T. Occhiuto: È una situazione drammatica per i lavoratori. È stata gia avviata la procedura di mobilità. Naturalmente quest’ultima è finalizzata al licenziamento. Da parte dell’azienda non c’è nemmeno la volontà di arrivare ad un accordo. Il piano di ristrutturazione dell’azienda verte su sette punti, i cui elementi cardine sono rappresentati: 1) dal cambio di contratto – si passa dal contratto dei chimici a quello del legno - , 2) riduzione del salario del 30%, 3) esubero di 30 unità lavorative.
Quali sono state le motivazioni dell’azienda per questo piano di ristrutturazione?
T.O.: L’eccessivo aumento del costo del lavoro. La concorrenza infatti riesce a ridurlo in quanto applica il contratto del legno.
Con questo contratto l’orario lavorativo passa da 37,45 ore settimanali con il contratto dei chimici a 40 ore settimanali con il contratto del legno, diminuisce il premio di produttività così come il salario, ci sono condizioni più svantaggiose per il trattamento pensionistico. Tutta una serie di fattori che vanno a ledere gli interessi dei lavoratori. In realtà il vero obiettivo dell’azienda è quello di chiudere e licenziare, per poi riaprire concedendo condizioni di lavoro peggiori.
Ritorniamo indietro nel tempo, da quando sono iniziati i problemi di esubero del personale?
T.O.: La società è stata divisa in tre tronconi: Ledorex per la produzioni dei pannelli, Legnochimica per il tannino e Legnoservice per la gestione e l’acquisto delle materie prime. Nel 1997 la Legnochimica presenta un corposo progetto per la realizzazione della centrale a biomassa per la produzione di energia. Fu concesso dallo stato e dall’Ue un finanziamento di 40 miliardi di vecchie lire. Nonostante la costruzione della centrale, che sarebbe dovuta servire ad abbattere i costi di produzione, la situazione secondo l’azienda non migliora. Il gruppo Battaglia vende la centrale all’azienda EVA, controllata dal gruppo Falck. Si arriva ad un accordo dove 61 lavoratori vengono posti in mobilità fino a un massimo di quattro anni, per poi essere accompagnati alla pensione. Non paghi di questi enormi sacrifici da parte dei lavoratori, l’azienda dopo sei mesi chiede ancora di abbassare il costo del lavoro con la procedura di mobilità che scadrà il prossimo 12 ottobre con il licenziamento.
Qual è la posizione dei sindacati, cosa proponete?
T.O.: Dal 1992 abbiamo rinunciato ai contratti integrativi, Nel 1997 il premio di produzione è stato trasformato in 14° mensilità per futuri investimenti, oggi non siamo più disponibili a rinunciare a una parte di salario, né a nuovi licenziamenti. Abbiamo cercato di coinvolgere le istituzioni. Il Comune oltre ad esprimere la propria solidarietà, vorrebbe che la trattativa si spostasse al ministero dell’Industria. La mediazione della regione fino ad oggi non è andata a buon fine, per una serie di malintesi, ma anche per il rifiuto netto della proprietà aziendale di incontrare i sindacati e i rappresentanti dei lavoratori. Addirittura siamo stati denunciati dal gruppo EVA perché non facevamo entrare mezzi privati all’interno della fabbrica in assemblea permanente, ma le forze dell’ordine non sono intervenute. Noi siamo sempre disponibili ad incontrarci con l’azienda per cercare di arrivare ad una soluzione positiva della vertenza.
Si potrebbe proporre la riduzione dell’orario a parità di salario per evitare gli esuberi?
T.O.: Una proposta del genere sarebbe molto positiva per noi lavoratori, ma sicuramente sarebbe avversata dalla proprietà aziendale, non l’accetterebbero.
La Legnochimica impiega 110 lavoratori, con un indotto di quasi 800 posti, avete cercato di coinvolgerli nella lotta?
T.O.: In parte sono stati coinvolti.
La Legnochimica è l’azienda più importante dell’intera provincia di Cosenza, si potrebbe cercare di allargare la mobilitazione con lo sciopero generale di tutto il comprensorio?
T.O.: Non so se i lavoratori accetterebbero di fare un altro sciopero oltre a quello del 18 proclamato dalla Cgil. Le forze politiche, in particolare della sinistra, non hanno dato un grosso aiuto, oltre alla solidarietà formale. Per arrivare a una mobilitazione di questa portata è necessario prima sensibilizzare e creare una coscienza finalizzata alla solidarietà tra i lavoratori. Anche perché se chiude la nostra azienda questo rappresenterebbe un campanello d’allarme per tutti gli altri lavoratori del territorio, con una diminuzione dei diritti di tutti. Viviamo con lo spettro della disoccupazione e della povertà. Se non riusciremo a risolvere positivamente la vertenza entro il 12 ottobre, saremo tutti licenziati.