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Occupazione degli stabilimenti. Nazionalizzazione della Fiat senza indennizzo e sotto il controllo operaio! Scriviamo a due giorni dallo sciopero generale del 18 ottobre. Non abbiamo dubbi che una volta di più le piazze saranno piene e le fabbriche si svuoteranno, nonostante l’oscuramento che i mass media tentano di far calare sulla Cgil e sullo sciopero.
Diciamo di più. Siamo convinti che lo sciopero sarà il trampolino di ulteriori mobilitazioni. Lo vediamo nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle scuole: c’è un fermento generalizzato, una volontà di reagire a questo governo, alla guerra, alle minacce sempre più preoccupanti ai posti di lavoro, ai salari, alle condizioni di vita attaccate su tutti i terreni. La mobilitazione sociale è in ascesa, c’è una voglia straripante di partecipazione e di lotta, che cerca in tutti i modi possibili le vie per organizzarsi, per allargarsi e per scegliere un orientamento. È sinceramente grottesco che in un contesto del genere non ci sia nessuno che abbia il coraggio di porre con chiarezza la questione di far cadere il governo. Non l’Ulivo, non la Cgil, non i Ds, non Cofferati, e neppure Bertinotti. "Le condizioni non sono ancora mature". Nossignori, no compagno Bertinotti. Le condizioni sono ora più che mature. Queste condizioni si riassumono così: primo, una crisi strisciante nel governo, con continui conflitti fra i partiti della Casa della Libertà; secondo, divisioni evidenti nella classe dominante, con Confindustria e Banca d’Italia che criticano apertamente la finanziaria e la paralisi del governo; terzo,una crisi economica internazionale che mette a nudo tutti i punti deboli del capitalismo italiano e internazionale, rendendo sempre più evidente la necessità di una risposta collettiva, di lotta e organizzata; quarto, e decisivo, la disponibilità a lottare da parte di milioni di lavoratori, giovani, studenti, disoccupati, immigrati. Ci sono le condizioni per rovesciare non uno, ma dieci governi. Manca, invece la volontà di farlo. Non esiste un’organizzazione di massa oggi in grado di farsi interprete di questa elementare esigenza. Questo è il vero problema! La Confindustria ha preso rumorosamente posizione contro la finanziaria, facendo appello ai parlamentari dei partiti di governo affinché la "correggano" con emendamenti in parlamento. I padroni speravano che il governo di destra avrebbe proceduto ventre a terra nel suo programma. Scoprono oggi, a oltre un anno dalle elezioni, che Berlusconi e i suoi ministri sono stati prodighi di parole e di vanterie, ma che non sono stati in grado di piegare la resistenza della Cgil e di piegare il paese ai propri voleri. Intendiamoci bene, leggi indegne non ne sono certo mancate, dalla Bossi-Fini agli affari privati di Berlusconi e famigli. Ma i padroni volevano di più e soprattutto più in fretta. La crisi economica aggrava e di molto la situazione. Margini da distribuire non ce n’è, privatizzare con le Borse in caduta non è praticabile (quando Berlusconi ha provato ad accennare di sfuggita all’Enel il titolo è immediatamente crollato in Borsa), per fare cassa si punta sul condono (che oltre ad essere una manna per i padroni non porterà presumibilmente grandi entrate) e poi bisogna tornare a spremere i soliti noti tagliando i servizi sociali. Non è strano quindi che fra i partiti del governo ogni giorno che passa si aprano nuovi conflitti. Si scontrano ormai su tutto. Bossi e La Russa accusano l’Udc di essere l’erede dei tangentisti democristiani; i "governatori" di Sicilia e Piemonte litigano per scaricarsi a vicenda i licenziamenti Fiat; dopo Ruggero, ministro degli Esteri dimesso dopo pochi mesi, e dopo Scajola, ministro dell’Interno silurato qualche mese fa, si allarga il gioco al massacro all’interno dello stesso governo. Prossimi candidati a essere scaricati in caso di difficoltà, Letizia Moratti e Giulio Tremonti. Sbaglieremmo a pensare che tutto questo sia frutto solo di rivalità personali, di clan o di ristretti interessi. È la debolezza generale del governo che si esprime attraverso questi episodi e questa debolezza ha una causa ben precisa. Nonostante tutti i piagnistei sparsi dai vari intellettuali della sinistra, non esiste in Italia un’egemonia consolidata della destra; la vittoria di Berlusconi, come abbiamo detto e ridetto fin dal maggio 2001, non si doveva a una avanzata borghese o a una sconfitta generale del movimento operaio, ma è stata possibile in primo luogo per la completa capitolazione della sinistra e del sindacato di fronte agli interessi del padronato. I padroni, si sa, sono gente pragmatica. Più che del colore di un governo, si interessano della sua efficienza nel difendere i loro interessi. E non a caso nelle ultime settimane, si cominciano a materializzare delle ombre inquietanti per Berlusconi. È ormai chiaro che nei circoli "che contano" nel paese si sta cominciando a pensare a delle soluzioni alternative. Non a caso all’ultimo banchetto di Confindustria si è presentato il governatore della Banca d’Italia Fazio a rammentare severamente al governo che le cose non vanno bene e che bisogna al più presto porre mano alla riforma (cioè al massacro) delle pensioni e dello stato sociale. L’uscita di Fazio rappresenta ben più di un gesto estemporaneo, è un chiaro avvertimento al governo, un tentativo di metterlo sotto tutela se non addirittura di preparare il terreno per una alternativa se le cose non cambiassero nei prossimi mesi. Né è casuale l’attivismo dei "centristi" dell’Udc e in particolare di Casini, che non perde occasione per utilizzare la sua posizione di presidente della Camera per tirare frecciate al governo e al primo ministro. Negli ultimi giorni l’Udc è giunta a ventilare la minaccia di ritirare i ministri dal governo. La borghesia non pensa e non vuole nuove elezioni anticipate. Pensano, piuttosto, a soluzioni di transizione e a preparare una rete di salvataggio se il governo dovesse implodere sotto la pressione concentrica della crisi economica, degli avvenimenti internazionali, delle mobilitazioni di massa e delle sue contraddizioni interne. Ed è qui che si riaprono i giochi per Rutelli e la Margherita. Di fronte a una possibile crisi del governo con le conseguenti divisioni nella Casa della Libertà, Rutelli manda un segnale chiaro rompendo con i Ds nel voto sulla missione degli alpini in Afghanistan. "Chiamatemi, e rispondero: presente!". Questo è il messaggio lanciato alla borghesia. Ma se Atene piange, Sparta non ride. La prospettiva di una crisi di governo e soprattutto le mobilitazioni che attraversano il paese aprono contraddizioni laceranti anche nella coalizione dell’Ulivo e, all’interno dell’Ulivo, nei Democratici di sinistra. Il voto sull’Afghanistan non è stato affatto un episodio isolato. A ogni svolta nella situazione, a ogni punto critico (e i punti critici non mancheranno nei prossimi mesi!) vedremo ripetersi e approfondirsi queste divisioni. Cosa succederà se l’Onu, come è probabile, darà il suo consenso alla guerra contro l’Irak? E cosa succederà dopo lo sciopero generale? Come si schiereranno i partiti di opposizione sulla crisi Fiat? Come reagiranno alla pressione che sale dal basso? E come reagirebbero di fronte a una crisi aperta del governo Berlusconi? La risposta è evidente: si divideranno una e più volte, senza speranza. D’Alema e Fassino hanno dato la loro risposta. La loro soluzione è che l’Ulivo e i Ds prendano posizione a maggioranza, e che le minoranze (cioè la sinistra Ds e, implicitamente, la Cgil) si disciplinino a quanto deciso dalla maggioranza. Come dice il poeta, c’è del metodo in questa follia. Non sappiamo con quanta fortuna riusciranno ad applicare questa linea, ma una cosa è certa: se lo faranno con coerenza, sarà il modo migliore per arrivare a una scissione nella coalizione e con ogni probabilità negli stessi Ds. Non per il coraggio leonino della sinistra Ds, coraggio notevole solo per la sua assenza, né perché Cofferati sia diventato un rivoluzionario, ma perché c’è in campo un movimento di massa, di milioni di persone che in qualche modo fanno riferimento alla sinistra, e che non possono essere facilmente rimandate a casa con uno schiocco delle dita. In queste settimane e mesi abbiamo verificato come esista una enorme potenzialità per la mobilitazione di massa. Ma abbiamo anche constatato che nella stessa Cgil, nei gruppi dirigenti e negli apparati esiste una forte resistenza all’estensione della mobilitazione. Nessuno ha preso apertamente posizione contro lo sciopero generale, ma certo esiste un evidente boicottaggio strisciante della lotta da parte di gruppi dirigenti formati in vent’anni di concertazione, che vedono la lotta come una fastidiosa parentesi da chiudersi al più presto. In congiunzione con il conflitto nei Ds vedremo certo questo settore alzare la testa nei prossimi mesi, e saranno numerose le "sorprese" in questo campo. Lo sciopero generale e le mobilitazioni che seguiranno (Fiat, metalmeccanici, pubblico impiego…) devono quindi essere il terreno non solo per lottare contro il governo e i padroni, ma anche per incoraggiare la partecipazione di massa, dal basso, all’elaborazione di un programma di rivendicazioni che esprima compiutamente le aspirazioni e le necessità di tutti coloro che stanno lottando. La questione prioritaria diventa quella dell’occupazione, con al centro la crisi Fiat. Blocco degli straordinari, riduzione d’orario a parità di salario, lotta al precariato e alla flessibilità, esproprio delle aziende che licenziano o chiudono: la crisi la deve pagare chi ha fatto i profitti fino a ieri, e se c’è qualcuno da licenziare, questi sono solo i padroni! La guerra in preparazione contro l’Irak non è solo un’aggressione premeditata e spudorata a un popolo già stremato dall’embargo. È anche una minaccia diretta a tutti i paesi poveri (Argentina, Brasile, Sudafrica, ecc.) in cui i lavoratori tentano di scrollarsi di dosso il dominio di paesi imperialisti. È, infine, un colossale affare economico (200 milardi di dollari di spese previste). No all’aggressione, uscita dalla Nato e chiusura delle basi Usa, esproprio di tutta l’industria bellica, nazionalizzazione dell’industria energetica e petrolifera, no all’esercito professionale, solidarietà con la lotta dei palestinesi e di tutti i popoli oppressi: queste sono le parole d’ordine che porteremo alla manifestazione di Firenze del 9 novembre contro la guerra. La questione salariale si fa sentire sempre più urgente, dopo quasi vent’anni nei quali sono cresciuti, i profitti, la produttività e dopo l’evidente balzo in avanti del costo della vita in questi ultimi 12-24 mesi. Lottiamo per rinnovi dei contratti di lavoro che comprendano aumenti cospicui dei salari, (attorno al 20%), per un salario minimo legale vincolante per qualsiasi tipologia di lavoro e di contratto, per il blocco delle tariffe dei servizi pubblici. Infine rivendichiamo la reintroduzione di una scala mobile salariale che faccia recuperare automaticamente e al 100% gli aumenti dei prezzi. Dopo l’approvazione della Bossi-Fini si deve rilanciare la lotta per i diritti degli immigrati: accoglienza per tutti, pieno accesso ai servizi sociali, diritto al voto per i lavoratori immigrati e le loro famiglie. Scuola e università sono in fermento, lottiamo contro la riforma Moratti, per il blocco immediato di ogni forma di finanziamento alle scuole private, per un sistema educativo generale, gratuito, pubblico, accessibile ai figli dei lavoratori dal nido all’università, contro l’ingerenza delle imprese e della Chiesa nel sistema scolastico e contro la selezione di classe e l’autoritarismo crescente di presidi e rettori. Questi ci sembrano i punti centrali dello scontro dei prossimi mesi, che sono approfonditi anche in altri articoli di questa rivista. Ma una piattaforma non basta, quello di cui bisogna dotarsi è degli strumenti necessari per portare avanti questo programma. Emerge con chiarezza l’assenza di una forza organizzata dei lavoratori e dei diversi settori sociali in lotta che sappia farsi carico dei compiti di direzione che la nuova fase richiede. In primo luogo è necessario capire che sta maturando sul piano internazionale una svolta sociale di proporzioni storiche. E’ noto come il sistema capitalista sia costantemente attraversato da contraddizioni e mobilitazioni sociali. Ma quando la crisi politica, economica e sociale esplode in maniera continuata, concentrata e convergente in ogni angolo del pianeta, allora non siamo più di fronte al normale alternarsi di crisi cicliche ma stiamo entrando in una fase di declino generale del capitalismo. Guardiamo brevemente il panorama mondiale: l’America Latina dopo la decade perdida è un continente che ovunque si guardi è attraversato da rivolgimenti rivoluzionari: dalla Colombia al Venezuela passando per l’Argentina, l’Ecuador, la Bolivia e l’Uruguay; non ultima in ordine d’importanza la vittoria di Lula al primo turno delle elezioni in Brasile. Il Medio Oriente è una polveriera sull’orlo dell’esplosione. Come rileva Claudio Bellotti nelle pagine centrali, in ultima analisi le ragioni dell’intervento Usa in Iraq si devono alla volontà di intimidire i lavoratori arabi che potrebbero rendersi protagonisti di vere e proprie insurrezioni rivoluzionarie non solo in Palestina ma anche in Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Iran e perchè no in Pakistan dove i marxisti stanno conquistando maggiore influenza nel movimento operaio come emerge dall’articolo della compagna T. Chignola (pag.12). In Africa è in corso uno scontro durissimo in Zimbabwe che vede impegnati i contadini neri senza terra nell’espropriazione dei latifondi dei coloni inglesi (6mila coloni controllano il 70% delle terre). Il presidente Mugabe dopo essersi appoggiato per vent’anni sull’imperialismo, oggi consapevole della pressione che sale dal basso si rende responsabile di una riforma agraria che prevede l’espropriazione delle terre dei coloni "ribelli". Inevitabilmente questo conflitto avrà presto effetti sul Sudafrica e sull’intera Africa subsahariana. In Asia l’impetuosa crescita economica negli anni ‘90 ha prodotto uno sviluppo industriale senza precedenti con la formazione di un giovane e potente proletariato in Corea, Indonesia, Thailandia, Malesia. Il quale si è reso protagonista di lotte durissime e che non mancherà nei prossimi anni di tornare alla carica contro il processo di ristrutturazioni che inevitabilmente la recessione economica provocherà. La situazione in Giappone come tutti i commentatori borghesi concordano è sempre più disperata e presto quando si parlerà di "operai con gli occhi a mandorla" non si penserà più come avveniva negli anni ‘80 a lavoratori instancabili e devoti all’azienda ma di combattenti e rivoluzionari. Nei paesi del vecchio blocco socialista, dieci anni di capitalismo sono bastati alla popolazione per perdere ogni illusione sulle sorti progressive del mercato. C’è un opposizione crescente al capitalismo che prende forma (seppure in forma distorta attraverso partiti stalinisti) con la crescita dei partiti comunisti nelle elezioni in Russia, Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Infine l’Europa occidentale che nell’ultimo decennio è stata il fanalino di coda delle lotte sociali, vede nell’ultimo anno una svolta brusca e repentina della situazione con gli scioperi generali in Italia, Spagna, Grecia, le durissime mobilitazioni dell’impiego pubblico in Gran Bretagna e contro le privatizzazioni in Francia. E’ già in piedi un movimento contro la guerra, ancor prima che questa inizi, e la manifestazione dei 200mila a Londra lo dimostra. La crisi che attanaglia il capitalismo, senza dilungarci in un’analisi approfondita, è una crisi di lungo periodo. Le speranze di una rapida ripresa sono remote, non ci credono neanche gli economisti borghesi e potrebbe riproporsi una fase di stagnazione prolungata come quella che ha attraversato il Giappone nell’ultimo decennio, però su scala mondiale. Questo significa nuove e più gravi ristrutturazioni con un’orgia di fusioni e acquisizioni e la conseguente perdita di milioni di posti di lavoro, compressione di salari, pensioni, tutele sociali. Il caso Fiat è la punta dell’iceberg di un processo molto più ampio che sta avanzando. L’unica risposta possibile che possono dare i lavoratori è occupare gli stabilimenti Fiat come nel 1980. Ma questa volta non ci si dovrà fermare come allora di fronte alle promesse padronali, e agli inganni delle burocrazie sindacali; è necessario andare fino in fondo nazionalizzando la fabbrica, continuando la produzione in forma autogestita prendendo esempio dai lavoratori argentini che "producono sotto il controllo operaio" all’industria di ceramiche di Zanòn e in decine di altre realtà. E’ la questione del potere e della proprietà capitalista che viene messa in discussione; questo spaventerà i riformisti e gli opportunisti di ogni dove. Ma i lavoratori cosa hanno da perdere? L’unica via d’uscita che il capitalismo ha trovato in passato per uscire dalle crisi sono le guerre. La guerra che si prepara in Iraq non è contro Saddam o Al Qaeda come vogliono farci credere, ma è una guerra contro tutti noi, è una guerra che si propone di bloccare un processo di radicalizzazione sociale che può sfociare in un processo rivoluzionario che liberi il genere umano dall’oppressione capitalista. Ed è per questo che lo scontro alla Fiat si lega a doppio filo alla mobilitazione contro l’aggressione imperialista di Bush. 16 ottobre 2002 |