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Scritto da Paolo Grassi, Orlando Maviglia   

È ora di lanciare la riscossa

Il percorso per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici si è ormai avviato, in una fase di scontro con governo e padronato tale da rendere questa categoria, ancora una volta, punto di riferimento per tutti i lavoratori.

In gioco, infatti, non è un semplice rinnovo del biennio economico-normativo, che vedrà comunque la presentazione di piattaforme separate tra le tre confederazioni; l’attacco che i padroni e il loro governo intendono portare a fondo, sfruttando questa vertenza e la capitolazione annunciata di Fim e Uilm, è un attacco al contratto nazionale stesso quale strumento principale di tutela e di avanzamento per tutti i lavoratori, sul piano economico e sociale. Di contro il contesto sociale in cui cade lo scontro ci offre l’opportunità di lanciare una piattaforma che potrà segnare il futuro non solo di questa categoria ma di tutta la classe operaia del paese.

La recessione economica, il conflitto sociale in campo, la rottura storica tra Cgil, Cisl e Uil (iniziata proprio sullo scorso rinnovo contrattuale dalla Fiom) sono tutti ingredienti per una miscela esplosiva.

La recessione

Il contesto economico è il peggiore dal ‘74. La crescita prevista del prodotto interno lordo (Pil) è dello 0,6%, (una ricerca della Banca centrale europea del 2000 individuava in una crescita economica del 5% per almeno 4 anni consecutivi la prima condizione per aumentare in modo dignitoso l’occupazione e i salari). Per il 2003 gli economisti seri prevedono una vera e propria recessione.

La produzione industriale è calata del 7%, solo la Fiat ha perso negli ultimi cinque anni oltre il 10% del mercato nazionale (dal 33% al 23% del mercato italiano, mentre il marchio Alfa Lancia dal 9% al 4%). L’inflazione reale va ben al di la del 2,6% dichiarato dall’Istat. I trasporti hanno subito aumenti intorno al 4%, i libri scolastici del 5%, e le assicurazioni auto viaggiano sul 12%.

Inoltre la crisi internazionale e la prossima guerra all’Iraq preparano nuove speculazioni sulle materie prime e in particolare sul petrolio.

La crisi Fiat è solo il primo segnale della crisi in cui stiamo entrando. I nuovi 8mila lavoratori dichiarati in esubero sommati agli oltre 40mila esuberi previsti nell’indotto fanno riesplodere il problema della crisi occupazionale. Davanti a una prospettiva del genere le chiacchiere stanno a zero. O prendiamo in mano in modo deciso il nostro destino o i padroni ci faranno pagare ancora una volta il prezzo della crisi.

La Fiom e i lavoratori

Ma le novità non si fermano qui. La Fiom, con il rinnovo del contratto (nella parte economica) dell’anno scorso e la Cgil quest’anno sulla questione dell’articolo 18, per la prima volta da quasi trent’anni rompono l’unità di vertice con Cisl e Uil.

Avvenimento eccezionale che come hanno dimostrato i lavoratori in questi mesi preoccupa fondamentalmente solo quei dirigenti che in questi anni hanno accettato ogni tipo di cedimento con la scusa che bisognava preservare l’unità tra i sindacati a qualunque costo. L’unità per far quello che volevano, per nascondere la loro codardia davanti al padrone. Una falsa unità che niente ha da spartire con quella che da sempre ha contraddistinto i lavoratori nelle lotte decisive.

La rottura dell’unità di vertice ha mostrato chiaramente che i lavoratori, anche quelli iscritti a Cisl e Uil, sono disposti a lottare ugualmente se ne vale la pena.

Ma per creare le condizioni per un vero seguito di massa è necessario un programma per il quale valga veramente la pena di intraprendere una lotta che inevitabilmente sarà dura e prolungata.

L’esperienza recente della Fiom da questo punto di vista ci può insegnare molte cose.

Nel giugno dell’anno scorso, dopo alcuni scioperi unitari, Fim e Uilm firmano l’accordo con i padroni. La Fiom non ci sta, rompe l’unità di vertice e convoca lo sciopero nazionale della categoria da sola per rilanciare la piattaforma che fino a qualche giorno prima difendeva con Fim e Uilm.

Contemporaneamente inizia la raccolta di firme nelle fabbriche per costringere gli altri sindacati a indire un referendum sull’accordo (alla fine saranno raccolte oltre 350mila firme).

A novembre viene fatto il secondo sciopero nazionale, sarà l’ultimo, da quel momento in poi sulla vertenza cala il silenzio, il vertice della Fiom decide in modo unilaterale che la vertenza nei fatti si è chiusa con un nulla di fatto, le firme raccolte rimarranno lettera morta.

I motivi del fallimento risiedono nella piattaforma difesa e le direttive impartite per organizzare le lotte. Direttive estremamente inadeguate rispetto alla battaglia intrapresa. Il gruppo dirigente non ha voluto trarre le dovute conclusioni della scelta fatta. Rompendo, giustamente, con Fim e Uilm avrebbe dovuto rilanciare una piattaforma adeguata alla nuova situazione. Aumenti salariali dignitosi e lotta alla flessibilità per incominciare. Il tempo per fare questo c’era, ciò avrebbe consentito di mantenere vivo l’ambiente riscontrato a luglio tra i lavoratori.

Invece decisero di difendere la piattaforma condivisa fino a poco prima con Fim e Uilm, piattaforma decisamente poco entusiasmante, già frutto di compromessi con gli altri due sindacati proprio per evitare la rottura che poi si è consumata comunque.

In un settore dove la maggioranza dei lavoratori non arriva a 900 euro di stipendio, era necessario offrire decisamente di più dei 10 euro di differenza rispetto al contratto firmato da Fim e Uilm.

Nonostante ciò all’inizio c’è stato un gran seguito. A luglio migliaia di lavoratori anche iscritti a Fim e Uilm sono scesi in piazza. Molti delegati rompevano la disciplina verso le proprie organizzazioni sindacali scioperando. Lentamente ma inesorabilmente, nonostante lo scatto d’orgoglio iniziale, i vertici hanno mostrato i propri limiti e l’incapacità che li ha contraddistinti in questi anni. Anche i metodi di lotta proposti, con due scioperi a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro, sono una palese dimostrazione di questi limiti.

La prima lezione che si deve trarre da questa esperienza è che la piattaforma deve essere decisa e gestita dalla base, nessun dirigente può ricevere un mandato in bianco.

Quale piattaforma

Le linee guida, licenziate all’ultimo comitato centrale della Fiom, centrano la piattaforma su tre punti fondamentali: salario, lotta al precariato e democrazia sindacale. Una scelta assolutamente condivisibile, soprattutto perché proprio su questi terreni la politica concertativa degli ultimi 10 anni ha determinato i più gravi arretramenti, per i metalmeccanici come per l’intera classe lavoratrice. Meno condivisibile un’ambiguità di fondo, contenuta nel testo della risoluzione e nei commenti dei suoi autori, che a nostro avviso rischia di compromettere l’esito della lotta.

A cominciare dalla questione salariale, la formulazione di una nuova richiesta di aumento basata unicamente sui criteri dell’inflazione attesa e della produttività di settore indica la mancanza, all’interno del gruppo dirigente, di un serio bilancio critico dei fallimenti della politica dei redditi. Per quanto, dopo moltissimi anni, una richiesta di aumento intorno all’8% non riparametrata, quindi uguale per tutti, rappresenta un passo avanti rispetto al passato, la subalternità del criterio con il quale viene formulata alle compatibilità "macroeconomiche" significa rinunciare ancora una volta alla centralità delle esigenze sociali della classe lavoratrice, quale unico criterio della rivendicazione salariale. Da un lato la difesa del potere d’acquisto e dall’altro il miglioramento concreto delle condizioni di vita dei lavoratori, oggi pesantemente sotto attacco da parte della classe dominante.

Per questo è necessario battersi, a partire da questa vertenza, per aumenti salariali del 20%, uguali per tutti, anche per recuperare il deficit salariale accumulato negli ultimi 10 anni dalla maggioranza dei lavoratori, soprattutto gli operai dei livelli più bassi. Considerando anche gli attacchi subiti dallo stato sociale che in questi anni ha reso sempre meno accessibili servizi pubblici come la sanità, gli asili, la scuola pubblica e l’università. Secondo i dati della Banca europea i salari italiani sono il 17% al di sotto della media europea e il 43% al di sotto dei salari tedeschi. Aumenti che non devono essere scaglionati ma devono essere inseriti subito in busta paga. Occorre inoltre garantire il potere d’acquisto dell’intero salario contrattato attraverso un meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione reale con rivalutazioni trimestrali, la scala mobile. Alla fine della trattativa devono essere riconosciuti tutti gli aumenti pregressi da gennaio 2003. Dobbiamo smetterla di delegare ai contratti di secondo livello eventuali miglioramenti economici che vadano al di la del semplice recupero dell’inflazione. I contratti integrativi tra i metalmeccanici riguardano meno di un terzo dei lavoratori, e comunque grazie al fatto che i criteri per ottenere gli aumenti aggiuntivi devono essere legati all’andamento del mercato, spesso si verifica che i lavoratori attraverso gli integrativi prendono molto meno di quello prospettato al momento dell’accordo. Rivendichiamo la quattordicesima per tutti.

Per quanto riguarda il precariato l’obbiettivo deve essere quello non di arginare ma di eliminare il problema: non la revisione delle percentuali previste per l’insieme dei contratti temporanei a qualsiasi titolo o la rivendicazione di "limiti temporali massimi". Coinvolgendo tutte le categorie e tutta la confederazione, ci si deve battere per l’abolizione definitiva del pacchetto Treu e di tutte le forme atipiche di assunzione previste, chiedendone la trasformazione immediata in contratti di lavoro a tempo indeterminato. A parità di mansione stesso salario.

Una piattaforma di svolta è una piattaforma che rompe con il passato. Quindi una piattaforma innovativa che inserisce nelle sue rivendicazioni tutti quegli elementi che possono risolvere i disagi, i soprusi subiti dai lavoratori in questi anni. Così facendo potremo velocemente guadagnare ampi consensi tra tutti i lavoratori che potranno prendere a modello le nostre rivendicazioni unendosi alla lotta.

Per fare ciò è necessario rivendicare un salario minimo intercategoriale di 900 euro. Questo sarebbe di aiuto per l’unificazione con le categorie più deboli che spesso non riescono a portare avanti le proprie rivendicazioni e rimangono alla mercé del padrone forte della loro frammentazione.

Riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario, (32 per i turnisti), rivendicazione che insieme alla lotta contro la flessibilità potrà aiutarci ad attirare le simpatie di chi un lavoro non ce l’ha.

Fine del lavoro notturno per le donne, stipendio pieno alle lavoratrici in maternità almeno per nove mesi (tre prima e sei dopo il parto).

Abolizione del fondo Cometa (il fondo pensioni private dei metalmeccanici) che nei primi 8 mesi del 2002 ha già perso il 2,8% e vista l’estrema instabilità del mercato finanziario è destinato a peggiorare. I soldi prelevati ai lavoratori devono essere restituiti e l’unica pensione deve essere pubblica. Pubblica e dignitosa, perciò dobbiamo rivendicare la reintroduzione della pensione dopo 35 anni di lavoro col 2% di rendimento calcolando l’ammontare della pensione sulla media degli ultimi 5 anni di lavoro.

Ma oltre a ciò è necessario sviluppare delle rivendicazioni che rispondano alle crisi aziendali. Se cala la produzione non possiamo accettare, come fanno i vertici sindacali, che il problema si risolva con la cassa integrazione o coi contratti di solidarietà (contratti che prevedono una diminuzione dell’orario di lavoro e di salario), strumenti anticamera dell’espulsione dalla produzione, che tolgono dignità ai lavoratori e che li costringono a vivere nell’incertezza con un salario da miseria. Dobbiamo rivendicare la scala mobile dell’orario di lavoro, cioè se cala la produzione si diminuiscono le ore di lavoro a parità di salario. Per le aziende che denunciano uno stato di crisi grave dobbiamo rivendicarne la nazionalizzazione sotto il controllo operaio.

La democrazia

La questione della democrazia sindacale, è uno dei punti su cui, giustamente, la Fiom sta più insistendo in questa fase, proponendo: una consultazione diretta della base e un suo maggiore coinvolgimento nell’elaborazione stessa della piattaforma, con assemblee di fabbrica e attivi provinciali dei delegati. Tutto ciò è senz’altro un passo avanti rispetto ai precedenti contratti ma il fatto che non siano indicati criteri precisi e regole con cui realizzare queste assemblee lascia presagire che esse saranno lasciate alla discrezione dei direttivi locali, a scapito di una vera gestione sostanzialmente democratica.

Ci sembra opportuno avanzare una proposta concreta al riguardo, estendendola anche ai metodi di lotta. La partecipazione attiva dei lavoratori dovrà essere assicurata dalla costituzione di delegati di trattativa in tutti i luoghi di lavoro e a tutti i livelli (di zona, provinciale, regionale e nazionale) di costruzione della piattaforma generale e della decisione sulle forme ed i tempi della conduzione della vertenza. Ogni delegato verrà eletto da e tra tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, e sarà revocabile, da chi lo ha eletto, in qualsiasi momento della vertenza. Sarà un’assemblea nazionale dei delegati di trattativa a definire la piattaforma generale che verrà sottoposta a Federmeccanica. Il mandato dei delegati cessa con la chiusura del contratto ed eventualmente si farà un referendum per ratificare l’accordo sottoscritto dalla commissione trattante.

Molti delegati sono stati eletti in un contesto sociale estremamente differente da quello attuale. Se si rinnovassero le Rsu oggi sicuramente Fim e Uilm prenderebbero molti meno voti, così come molti delegati della Fiom che ora non esprimono la radicalità attuale che viene dalla base non sarebbero eletti. Dare vita ai delegati di trattativa ci permetterebbe di dare un mandato a quei lavoratori che meglio esprimono la nuova situazione e la combattività necessaria per vincere, e pongono una prima pietra su un rinnovo radicale che dovrà esserci nei prossimi mesi nelle rappresentanze nei luoghi di lavoro, con l’abolizione dei terzi garantiti e delle Rsa.

Solo una spinta dal basso può creare le basi per una lotta che sappia usare tutti gli strumenti a propria disposizione per vincere. Gli scioperi di quattro o otto ore non sono sufficienti, dobbiamo sviluppare forme di lotta complementari.

Se c’è la crisi in molte aziende i padroni saranno ben contenti, così risparmiano. Dove sono finite le casse di resistenza tante volte accennate al congresso nazionale della Fiom a febbraio? Le casse di resistenza possono essere uno strumento efficace, scioperano le fabbriche dove le cose vanno bene e nelle altre si continua a lavorare tassandosi per sostenere economicamente i lavoratori che stanno scioperando. Così potremo mantenere il fronte unito nella lotta anche nei periodi di crisi economica. Dobbiamo riscoprire anche altri strumenti come gli scioperi a scacchiera, a gatto selvaggio, tutti strumenti usati dai lavoratori in passato che hanno permesso di fare male al padrone senza che questo pesasse eccessivamente sulle tasche dei lavoratori.

Una nuova epoca

Si potrà obiettare a questo punto che una piattaforma del genere non può esistere neanche nel libro dei sogni, che dobbiamo rimanere con i piedi per terra ed essere realistici. Ma a questa obiezione rispondiamo: ma quello che ci proponete di cosiddetto obbiettivo e realistico non è quello che ci avete propinato in questi 10 anni?. Non è proprio perché bisognava stare coi piedi per terra che siamo arrivati a questa situazione? In questi 10 anni con il vostro realismo avete compromesso tutte le conquiste dell’autunno caldo. I vostri predecessori dicevano le stesse cose agli operai che nel 1969 presero il loro destino tra due mani e cominciarono a sviluppare le rivendicazioni che voi chiamate da "libro dei sogni". Le conquiste di allora come quelle di oggi non sono arrivate e non arriveranno ne per grazia ricevuta ne perché ce le darete voi che sapete sempre cosa è bene per noi. Le conquiste decisive si ottengono con la lotta dura e faticosa, col sudore della fronte e coi sacrifici. E se così deve essere allora che sia.

17 ottobre 2002 

 
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