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| Fiumi di ipocrisia sulla morte di Pinochet |
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| America Latina | |||
| Scritto da Michele Fabbri | |||
| Sabato 16 Dicembre 2006 05:42 | |||
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Pinochet è morto, alla fine. 33 anni fa annientò la rivoluzione cilena. Oggi nella maggior parte degli editoriali e dei commenti – un buon esempio è quello dell’ex ambasciatore Sergio Romano, sul Corriere dell’11 dicembre – si prova a dimostrare che “la maggior parte delle democrazie occidentali vedevano in lui il peggiore dei tiranni, il simbolo della reazione”. La realtà storica fu assai diversa. Sono infatti da distinguere due periodi. Nel primo, che va dalla vittoria di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970 alla metà degli anni ‘80, le cosidette “democrazie occidentali”, con rare eccezioni come quella del governo svedese, non sono precisamente a favore del governo Allende. Non possono criticarlo frontalmente perché è stato eletto in regolari elezioni, ma si accodano alla campagna internazionale organizzata dagli Usa contro il Cile. Dal boicottaggio del rame cileno, fino al ritiro degli investimenti e la negazione di crediti internazionali non vediamo differenze tra il governo Usa – che dal primo momento aveva deciso di abbattere Allende – e le altre “democrazie occidentali” che lo assecondavano nei fatti.
Libertà d’impresa per i capitalisti e povertà per il resto della popolazione. Solo la dittatura poteva imporre le trasformazioni che hanno impoverito più del 50% della popolazione, costringendola a un’emigrazione non solo politica, ma spesso anche economica: due paure che si mescolavano. Sindacati sciolti, porte aperte alle importazioni straniere, disinteresse dello Stato per problemi assistenziali e sociali. Una sera del 1980, la tv annuncia che le pensioni vengono abolite: ogni lavoratore deve arrangiarsi da solo. Nessuna obiezione. Proibito discuterne. Per lunghi anni le cose non cambiano, ma a metà degli anni ottanta una nuova ascesa delle lotte operaie in Cile pone il problema di trovare un ricambio al regime dittatoriale, una via d’uscita che riesca a salvare il controllo dei capitalisti sulla società, cambiando le forme della politica: da una dittatura sanguinaria ad una democrazia formale… Viene preso come esempio il processo della “transizione spagnola” e anche quello argentino. Sostanzialmente si tratta di mettere una pietra sopra al passato e “guardare al futuro”. Il tutto, si dice, per non riaprire vecchie ferite…
Il 10 marzo 1990 Pinochet uscì dalla Moneda, lasciando il posto al presidente democristiano Patricio Aylwin. Restò però alla guida dell’esercito, un incarico che avrebbe abbandonato soltanto il 10 marzo 1998, per assumere il giorno dopo la funzione di senatore a vita. La chiesa cattolica, ancora alla fine degli anni ‘80 aveva voluto dimostrare il suo appoggio al dittatore col saluto ostentato da Papa Wojtyla e da Pinochet dal balcone della Moneda. Oggi, dopo la morte del dittatore la gerarchia ecclesiastica si è schierata compatta con la sua famiglia chiedendo comprensione per il ruolo giocato dal generale. La chiesa ha mantenuto il vecchio sodalizio con impegno ancor maggiore rispetto alla borghesia internazionale. I capitalisti vedevano sempre più in Pinochet uno scomodo ingombro, un ricordo vivo della loro ipocrisia, e per rifarsi una “verginità democratica” hanno acconsentito negli ultimi 10 anni a questa tragicommedia dei processi (più di 300 in decine di paesi) contro il vecchio dittatore. Negli ultimi tre anni sono stati rintracciati oltre cento conti segreti in banche degli Usa. Valore: 37 milioni di euro non denunciati. Nelle banche di Hong Kong la famiglia dispone di un tesoro di decine di kg di lingotti d’oro…Oltre ad essere un dittatore e un torturatore, Pinochet si è macchiato di frode, evasione fiscale, traffico d’armi e traffico di droga grazie alla complicità dei laboratori chimici dell’esercito.
Il comandante in capo dell’esercito, generale Oscar Izurieta, ha citato il curriculum militare di Pinochet e le “circostanze” in cui gli erano capitato di vivere e che lo “obbligarono” al golpe prima e poi ad “accettare” la presidenza della repubblica offertagli dagli altri tre comandanti delle forze armate golpiste. Izurieta, che ha chiamato Pinochet “presidente della repubblica”, ha menzionato di sfuggita le violazioni dei diritti umani e l’ha rimandato “al giudizio giusto” della Storia. La chiesa cattolica non si è risparmiata negli omaggi resi al dittatore. Le cerimonie funebri e le messe in suffragio si sono succedute fra domenica e lunedì, officiate dal cardinale arcivescovo Francisco Javier Errazuriz. A questa provocazione chiara dell’esercito, della chiesa e della magistratura (intenzionata, quasi all’unanimità, ad archiviare le 400 cause contro di lui), il governo ha risposto finora in modo molto debole. La presidente Michelle Bachelet ha dichiarato: “Nelle ultime ore abbiamo visto espressioni di divisione che ci hanno ricordato i tristi episodi superati dal Cile. La morte del generale è riuscita a dividerci ancora. La sua scomparsa simboleggia la dipartita di un responsabile di un clima nel paese fatto di odio e violenza. Ma il Cile, con lo sforzo di tutti, ha consolidato una democrazia forte e stabile. È il nostro bene più prezioso e dobbiamo proteggerlo”.
Trent’anni fa il golpe cileno diede il via a una serie di dittature in America Latina. Alla fine degli anni ‘70 la borghesia internazionale poteva dire di aver sotto controllo la situazione. Ma le dittature, anche le più brutali, non durano in eterno. Non perché le “democrazie occidentali” le abbiano osteggiate, ma perché le masse sfruttate si rigenerano, le ferite si chiudono e le lotte riprendono. I capitalisti lo sanno e hanno imparato da tempo ad essere molto flessibili riguardo alla forma politica del loro dominio sulla società. Repubblica o monarchia, dittatura o democrazia parlamentare, i sistemi possono essere diversi a patto che non mettano seriamente in discussione la proprietà capitalista sulle leve fondamentali dell’economia. Nel 1973 la stragrande maggioranza della borghesia cilena e internazionale erano a favore del golpe. Lo consideravano “necessario” per bloccare il processo di radicalizazione dei lavoratori cileni. Oggi tentano di nascondere quel comportamento dietro dichiarazioni ambigue e formali. Il movimento operaio cileno e internazionale ha tutt’altro compito. Mentre guarda al presente e al futuro delle lotte operaie con fiducia, deve apprendre dall’esperienza del passato per non ripetere gli errori tragici che, come avvenne in Cile, hanno permesso alla reazione capitalista di averla vinta. Per poter imparare queste lezioni è necessario conoscere in primo luogo i fatti. Quei fatti che sono stati accuratamente nascosti da tanti pennivendoli che hanno criticato il sanguinario dittatore morto a 91 anni.
18/12/2006
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