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Scritto da Andrea Davolo
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All’indomani dell’11 settembre lo scopo dichiarato dell’imperialismo statunitense era quello di sconfiggere il “terrorismo internazionale”. Per questo motivo, la longa manus degli Stati Uniti sul Medio Oriente ha iniziato a farsi sempre più pesante, con interventi militari e pressioni economiche e diplomatiche sempre più scoperte. Questa era la strategia attraverso cui l’imperialismo yankee pensava di ribadire al mondo intero la propria supremazia politica. Ma qual è oggi la situazione nella regione mediorientale? |
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Scritto da Yossi Schwarz (Gerusalemme), Fred Weston
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Un milione in piazza contro l'imperialismo Usa L'8 marzo scorso centinaia di migliaia di libanesi, in maggioranza musulmani sciiti, hanno manifestato a Beirut in sostegno alla Siria. La manifestazione è stata organizzata dal movimento sciita libanese Hezbollah assieme ad altri 17 gruppi filosiriani minori. Gli slogan sui cartelli trasmettevano un messaggio chiaro: "Grazie alla Siria di Assad", "No agli Usa", "Tutti i nostri disastri vengono dagli Usa", "No a Israele", "No alla 1559" (il riferimento è alla risoluzione Onu che intima alla Siria di ritirare le truppe), "No all'ingerenza straniera" e così via. |
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Scritto da By Deniz Morali (traduzione a cura di F. Fossati)
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Un terremoto politico Mentre scriviamo il neo eletto Tayyip Erdogan, leader del partito islamico moderato AKP che ha vinto le elezioni in Turchia si appresta a rendere visita al governo Berlusconi, prima tappa di un giro che lo porterà in tutte le capitali europee, nella speranza di ottenere una data per l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’UE. Negli ambienti della sinistra italiana si parla in genere della Turchia, quinta colonna dell’imperialismo Usa, per l’oppressione della minoranza curda o la repressione nelle carceri, ben poco sappiamo invece della situazione del popolo turco soffocato dall’opressione dei militari che dirigono il paese da dietro le quinte, e dalla negazione dei diritti più elementari come il diritto di sciopero, di stampa o di costruire partiti e sindacati dei lavoratori che costringono il movimento operaio turco ad agire in condizione di semi-clandestinità. Dopo la crisi di governo di agosto e le elezioni, presentate a torto sulla stampa come un possibile ritorno del pericolo islamico, si apre una nuova stagione che potrà in futuro vedere la classe operaia turca essere uno dei principali attori del movimento operaio internazionale. |
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Scritto da Francesco Merli
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Afghanistan, Palestina
Il collasso dei talebani e il precipitare degli eventi in Palestina sono due eventi distanti apparentemente, ma intimamente collegati da un filo: il fallimento della strategia di oltre un decennio della diplomazia americana.
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Scritto da Comunisti internazionalisti (Turchia)
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I prigionieri politici in Turchia, sono oltre 12.000. Le libertà più elementari, come il diritto di espressione, di manifestazione e di organizzazione sono vietate o sono talmente ristrette da essere impraticabili. La gran parte dei prigionieri (circa 8.000) sono legati al Pkk, di cui la maggioranza condannati per aver scritto un articolo a sostegno della pace o fornito cibo ai guerriglieri, reati che vengono considerati "aiuto e complicità con organizzazione terrorista" secondo il codice penale della borghesia reazionaria. |
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