula rasa. Il momento decisivo si avvicina. Facciamo appello a tutte le organizzazioni sindacali, in primo luogo alla Fiom e alla Cgil, ai delegati e ai lavoratori Fiat, a tutti coloro che vogliono condurre questa battaglia: non lasciamo le fabbriche vuote in ostaggio della Fiat! L’unico modo per impedire che la ristrutturazione passi come un rullo compressore è occupare gli stabilimenti. L’unico modo per imporre la nazionalizzazione della Fiat è che gli stabilimenti colpiti dalla ristrutturazione vengano bloccati, occupati e gestiti dai lavoratori stessi. Laddove invece la Fiat continua a produrre (e spesso anche con richiesta di straordinari) si può colpire l’azienda con scioperi articolati, a scacchiera, creando il massimo intralcio alla produzione, e organizzare casse di solidarietà per sostenere i lavoratori delle fabbriche ferme. Vincere si può, attorno alla lotta della Fiat c’è già una grande solidarietà che può trasformarsi in partecipazione attiva alla lotta. Facciamo appello quindi affinché • In tutti gli stabilimenti Fiat si apra una discussione democratica che coinvolga tutti i lavoratori per discutere la parola d’ordine della nazionalizzazione. • Vengano eletti in tutti gli stabilimenti dei comitati di lotta, basati sulle assemblee. • Questi comitati si coordinino a livello nazionale e si aprano alla partecipazione di tutte quelle forze che intendono sostenere attivamente i lavoratori Fiat nella loro battaglia. • Si apra una grande campagna di solidarietà con casse di resistenza che permettano di prolungare la lotta della Fiat per tutto il tempo necessario. • Il 2 dicembre segni l’inizio di una lotta a oltranza per il lavoro, la dignità e il futuro dei lavoratori Fiat e di tutti noi. Romano Andreoli (delegato Ferrari Modena, comitato centrale Fiom-Cgil) • Paolo Brini (delegato Fiom-Cgil Smalti Modena) • Domenico Minadeo (delegato Filcea-Cgil Rsu Irce Imola) • Davide Bacchelli (delegato Fiom-Cgil Rsu Ima Ozzano-Bo) • Giampietro Montanari (delegato Fiom-Cgil Rsu Cesab Bologna) • Orlando Maviglia (delegato Fiom-Cgil Rsu Minarelli Bologna) • Ivan Serra (delegato Fiom-Cgil Rsu Rcm Bologna) • Annamaria Quadrelli• Samira Giulitti e Sara Cimarelli (delegate Fisac-Cgil Direct-Line Milano) • Nunzio Vurchio (delegato Fiom-Cgil D’Andrea Milano) • Fabrizio Parlagreco (delegato Fiom-Cgil Amisco Milano) • Stefano Pol (coordinamento nazionale Nidil-Cgil) • Rsu Ups (Milano) • Rsa Ups (Vimodrone-Mi) • Lorenzo Esposito (delegato Fisac-Cgil Banca d’Italia Milano) • Vincenzo Longhi (delegato Filcea-Cgil General Detergent Milano) • Laura Bassanetti (delegata Fisac-Cgil Aci Global Milano) • Sara Parlavecchia (coordinatrice nazionale Comitati in difesa della scuola pubblica) • Paolo Grassi (La nostra voce). (delegata interinale Nidil-Cgil Tim Bologna) |