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La Bolivia verso una nuova insurrezione PDF Stampa E-mail
America Latina
Scritto da Jacopo Estevan Renda   
Martedì 04 Aprile 2006 04:21

A poco più di tre mesi dall’insurrezione rivoluzionaria che ha cacciato dalla Bolivia il presidente “gringo” Sanchez de Lozada detto “Goni”, i lavoratori boliviani riprendono la strada della mobilitazione. Infatti il 22 gennaio l’assemblea  nazionale della Central Obrera Boliviana (Cob) riunita a Cochabamba ha convocato uno sciopero generale a oltranza entro venti giorni, con il chiaro obbiettivo di bloccare le principali arterie del paese se il governo non concederà tutte le rivendicazioni dell’insurrezione dello scorso Ottobre. L’assemblea nazionale della Cob si è conclusa “con la decisione di prendere il potere, attraverso la chiusura del parlamento e la sua sostituzione con una Assemblea popolare” (El Diario 23 gennaio 2004).

Con questa decisone si conclude la tregua di 90 giorni che le organizzazioni del movimento operaio e contadino avevano concesso al nuovo presidente Carlos Mesa.

In questi mesi Mesa ha cercato di conquistarsi un appoggio tra le masse attraverso una serie di promesse e rivolgendosi più volte all’imperialismo per chiedere aiuti per la Bolivia.

La realtà però è ben diversa e si è scontrato con la totale bancarotta del capitalismo boliviano. In un simile contesto le promesse si sono dileguate e la borghesia boliviana ha mostrato ancora una volta il suo vero ed unico volto, proponendo nuove misure di lacrime e sangue per le masse.

I lavoratori boliviani hanno dovuto imparare sulla loro pelle che nessuna soluzione dei loro problemi arriverà dalla borghesia.

Per usare le parole del segretario generale della Cob Jaime Solares “il governo Mesa non è nient’altro che la continuazione di Goni e, come lui, difende la politica della Banca Mondiale e dell’Fmi” (El Diario 23/1/04).

Gli stessi dirigenti sindacali che avevano sparso illusioni nei confronti del nuovo governo, tradendo le vere ragioni dell’insurrezione di ottobre, sono ora costretti a rivedere rapidamente le loro posizioni.

Il nuovo governo ha messo in luce il suo carattere borghese. Mesa ha continuato nella politica di sradicamento delle piantagioni di coca senza offrire nessuna alternativa ai contadini, mentre per quanto riguarda il referendum contro la vendita del Gas la data resta incerta e lo stesso presidente non ne ha fatto menzione nel discorso alla nazione del 3 febbraio.

Come se non bastasse, il ministro dello Sviluppo Economico Xavier Nogales ha illustrato un piano di “lacrime, sudore e sangue” per sanare la bancarotta dello stato boliviano che ammonta a 700 milioni di dollari cioè l’8,5 % del Pil del paese.

Il governo Mesa in questi mesi ha elemosinato fondi per evitare una nuova esplosione sociale; ma durante la riunione del cosiddetto Gruppo di Appoggio, convocata dagli Usa, dei 105 milioni di dollari promessi non ne è arrivato nemmeno uno. La conclusione è che il governo ha lanciato un piano generale per reperire nei prossimi mesi tra 100 e 120 milioni di dollari, che sebbene insufficienti per rilanciare l’economia boliviana, sono intollerabili per la già drammatica condizione delle masse.

Il piano prevede, tra le altre cose, una diminuzione del 10% dei salari dei dipendenti pubblici e una serie di tagli alle spese, oltre all’aumento del prezzo del gas e della benzina. Queste misure sono molto simili a quelle che avevano provocato l’insurrezione contro “l’impuestazo” solo un anno fa.

Un simile scenario ha spazzato via ogni illusione in Mesa ed ha nuovamente posto all’ordine del giorno la questione di un’alternativa di potere. Durante il congresso della Cob di Potosì, una importante città mineraria della Bolivia, il segretario esecutivo della Cob ha lanciato un appello ad intraprendere: “scioperi, blocchi stradali ed altre misure che paralizzino l’apparato produttivo del paese per lottare contro il governo che porta avanti soltanto le ricette economiche degli Usa. La teoria della rivoluzione -ha concluso Solares- si metterà in pratica attraverso lo strumento dell’insurrezione” (www.econoticiasbolivia 15/1/04). Queste dichiarazioni riflettono le pressioni e le aspettative degli operai e dei contadini che già ad ottobre hanno visto sfuggire dalle loro mani il potere a causa dell’indecisione e dell’incapacità dei loro dirigenti.

Nel documento conclusivo dell’assemblea nazionale della Cob la questione di una alternativa di potere viene posta chiaramente. Per usare ancora una volta le parole di Solares “il popolo vuole la chiusura del parlamento e la Cob non può fare altro che appoggiare questa decisione” (econoticiasbolivia 23/1/04). Evidentemente un settore sempre più di massa delle popolazione boliviana non ha nessuna fiducia nella democrazia borghese che rappresenta solo gli interessi dei capitalisti e delle multinazionali. In un simile contesto la borghesia sta utilizzando la rivendicazione dell’assemblea costituente (inizialmente richiesta dal Mas di Evo Morales e da alcune piccole forze dell’estrema sinistra) per sviare ancora una volta l’attenzione delle masse e rendere presentabile la democrazia capitalista senza cambiare gli interessi di classe che stanno dietro al parlamento borghese. A questa nuova trappola l’assemblea nazionale della Cob ha contrapposto la richiesta di una assemblea popolare e la chiusura del parlamento.

La richiesta dell’assemblea popolare trae spunto dalle migliori tradizioni rivoluzionarie del paese andino. Infatti nel 1971, in un contesto di grande avanzamento della lotta rivoluzionaria degli operai e dei contadini, la Cob fece un appello alla formazione di una assemblea popolare. L’assemblea era composta da rappresentanti di organizzazioni operaie, contadine, studentesche, dei ceti medi e dei partiti di sinistra (con l’esclusione del Mnr per il ruolo controrivoluzionario giocato nel 1952). Questa assemblea aveva alcune caratteristiche dei soviet che però non vennero mai sviluppate completamente con una strutturazione a livello locale e soprattutto con l’eleggibilità e la revocabilità dei delegati che è decisiva per fare in modo che l’assemblea rispecchi realmente la volontà delle masse nel processo di ascesa della loro coscienza di classe.

La nuova fase della rivoluzione boliviana sta mostrando chiaramente un processo di polarizzazione tra le stesse forze che hanno guidato l’insurrezione dello scorso Ottobre.

Il dirigente del potente sindacato contadino Csutb Felice Quispe ha dichiarato il suo appoggio alla richiesta di chiusura del parlamento ed anche gli studenti hanno dichiarato di essere pronti a partecipare al fianco delle organizzazioni operaie e contadine: “(i giovani) sono disposti a scendere in piazza con i loro padri, prendere le armi per l’insurrezione popolare, sconfiggere il capitalismo, il modello neoliberale e l’imperialismo statunitense. Chiuderemo le porte del parlamento borghese e la sua democrazia rappresentativa, rifiutiamo il referendum sulla legge degli idrocarburi e rifiutiamo l’assemblea costituente proposta da Mesa” (appello firmato da varie organizzazioni studentesche e giovanili econoticiasbolivia 25/1/04).

Per quanto riguarda il dirigente del Mas (principale partito dell’opposizione, con una forte base tra i contadini coltivatori di  coca) Evo Morales, ha invece abdicato a qualsiasi opposizione al governo Mesa dichiarando che “quelli che chiedono la chiusura del parlamento non accettano la democrazia, vogliono un colpo di stato, una dittatura, cioè quello che vogliono l’ambasciata Usa e Sanchez de Lozada” (econoticasboliva 25/1/04).

In realtà negli ultimi mesi Morales si è staccato sempre di più dalle masse ed ha girato le ambasciate di tutta l’America Latina per candidarsi come alternativa parlamentare a Mesa. Come sempre accade nei momenti più acuti della crisi del capitalismo i dirigenti riformisti sono l’ultima risorsa della borghesia. Morales tiene talmente a tranquillizzare i capitalisti che in una recente intervista ad un quotidiano argentino ha dichiarato: “la mia proposta è costruire il socialismo in Bolivia. Ovviamente rispettando gli imprenditori onesti e responsabili. Siamo in un processo di profonda trasformazione nel quale bisogna applicare un’economia mista. Comunque la mia proposta di socialismo è nel rispetto della proprietà privata” (Pagina 12, 21/1/04).

Malgrado Morales utilizzi il pretesto del golpe da parte dell’esercito, questa è un’ipotesi molto remota, almeno per il momento. Infatti, un eventuale tentativo di golpe radicalizzerebbe ancora di più lo scontro e la borghesia e lo stato maggiore dell’esercito boliviano hanno ancora ben presente la reazione delle masse venezuelane di fronte al golpe di Carmona.

La cosa più probabile è che giochino la carta del nazionalismo per sviare l’attenzione delle masse, riproponendo la questione dello sbocco al mare per la Bolivia, perso nel 1884 dopo la guerra contro il Cile.

Ancora una volta il potere potrà essere nelle mani dei lavoratori, ed in questo l’assemblea popolare può aver un ruolo decisivo. Eleggendo delegati revocabili in ogni momento, in ogni parte del paese ed affiancandoli con una milizia operaia che lanci un appello di classe all’esercito per neutralizzare la repressione, la borghesia può essere sconfitta. Solo un programma che nazionalizzi sotto il controllo operaio le banche e le principali industrie del paese e che abbia un chiaro orientamento internazionalista contro il veleno nazionalista, può garantite un futuro alle masse boliviane.

Se i lavoratori ed i contadini boliviani non prenderanno il potere, iniziando un processo di rivoluzione socialista in tutta l’America Latina, prima o poi la borghesia schiaccerà il meraviglioso movimento rivoluzionario che abbiamo visto negli ultimi mesi, ritornando alla dittatura feroce e sanguinosa che la Bolivia ha già conosciuto in passato.

 
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