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Rifondazione comunista e l’aggressione all’Irak Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Europa e Usa di fronte alla guerra

Il 14-15 settembre il Comitato politico nazionale del Prc ha preso posizione sul rischio di una imminente aggressione all’Irak da parte degli Usa. Nel documentto votato si fa appello alla mobilitazione contro la guerra, come è logico, ma non si indica affatto quale dovrebbe essere  il fine di questa mobilitazione. Ossia, parrebbe che l’unico obiettivo possibile sia quello di manifestare, rendere esplicita la nostra opposizione ai crimini di Bush e compagnia.

Tuttavia, in un altro passo del documento votato, si dichiara quanto segue: "La guerra sarebbe però evitabile se l’Europa sprimesse con nettezza una propria autonoma soggettività ed un progetto alternativo in grado di interloquire con le divisioni che pure vi sono negli Usa riguardo all’intervento".

Il concetto vinee ulteriormente ribadito nelle conclusioni di Bertinotti: "In una situazione per così grave e compromessa c’è sempre un ‘a meno che’ che va ricercato e agito politicamente. Questo consiste nel fatto che finalmente l’Europa si materializzi come un soggetto politico e si opponga alla guerra. L’Europa deve essere sollecitata ad ogni costo a porsi il problema".

Il nesso, quindi, è chiaro, anche se non dichiarato esplicitamente: il compito di un movimento contro la guerra è quello di fare pressione sui governi europei affinché si "smarchino" dagli Stati uniti e svolgano un ruolo di contrappeso sulla scena mondiale, garantendo così le condizioni per la pace nel mondo. Ma è veramente possibile un simile sbocco? E un mondo "multipolare", ossia nel quale gli Usa non siano l’unica superpotenza, sarebbe davvero un luogo più pacifico? Per rispondere, è necessario innanzitutto tentare di valutare le reali motivazioni della politica estera del giovane Bush.

Cause vere e presunte della guerra

Non torniamo qui sulle motivazioni propagandistiche dell’aggressione (per ora diplomatica, domani con ogni probabilità anche militare) degli Usa all’Irak. Basti dire che persino il sig. Ritter, ex ispettore Usa in Irak, repubblicano convinto, ha recentemente scritto un libro per dichiarare che l’Irak non può rappresentare alcuna seria minaccia per gli Usa. Tuttavia anche tra chi si oppone alla guerra emerge una certa unilateralità nel considerarne le cause. L’aggressione all’Irak non è, infatti, solo ed esclusivamente una guerra per il petrolio (anche se ovviamente questo gioca una parte), né tantomeno una parte di una guerra "permanente" alla quale, per motivi tutt’ora oscuri, gli Usa si sarebbero votati.

L’Irak, si dice, possiede le seconde riserve accertate di petrolio al mondo; inoltre, Bush e Cheney sono espressione delle multinazionali petrolifere nordamericane che nell’ultimo decennio sono state tagliate fuori dai contratti in Irak. Infine, vogliono combattere il rischio di una recessione economica mondiale abbassando il prezzo del petrolio e usando le commesse belliche per stimolare i mercati.

Per quanto in tutti e tre gli argomenti vi sia del vero, presi in sé non spiegano un’aggressione di questa natura. Per abbassare il prezzo del petrolio non è necessario conquistare Baghdad, basterebbe revocare l’embargo e il petrolio iracheno scorrerebbe a fiumi aumentando l’offerta su scala mondiale e abbassando il prezzo del greggio. Per conquistare contratti miliardari non sono strettamente necessari i bombardamenti, la corruzione e la pressione politico-economica hanno le stesse possibilità di giungere allo scopo. Infine, la guerra non sempre e non necessariamente funge da stimolo per l’economia. Non fu così per la prima Guerra del Golfo, (1991) che terminò in una recessione; non è stato così per la guerra in Jugoslavia e quella in Afghanistan, che non ha certo evitato l’attuale calo della produzione.

Una crisi di strategia

C’è in effetti un lato apparentemente "irrazionale" nella linea di condotta di Bush, che non si spiega alla luce di queste motivazioni, ma che può essere pienamente compreso solo analizzando la posizione generale degli Usa nel mondo, il loro ruolo e le difficoltà che hanno di fronte.

L’aggressione all’Irak è in primo luogo una avventura militare di una potenza in crisi di strategia. L’apparente "irrazionalità" della strategia di Bush, le sue improvvisazioni, l’atteggiamento ugualmente provocatorio verso nemici e alleati si spiegano solo a partire da questo assunto: l’imperialismo Usa si trova in una situazione di difficoltà, la strategia seguita negli anni ’90 è giunta ai suoi limiti. Emergono tutte le contraddizioni nel ruolo mondiale degli Usa.

In particolare in Medio oriente, gli Usa camminano sull’orlo di un vulcano. Egitto e Arabia Saudita, principali alleati nella regione, sono entrambi regimi a forte rischio e se la guerra scoppia potrebbero essere rovesciati da un movimento di massa. Non a caso un serio osservatore borghese dei fatti internazionali come Sergio Romano sottolineava come in caso di guerra fra Usa e Irak l’Arabia Saudita potrebbe andare in pezzi, la monarchia essere rovesciata e il paese frantumato con gli Usa che tenterebbero di mantenere il controllo della zona costiera.

Al tempo stesso il controllo su Israele è quantomai problematico, gli Usa vorrebbero limitare gli "eccessi" di Sharon nei Territori occupati, ma non possono fare altro che ripetere ammonimenti che il più delle volte rimangono inascoltati.

Un mondo incontrollabile

Ma non si tratta del solo Medio oriente. In tutto il mondo l’onda d’espansione dell’egemonia Usa urta contro ostacoli insuperabili. In Afghanistan la situazione è tutto fuorché sotto controllo, mentre India e Pakistan sono stati completamente destabilizzati dalle conseguenze dell’intervento americano. Nel Caucaso la Georgia, tradizionale strumento della politica estera Usa contro la Russia, è stata costretta all’accordo con Putin, il che segna un evidente arretramento della strategia Usa nella regione.

Il "cortile di casa", l’America latina, è un continente in ebollizione dall’Ecuador fino all’Argentina, un paese dopo l’altro entrano nel turbine di un processo rivoluzionario continentale quale non si vedeva da trent’anni.

Solo considerando l’insieme di questi fattori è possibile comprendere la politica estera di Bush, teorizzata recentemente in un documento fin troppo famoso (la cosiddetta National Security Strategy) e praticata in questi mesi con la dichiarazione di guerra "preventiva" contro l’Irak.

La dichiarazione di Bush si può ridurre a due concetti fondamentali. Primo: abbiamo il diritto di aggredire quando e come vogliamo qualsiasi Stato riteniamo essere "terrorista" o amico del terrorismo. Secondo: dobbiamo impedire l’emergere di qualsiasi potenza che possa domani rivaleggiare con gli Usa.

A questa dottrina si accompagnano le recenti teorizzazioni dei militari Usa sul diritto ad usare l’arma atomica su scala "limitata".

Per quanto bestiale, questa dottrina non esprime la potenza, ma la frustrazione di fronte all’incapacità, sempre più evidente, del capitalismo Usa di irreggimentare e disciplinare il mondo intero. È una dottrina di crisi e disperazione; chi parla di manifestazione della strapotenza Usa dovrebbe riflettere. La strapotenza di esprime non nella guerra, ma nella capacità di imporre la propria politica senza dover fare uso delle armi, nella capacità di "convincere", attraverso una superiorità manifesta e schiacciante, sia gli alleati che gli avversari attuali o potenziali della necessità di piegarsi ai propri voleri.

Il carattere avventurista, arrogante, miope e ignorante dell’attuale amministrazione americana non è l’espressione della volontà di rapina (che è sempre esistita) o della capacità espansiva dell’imperialismo usa. È, al contrario, la manifestazione più evidente della sua crisi profonda.

Usa ed Europa

È quindi del tutto logico che nella classe dominante europea si moltiplichino i timori per le conseguenze della politica Usa. Ad alimentare questi timori sono cause economiche, ma soprattutto politiche. L’Europa è sull’orlo del bracere mediorientale e teme di essere trascinata in un conflitto nel quale avrebbe molto da perdere e nulla da guadagnare. Da qui l’opposizione aperta (e per molti sorprendente) che Francia e Germania hanno manifestato nelle scorse settimane nei confronti di Bush.

Particolarmente significativo è quanto avvenuto fra Germania e Usa. Durante la campagna elettorale il cancelliere Schroeder ha dichiarato apertamente che la Germania non averebbe partecipato alla guerra contro l’Irak, e lo stesso ha fatto Chirac. Durante la campagna elettorale tedesca vi sono stati evidenti episodi di insofferenza verso Bush, dall’ex ministro della giustizia che lo paragona ad Hitler (poi viene costretta alle dimissioni, ma è difficile pensare che la sortita fosse avvenuta all’insaputa di Schroeder) a un oscuro deputato berlinese dell’Spd che accusa gli Usa di trattare la Germania come una provincia periferica dell’impero. Dopo la vittoria di Schroeder, l’amministrazione americana ha espresso il suo malumore rifiutando di congratularsi col vincitore mentre i portavoce tedeschi hanno reso la pariglia sottolineando come Schroeder sia stato "regolarmente e democraticamente eletto", in un chiaro riferimento alle modalità oscure che hanno portato all’elezione di Bush.

Questi screzi non sono che manifestazioni superficiali di un contrasto ben più profondo, che nei prossimi anni è destinato ad aumentare. La crisi economica internazionale, i conflitti crescenti nei mercati mondiali (dall’agricoltura all’acciaio), il conflitto fra euro e dollaro, sono tutte indicazioni della crisi crescente delle relazioni internazionali, una crisi che inevitabilmente inasprirà i rapporti fra gli Usa e molti paesi europei e che si rifletterà anche nella crisi delle alleanze internazionali (a partire dalla Nato) e dell’Onu.

Impotenza dell’Europa

Sarebbe tuttavia sbagliato parlare dell’Europa, del capitalismo europeo, come di un tutto unico, mosso da un interesse comune. Oggi l’Unione europea può fare ben poco di fronte agli Usa oltre a manifestare i propri malumori. Per questo motivo è probabile che alla fine, se Bush deciderà di andare fino in fondo nell’aggressione all’Irak, riuscirà a ottenere una copertura "legale" nell’Onu anche da parte di quei paesi che, come la Francia, hanno manifestato opposizione.

Il motivo dell’impotenza europea è presto detto. Per seguire una propria politica sullo scenario mondiale, è necessario averne i mezzi. Oggi l’Unione non possiede né gli strumenti militari, né quelli diplomatici per farlo. Si parla di integrare l’industria militare, di investire congiuntamente nelle nuove tecnologie, di costruire un corpo di spedizione di 60mila uomini per missioni "di pace"; i tentativi di percorrere questa strada indubbiamente proseguiranno, e saranno causa di nuovi conflitti e attriti con gli Usa.

Ma è un fatto che ogni tentativo di contrapporsi unitariamente agli Usa da parte dei paesi europei apre spaccature profonde nella stessa Europa. Rimane a tutt’oggi valido quanto scrivevamo durante il conflitto in Afghanistan: divisi, i paesi europei sono impotenti; uniti, si paralizzano a vicenda.

La divisione in campo europeo, con la Germania e la Francia che si dichiarano contro l’attacco mentre Italia, Spagna e Gran Bretagna si schierano con gli Usa testimonia una volta di più la correttezza di questa valutazione.

Gli Usa e l’integrazione europea

Questo non toglie, tuttavia, che un settore delle borghesie europee sarà spinto una e più volte a cercare la strada per emanciparsi dalla tutela Usa. E questa strada, obbligatoriamente, passa per la ricerca di una maggiore integrazione tra i principali paesi europei, in particolare Francia e Germania. O questo, o rassegnarsi all’emarginazione in un mondo nel quale la competizione pacifica e la collaborazione internazionale verranno messe sempre più in discussione dagli antagonismi feroci che si stanno accumulando su scala mondiale.

In passato, nel primo periodo della Guerra fredda, gli Usa favorirono il processo di integrazione europea perché questa avveniva sotto l’ombrello nucleare Usa, non metteva in discussione l’egemonia americana ma era svolgeva una funzione utile nella contrapposizione con l’Urss. Soprattutto, la Germania, principale paese europeo, era divisa in due e ridotta a una nullità ("gigante economico, nano politico e militare" si diceva allora).

Oggi le condizioni sono radicalmente diverse e un su basi capitalistiche un processo di integrazione europea sarebbe fatalmente destinato a confliggere con gli Usa sia sul terreno economico che su quello militare.

Non è questa la sede per analizzare i limiti e le contraddizioni che marcano da sempre i tentativi di integrazione europea, limiti che rendono insuperabili su basi capitaliste gli attuali confini degli Stati europei. Quello che qui vogliamo sottolineare è come nelle nuove condizioni la bandiera dell’integrazione europea potrebbe essere agitata da un settore della classe dominante come una bandiera antagonista, o perlomeno alternativa a quella Usa, al preciso scopo di influenzare i movimenti di opposizione alla guerra, di reclutarne la leadership, di disinnescarne la carica potenzialmente rivoluzionaria e anticapitalista, in una parola di farli deragliare o addirittura di farsene uno strumento. Per un partito comunista essere ambigui su questo terreno significa quindi giocare col fuoco.

Un’Europa disarmata?

Ma l’Europa che noi vogliamo, risponde Bertinotti, è un’Europa pacifica, neutrale e disarmata, "una Europa che si sottragga per scelta all’utilizzo della forza e che attivamente proponga pratiche noviolente anche sul quadro internazionale" (così Gennaro Migliore, responsabile Esteri del Prc nel suo intervento al Cpn). Ancora una volta, pii desideri al posto di un’analisi sobria della realtà. L’Europa "pacifica e disarmata" è già esistita, o meglio è esistito qualcosa che in qualche modo vi assomigliava. Era l’Europa del dopoguerra, che doveva essere pacifica o perché sconfitta nella guerra (Italia, Germania), o perché in fase di declino (Francia, Gran Bretagna), che era parzialmente disarmata perché sottoposta alla tutela nucleare degli armatissimi Stati uniti d’America, ed era relativamente "pacifica" perché impotente in un mondo suddiviso fra Usa e Urss. Tutto questo non impedì le guerre della Francia, della Gran Bretagna, del Portogallo, della stessa Italia, condotte sia in proprio che in collaborazione con gli Usa.

Oggi tutti coloro che aspirano a una maggiore integrazione europea mettono in primo piano la necessità di armarsi fino ai denti per poter competere ad armi pari in un mondo nel quale la lotta per il dominio si svolgerà tra enormi blocchi continentali. E non si tratta necessariamente di politici guerrafondai ed estremisti della destra aggressiva, ma anche di pacifici, colti, istruiti e tolleranti dirigenti di centro e persino di centrosinistra. Una citazione per tutte, dal libro Le sfide dell’Europa, scritto da due tipici rappresentanti di questa linea di pensiero, che dopo aver aspramente criticato l’incapacità dell’Unione europea di dotarsi di una politica estera e di difesa comune, continuano soavemente: "Sarebbe anche necessario superare le interdizioni e i divieti imposti a Paesi come l’Italia, che hanno aderito a suo tempo al Trattato contro la proliferazione nucleare, nonché le resistenze interne, frutto di condizionamenti ideologici in gran parte superati, ma ancora presenti nell’immaginario collettivo". Eccolo qua il vero volto dell’integrazione europea nelle aspirazioni della classe dominante! Ma poiché sarebbe sconveniente mostrarlo troppo apertamente, ben vengano i pacifisti di tutto il mondo con le loro richieste di un’Europa "pacifica e disarmata, ponte fra i popoli e le culture".

Così, il conflitto in Medio oriente mette in luce una volta di più la completa instabilità dei rapporti internazionali, la profonda rottura dell’equilibrio capitalistico nel suo insieme e nelle sue varie facce: economica, diplomatica, militare, sociale. In queste acque tempestose dovrà muoversi e lottare il movimento operaio dei prossimi anni. La crisi del predominio incontrastato degli Usa non aprirà le porte a un pacifico mondo "multipolare", ma a una nuova fase di anarchia e di incertezza nei rapporti internazionali, paragonabile a quella che portò alle due guerre mondiali nel secolo passato. Oggi come allora, il primo e fondamentale punto di riferimento per i comunisti e per tutti coloro che vorranno battersi contro questa barbarie avanzante dovranno essere la solidarietà di classe al di sopra di ogni confine, il rifiuto intransigente di lasciarsi arruolare nell’interesse di alcuno dei campi imperialisti in competizione e scontro, quali che siano gli abbellimenti si cui si adorneranno, la solidarietà e l’appoggio ai popoli sfruttati e aggrediti dall’imperialismo, e soprattutto la riaffermazione della prospettiva rivoluzionaria e socialista come unica reale alternativa al declino di questa società.

Questo declino troverà indubbiamente un’espressione acuta nel continente europeo, precisamente per la frantumazione politica che non permette al capitalismo del nostro continente di competere ad armi pari sullo scenario mondiale. Il capitalismo europeo può imboccare solo due vie: o un ulteriore scivolamento ai margini della scena mondiale, con la conseguente decadenza economica e sociale; oppure una nuova esplosione imperialista, un tentativo di riconquistare un ruolo mondiale a prezzo di nuovi e più aspri conflitti, sia interni che esterni. Sullo sfondo di un capitalismo in piena crisi, entrambe queste prospettive confermano la prospettiva tracciata da Lenin quasi un secolo fa: su basi capitaliste, l’unificazione europea è un’utopia reazionaria.

La classe operaia non ha nulla da scegliere tra queste due strade. Non esiste una strada verso la pace che non sia quella del rovesciamento del capitalismo. Né l’Onu, né l’Europa, né alcuno degli attuali attori sulla scena può portare il mondo a nuovi rapporti pacifici. Tutto quello che possono fare è inventare nuove menzogne per coprire i loro interessi, nuova propaganda per preparare la prossima guerra, nuove falsificazioni per intossicare la coscienza delle masse.

 
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