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Articoli generali
Libano Stampa E-mail
Scritto da Yossi Schwarz (Gerusalemme), Fred Weston   

Un milione in piazza contro l'imperialismo Usa

L'8 marzo scorso centinaia di migliaia di libanesi, in maggioranza musulmani sciiti, hanno manifestato a Beirut in sostegno alla Siria. La manifestazione è stata organizzata dal movimento sciita libanese Hezbollah assieme ad altri 17 gruppi filosiriani minori.

Gli slogan sui cartelli trasmettevano un messaggio chiaro: "Grazie alla Siria di Assad", "No agli Usa", "Tutti i nostri disastri vengono dagli Usa", "No a Israele", "No alla 1559" (il riferimento è alla risoluzione Onu che intima alla Siria di ritirare le truppe), "No all'ingerenza straniera" e così via.

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Elezioni in Turchia Stampa E-mail
Scritto da By Deniz Morali (traduzione a cura di F. Fossati)   
Un terremoto politico

 

Mentre scriviamo il neo eletto Tayyip Erdogan, leader del partito islamico moderato AKP che ha vinto le elezioni in Turchia si appresta a rendere visita al governo Berlusconi, prima tappa di un giro che lo porterà in tutte le capitali europee, nella speranza di ottenere una data per l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’UE. Negli ambienti della sinistra italiana si parla in genere della Turchia, quinta colonna dell’imperialismo Usa, per l’oppressione della minoranza curda o la repressione nelle carceri, ben poco sappiamo invece della situazione del popolo turco soffocato dall’opressione dei militari che dirigono il paese da dietro le quinte, e dalla negazione dei diritti più elementari come il diritto di sciopero, di stampa o di costruire partiti e sindacati dei lavoratori che costringono il movimento operaio turco ad agire in condizione di semi-clandestinità.

Dopo la crisi di governo di agosto e le elezioni, presentate a torto sulla stampa come un possibile ritorno del pericolo islamico, si apre una nuova stagione che potrà in futuro vedere la classe operaia turca essere uno dei principali attori del movimento operaio internazionale.

 


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Si allunga la catena delle guerre Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli   

Afghanistan, Palestina

Il collasso dei talebani e il precipitare degli eventi in Palestina sono due eventi distanti apparentemente, ma intimamente collegati da un filo: il fallimento della strategia di oltre un decennio della diplomazia americana.

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La rivolta nelle carceri turche Stampa E-mail
Scritto da Comunisti internazionalisti (Turchia)   
I prigionieri politici in Turchia, sono oltre 12.000. Le libertà più elementari, come il diritto di espressione, di manifestazione e di organizzazione sono vietate o sono talmente ristrette da essere impraticabili.

 

La gran parte dei prigionieri (circa 8.000) sono legati al Pkk, di cui la maggioranza condannati per aver scritto un articolo a sostegno della pace o fornito cibo ai guerriglieri, reati che vengono considerati "aiuto e complicità con organizzazione terrorista" secondo il codice penale della borghesia reazionaria.

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Il rompicapo mediorientale Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli   

Crisi di un assetto

La precipitosa ritirata dell’esercito israeliano dal Libano meridionale e il fallimento dei colloqui di Camp David tra Barak ed Arafat stanno segnando la crisi della "pax americana" nel Medio Oriente, inaugurata con gli accordi di Oslo del 1993 e la nascita dell’Autorità Palestinese (Anp).

Già all’epoca delle trattative di Oslo avevamo spiegato che l’eventuale nascita di uno Stato palestinese non avrebbe risolto nessuno dei problemi vitali delle masse palestinesi. L’illusione che una separazione da Israele su basi capitaliste avrebbe assicurato un futuro di pace e prosperità, o perlomeno di maggiore libertà al popolo palestinese, si sarebbe scontrata con la dipendenza economica da Israele. I frutti avvelenati della politica dell’imperialismo stanno mettendo a dura prova l’autorità di Arafat mentre hanno scoperchiato il vaso di Pandora della società israeliana. La contrapposizione violenta fra sostenitori di un accordo con Arafat e chi l’avversa sta esasperando la tensione ai livelli del periodo dell’assassinio di Rabin.

L’assetto mediorientale è scosso da cima a fondo da una crisi che pare improvvisa, ma che viene da lontano e ha radici profonde, sia interne, sia internazionali.

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