|
Contro i licenziamenti nazionalizzazione sotto il controllo operaio! La profonda crisi del capitalismo a livello mondiale si sta traducendo in un vero e proprio bollettino di guerra per i lavoratori. Partendo da Enron per arrivare alla British Airline, passando per Siemens, Motorola ecc. la sinfonia è una sola: licenziare.
L’industria dell’auto è uno dei settori nell’occhio del ciclone; una crisi di sovrapproduzione coinvolge tutte le case automobilistiche (si pensi ai 35mila licenziamenti annunciati dalla Ford, o alla crisi di Daewoo e Volkswagen) e vede oggi la Fiat come il malato terminale destinato a fare da apripista nello stillicidio di posti di lavoro. La politica della Fiat "Una fase iniziale di forte riduzione dei costi e di rilancio della gamma dei prodotti" con "l’obiettivo di riposizionare l’azienda sul mercato e rilanciare la domanda". Tradotto : licenziare, licenziare e ancora licenziare. Le aziende italiane hanno visto i margini di profitto aumentare mediamente del 200% nei 4 anni precedenti il 2001, e che ora ringraziano licenziando; e come sempre la Fiat dà inizio alle danze. Nelle scorse settimane il Lingotto ha annunciato 5.800 esuberi che col passare dei giorni sono arrivati fino alla cifra odierna di 8mila. Ci sono due stabilimenti, Termini Imerese e Arese, che rischiano la chiusura completa, a Cassino si vuole tagliare un quarto degli addetti e Mirafiori vedrà probabilmente la propria produzione ridimensionata di almeno i 3/5, per un taglio totale della capacità produttiva di un 20-30%. Se oltre a ciò aggiungiamo le migliaia di dipendenti in cassa integrazione ordinaria che si trasformerà, con la dichiarazione dello stato di crisi, in straordinaria (e dunque in sicuri licenziamenti) e i contratti precari che non verranno confermati, e se consideriamo le ripercussioni che la crisi avrà sull’indotto, la cifra reale dei licenziamenti arriverà ad oltre il doppio di quella preventivata: stiamo parlando di forse 30mila lavoratori buttati in mezzo alla strada! Alla fine del massacro, entrerà la General Motors a prendere i marchi e qualche spezzone di produzione ancora redditizio. La paralisi della Fiom La firma da parte di Fim e Uilm, la scorsa estate, dell’accordo separato che prevedeva oltre 2.800 licenziamenti, puntualmente smentito e calpestato dalla dirigenza aziendale, ci rivela come questi burocrati siano senz’altro più propensi alla salvaguardia del conto corrente di casa Agnelli che non al futuro degli operai. In quell’occasione bene ha fatto la Fiom a non accettare l’ennesima capitolazione e a dare inizio alle mobilitazioni. Tuttavia, data la situazione, il semplice rifiuto di un accordo non può essere sufficiente; né tantomeno ci si può limitare a dire "no alla mobilità"; è necessario passare al contrattacco. Ma è proprio da questo punto di vista che emergono tutte le nostre critiche e perplessità nei confronti di una dirigenza, quella del nostro sindacato, che nel momento di fare proposte proprie e concrete ci pare disorientata e paralizzata. La Fiom in tutti questi mesi si è limitata a denunciare la mancanza di un piano industriale che possa rilanciare l’azienda, ventilando anche la possibilità di trovare altri acquirenti del complesso industriale, senza voler capire che a tutt’oggi, se si seguono le logiche del capitalismo, fare profitti alla Fiat significa una cosa sola: massacrare i lavoratori; a prescindere che ne sia proprietario Agnelli, General Motors o qualsiasi altro padrone al mondo. La situazione drammatica che ci troviamo di fronte dimostra come per risolvere questa crisi non esistano vie di mezzo: o loro o noi. O lasciamo che i padroni della Fiat vedano salvaguardati i loro profitti, o salvaguardiamo migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Le due cose insieme non sono possibili. Per questo l’unica via d’uscita per risolvere la crisi Fiat senza licenziamenti, è quella di rivendicarne l’esproprio senza indennizzo e la nazionalizzazione sotto il controllo operaio, applicando altresì una scala mobile sull’orario, volta alla riduzione progressiva dell’orario di lavoro a parità di salario fino al riassorbimento di tutto il personale in esubero. Un piccolo promemoria Molti hanno bollato la proposta di Bertinotti di nazionalizzare la Fiat come assistenzialista e contraria all’efficienza economica. Ricordiamoci allora alcuni fatterelli sulla storia della Fiat. La Fiat è l’azienda che è diventata gigante grazie alle commesse belliche e al legame col regime fascista; è l’azienda che nel dopoguerra assumeva gli squadristi per fare spionaggio antisindacale nei reparti per poter licenziare i militanti della Cgil e del Pci; è l’azienda che si è fatta pagare dallo Stato gran parte dei suoi investimenti; è l’azienda che si è fatta vendere per due lire (che ha pure tentato di non pagare) dall’Iri l’Alfa Romeo (presidente dell’Iri al tempo: Romano Prodi), distruggendo poi migliaia di posti di lavoro (Arese è passata da 12mila a 2mila operai); è l’azienda che solo di Cassa Integrazione ha ricevuto fra il 1977 e il 2002 qualcosa come 120 miliardi di euro; è l’azienda che si è fatta regalare i soldi della rottamazione, che per aprire gli stabilimenti al sud (chiudendo quelli al nord) ha ottenuto sgravi fiscali, deroghe al ribasso ai contratti nazionali, facilitazioni di ogni genere. Una nazionalizzazione non sarebbe un esproprio, ma piuttosto la restituzione del maltolto! Quale genere di nazionalizzazione? Tuttavia, anche parlare di "nazionalizzare" non basta, perché non tutte le nazionalizzazioni sono uguali. Lo Stato più e più volte ha nazionalizzato delle industrie in crisi su ordine e per conto dei padroni, al fine di venir loro in soccorso e salvarli dalle contraddizioni del loro stesso sistema capitalistico. Ma nazionalizzazioni di questo genere non significano null’altro che far pagare i costi delle crisi aziendali ai lavoratori medesimi (socializzando le perdite attraverso le spese statali), per poi vedere le stesse imprese, una volta risanate, vendute per quattro soldi (come fu per Arese) agli stessi padroni cambiatisi d’abito. Non è affatto impensabile che, se per una qualche ragione la GM non dovesse acquistare Fiat, lo Stato decida di intervenire. Perciò è centrale rivendicare che la fabbrica sia posta sotto il controllo dei lavoratori e non di una qualsivoglia squadra di burocrati statali che non avrebbe altro compito che fare il lavoro sporco per conto della borghesia e riservirgli poi il gioiellino "risanato" e "competitivo" su un piatto d’argento. Basta con gli inganni, le fabbriche devono essere gestite da e per conto dei lavoratori nel loro insieme! Quale mobilitazione La portata della battaglia e della posta in gioco necessitano metodi e gestione di lotta conseguenti. L’imponente mobilitazione avvenuta mercoledì 9 ottobre a Termini Imerese ci dà un esempio importante e ci rivela tutta la determinazione dei lavoratori ad andare fino in fondo nella difesa del proprio posto di lavoro. L’acutizzarsi della crisi impone una svolta immediata nei metodi di lotta. Non è possibile limitarsi a fare scioperi a spizzichi e bocconi come finora ha fatto il nostro sindacato: si rischia solo di snervare e deludere i lavoratori. È necessario costruire un comitato permanente di lotta eletto da tutti i lavoratori del gruppo nei vari stabilimenti; è necessario attuare un piano di mobilitazioni a tappeto che abbia come obbiettivo l’occupazione degli stabilimenti, e l’autogestione della produzione da parte degli operai stessi assieme a tecnici, ingegneri ed impiegati. Non possiamo aspettare l’intervento dello Stato, perché lo Stato dei padroni non ha intenzione di dare la fabbrica in mano agli operai. Perciò la Fiat potrà essere nazionalizzata sotto il controllo operaio solo se i lavoratori metteranno lo Stato davanti al fatto compiuto di un’azienda autogestita e di una lotta a oltranza. La crisi Fiat sta diventando uno dei punti decisivo dello scontro sia sindacale che politico. Attorno alla lotta della Fiat si può raccogliere un appoggio enorme, come dimostra la mobilitazione di Termini Imerese, che coinvolge l’intera città. Quello che accade in Sicilia può ripetersi in tutta Italia, facendo della lotta per l’occupazione in Fiat un volano che porti su un piano più avanzato tutte le lotte già in corso, da quella per l’articolo 18 al contratto dei metalmeccanici. In un contesto di crisi economica, nel quale saranno sempre di più le aziende che tagliano, chiudono o licenziano, le parole d’ordine dell’esproprio e del controllo operaio diventano uno dei terreni decisivi su cui i comunisti devono investire per avanzare la prospettiva di una società senza padroni, nella quale la produzione venga gestita democraticamente dai lavoratori e nella quale finalmente le capacità tecniche, il capitale, la scienza e la tecnologia non siano più strumenti di sfruttamento ma diventino la leva per migliorare la vita di tutti. |