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Le radici filosofiche del conflitto
Marx-Bakunin
Sono state fornite molte spiegazioni del conflitto tra Marx e Bakunin. C'è chi ha posto l'accento sul carattere intrattabile dei due filosofi, che precluse ogni accordo. Tuttavia ad un'analisi più attenta, come quella sviluppata in questo articolo (pubblicato sul sito In defence of Marxism), si noterà che le differenze tra marxismo ed anarchia sono così profonde da rendere le analogie più apparenti che reali.
“Ancora una volta
affermo che, non essendo un fedele discepolo di Marx, non ho l’autorità per
esprimere un giudizio. La mia impressione, per quello che può valere, è che il
primo Marx fosse espressione del tardo Illuminismo, divenuto col tempo
un’attivista piuttosto autoritario e un’analista critico del capitalismo, che
aveva poco da dire rispetto ad alternative di tipo socialista. Ma queste sono
appunto solo impressioni.” Noam Chomsky.
I
tempestosi rapporti tra Marx e Bakunin sono un lascito della storia del socialismo occidentale. Entrambi membri
dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, sembra che abbiano impiegato
le stesse energie utilizzate contro il nemico comune, il sistema capitalista,
per farsi la guerra tra loro, culminata con l’espulsione di Bakunin
dall’organizzazione propugnata da Marx stesso. Benché mantenessero talvolta
cordiali rapporti, non lesinavano mutui attestati poco cordiali. Secondo Marx,
Bakunin era “un uomo privo di conoscenze teoriche” e “sostanzialmente un
intrigante”, [1] mentre Bakunin sosteneva che “…[Marx] non conosce l’istinto di
libertà; rimane un autoritario dalla testa ai piedi.” [2]
Per alcuni
l’intensità dello scontro fu imbarazzante, considerando che i fini dei due
autori sembrano combaciare. Convinti che il capitalismo trovi fondamento nello
sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti, entrambi lottavano per
una società socialista senza classi, in cui ogni individuo avesse l’opportunità
di sviluppare le proprie capacità creative. Il socialismo è per loro
eliminazione della divisione tra lavoro manuale e intellettuale e tra uomini e
donne. In altre parole, il sistema doveva essere trasformato in modo che ogni
lavoratore avesse una parte attiva nell’organizzazione, nella pianificazione e
nell’ottimizzazione del processo lavorativo. Inoltre, per entrambi, gli
oppressi dovevano liberarsi da soli – non ci si poteva attendere alcuna
benevolenza da parte dei membri della classe dominante; e per avere successo,
la rivoluzione doveva assumere un carattere internazionale. Infine concordavano
sul fatto che lo Stato fosse uno strumento dell’oppressione di classe, e non un
organo neutrale che rappresenta con equità gli interessi di tutti, e dovesse
perciò, in ultima analisi, essere abolito. La Comune di Parigi del 1871 era,
secondo loro, il modello da emulare.
Tuttavia c’era un
punto di conflitto profondo inerente due diverse concezioni dello Stato. Mentre
Marx prevedeva uno stadio intermedio tra capitalismo e comunismo maturo, uno
stato sotto forma di dittatura del proletariato (cioè uno stato operaio),
Bakunin aborriva qualunque sistema statale, sia pure operaio. Ecco il principio
generatore dell’idea anarchica, termine che significa letteralmente “nessun
governo”. Per Bakunin l’unica seria opzione rivoluzionaria doveva prevedere
l’immediato passaggio ad una società comunista matura che, e qui i due autori
tornavano in accordo, si sarebbe distinta per l’assenza di stato. Corollario di
questa divergenza era che Marx sostenesse i tentativi delle organizzazioni
operaie indipendenti di perseguire i propri scopi di classe facendo pressioni
per riforme quali la riduzione dell’orario di lavoro, sostenendo che eventuali successi
avrebbero favorito lo sviluppo di una coscienza di classe, mentre Bakunin
contestava questa linea. Per lui ogni coinvolgimento politico avrebbe
costituito una distorsione del processo rivoluzionario, non si doveva
assolutamente frequentare l’arena politica borghese. C’era dissenso anche sulle
forme più adatte all’organizzazione rivoluzionaria. Bakunin creava con
entusiasmo società segrete che dovevano servire da catalizzatori della rivolta
rivoluzionaria mentre Marx rigettava totalmente quest’idea. Anche il ruolo dei
contadini nel movimento rivoluzionario era infine in discussione. Secondo
Bakunin poteva essere determinante, per Marx solo il proletariato era in grado
di condurre l’azione rivoluzionaria.
Considerata la
preponderanza dei punti d’accordo, alcuni commentatori hanno caratterizzato
l’interminabile diatriba che caratterizzò il loro rapporto come il risultato di
differenti inclinazioni personali. Ad esempio Bakunin è stato accusato di
essere contemporaneamente antisemita e antitedesco, mentre Marx sarebbe stato
vittima di un’incurabile e rigida tendenza all’autoritarismo. In ogni caso un
più attento esame delle irriducibili differenze deve muovere da una ricerca
approfondita sulle strutture filosofiche divergenti che stanno alla base delle rispettive
analisi politiche. Come vedremo, i concetti fondamentali di ognuno sono
talmente differenti tra loro da rendere gli stessi punti di convergenza più
illusori che sostanziali.
Le posizioni
filosofiche di Bakunin
I più importanti
concetti filosofici alla base dell’approccio di Bakunin alla realtà umana
provengono dall’Illuminismo europeo, in particolare dalla scuola empirista di
questa tradizione, dei cui principi tracceremo ora una breve descrizione.
Essendo stati
testimoni degli enormi successi ottenuti nell’approccio alle scienze naturali
da studiosi del calibro di Newton e Galileo tra gli altri, molti filosofi
illuministi furono tentati di trasporne sia il metodo che gli assunti
principali nel dominio delle scienze umane. Ciò portò all’elaborazione di
concetti quali l’idea che specie differenti d’ oggetti naturali contengano
ognuno un’unica, definita e immutabile essenza; o che gli oggetti interagiscano
tra di loro secondo leggi meccaniche fisse di causa ed effetto e che quindi
anche le interazioni tra individui siano regolate da leggi identificabili e
codificabili tramite l’attenta osservazione diretta. Conseguentemente i
pensatori illuministi considerarono gli esseri umani creature naturali tra le
altre, con un’essenza permanente loro propria e comportamenti interamente
determinati da cause naturali. Questo
approccio era sintetizzato dal popolare
ricorso al concetto di “stato di natura”, cioè precedente, in senso letterale o
figurato, alla nascita di società organizzate, immagine che richiamava una
condizione “immacolata” della natura umana, prima dei cambiamenti imposti
dall’impatto con la società. I filosofi dell’epoca, in pieno sviluppo
capitalistico, consideravano gli uomini come individui autonomi, indipendenti e
individualisti, fortemente inclini a perseguire i propri interessi personali,
seguendo i dettami borghesi vigenti.
In qualche modo
Bakunin si allontanò da questa tradizione filosofica rifiutando la descrizione
essenzialmente individualistica degli uomini. Per esempio derideva l’idea che
la società nascesse da contratti stipulati tra singoli individui indipendenti,
definendola una “finzione” filosofica, sostenendo al contrario che gli uomini
fossero naturalmente sociali ed avessero sempre vissuto in comunità. Ma
sottoscrisse pienamente l’approccio secondo cui l’uomo dovrebbe, da un punto di
vista teorico, essere considerato alla stregua di qualunque altro oggetto
naturale, con un comportamento totalmente governato da leggi naturali
meccaniche. Le seguenti citazioni offrono un esempio di questa visione:
“Ci sono molte leggi
che, nonostante la nostra inconsapevolezza, fanno muovere [la società]; si
tratta di leggi naturali, inerenti il corpo sociale…Esse hanno governato la
società umana sin dalla sua nascita indipendentemente dalle opinioni e dalla
volontà degli uomini ad essa appartenenti.” [3]
“[Le leggi
naturali]…fanno parte della nostra essenza nel senso più generale, fisicamente,
intellettualmente, moralmente; solamente tramite queste leggi noi possiamo vivere, respirare, agire,
pensare e desiderare.” [4]
“Storia e
statistiche ci dimostrano che il corpo sociale, come ogni altro oggetto
naturale, nelle sue trasformazioni evolutive obbedisce a leggi generali
necessarie tanto quanto quelle che regolano il mondo fisico.” [5]
“L’uomo non è
nient’altro che Natura… E la Natura avvolge, permea, forma la sua intera
esistenza.” [6]
L’etica di Bakunin
appare a prima vista come una logica conseguenza del suo generale approccio
naturalistico nel momento in cui fa coincidere moralità e naturalità:
“La legge morale…ha senza dubbio fondamenti
reali…perché emana direttamente dalla vera natura della società umana, le cui
radici non vanno ricercate in Dio ma nell’animalità.” [7]
“Parlo di quella
giustizia basata esclusivamente sulla coscienza umana, il senso di giustizia
che ognuno di noi, anche da bambino, sente nel profondo del suo essere, che si
traduce semplicemente nel concetto d’ uguaglianza.”
[8]
In altre parole, c’è
un sentimento umano naturale di giustizia insito e immutabile nella natura
umana.
Il concetto che
Bakunin ha del male non è affatto solido. Da un lato sembra seguire la
tradizione empirista che lo identifica comunque con qualcosa di naturale:
“Sappiamo bene, in ogni caso, che Bene e Male non sono nient’altro che
risultati conseguenti da cause naturali, e che quindi sono entrambi
inevitabili.” [9] Dall’altro, forse trovandolo politicamente conveniente, egli
considera il Male non come un impulso o sentimento naturale, ma come qualcosa
di “innaturale” , esterno al campo di applicazione delle leggi naturali, che
con la sua esistenza crea un sistema duale. Per sua natura ciò che non è
governato da queste leggi è innaturale, artificiale, e può essere dominato solo
con il continuo ricorso a forza e coercizione: “Dobbiamo saper distinguere
molto bene le leggi naturali dalle leggi autoritarie, arbitrarie, politiche,
religiose, criminali e civili instaurate dalle classi privilegiate…”[10]
Un’ultima importante
componente dell’arsenale ideologico di Bakunin è la nozione di libertà. Quando
Marx e Bakunin menzionano questo termine, hanno in mente due concetti
completamente differenti. L’idea di Bakunin contiene elementi importanti. Per
esempio egli ritiene che agire liberamente significhi prima di tutto agire
“naturalmente”, in accordo con i propri impulsi naturali: “La libertà dell’uomo
consiste esclusivamente in questo: egli obbedisce a leggi naturali che egli stesso riconosce come tali e non
come imposte da una qualunque volontà esterna, divina, umana, collettiva o
individuale che sia.” [11] In altri termini siamo al concetto di uomini come
creature naturali dominate da leggi naturali. Agire naturalmente significa
semplicemente essere spontanei, essere “sé stessi”: “Ancora una volta, è la
Vita, non la scienza, che crea la vita stessa; l’agire spontaneo delle masse,
da solo, può creare libertà”. [12]
L’identificazione
tra libertà e spontaneità, o comportamento impulsivo, conduce ad un secondo
aspetto della definizione bakuniana. Egli sostiene che la libertà possa essere
esercitata da un singolo, isolato individuo all’interno di una comunità umana,
che sia possibile agire spontaneamente in totale solitudine, senza alcuna
capacità mentale speciale acquisita. Quindi per Bakunin il concetto di libertà
è individuale, non fa riferimento a tutti gli uomini costituenti una comunità.
“La libertà…consiste
nell’ avere la possibilità, come uomo, di non obbedire a nessun altro e di
agire solo sulla base del proprio giudizio personale.” [13]
“Libertà è il diritto assoluto di uomini
e donne adulte a rispondere delle proprie azioni solo al cospetto della propria
coscienza e della propria ragione, a
essere i soli a determinare le proprie libere volontà, e conseguentemente ad
essere responsabili di sé stessi verso sé stessi, prima di tutto, e poi nei
confronti della società, di cui fanno parte, ma solo fino a quando acconsentono
ad appartenervi.” [14]
Comunque, ritenendo
che gli uomini tendessero naturalmente alla socialità, a volte cercò di
dimostrare che questo concetto di libertà operava coerentemente nella comunità
umana:
“Mi considero un
fanatico della libertà…Non parlo della libertà formale dispensata, misurata e
controllata dallo Stato…e nemmeno di quella individuale, egoista, vile e
fraudolenta magnificata dai seguaci di Jean Jacques Rosseau e da ogni altra
scuola di pensiero del liberalismo borghese, che considera i diritti di tutti,
rappresentati dallo Stato, come un limite al diritto di ognuno…No, io intendo
l’unica libertà degna di questo nome, quella che implica lo sviluppo di tutte
le capacità materiali, morali ed intellettuali latenti in ognuno di noi; la
libertà che non conosce confini, se non quelli imposti dalle leggi della
propria natura, né conseguentemente restrizioni, poiché queste leggi non ci
sono imposte da nessun legislatore esterno. Esse sono soggettive, proprie
appunto della nostra natura, costituenti fondamentali della nostra essenza…La
libertà di ogni uomo che non considera quella di un suo simile come frontiera
ma come conferma ed estensione della propria; libertà per mezzo di solidarietà,
nell’ uguaglianza.” [15]
Lasciando perdere
eventuali questioni di coerenza con le sue prime formulazioni, Bakunin sostiene
che è nella nostra natura vivere uniti in uguaglianza, cooperando gli uni con
gli altri, senza sfruttatori né sfruttati. Per cui, agendo naturalmente e
quindi liberamente, di certo non danneggerò il mio vicino, piuttosto consentirò
anche a lui di vivere secondo natura. In questo modo la libertà del singolo
serve a confermare ed estendere la propria. Ma, ancora, questa concezione di
libertà è incentrata sull’individuo: “…libertà e prosperità collettive esistono
solo come sommatoria di libertà e prosperità individuali.” [16]
Per riassumere:
Bakunin agisce, per sommi capi, in un contesto di pensiero naturalistico
dominato dalla corrente empirista dell’Illuminismo. Gli esseri umani fanno
parte di un ambiente naturale dato, nel quale i comportamenti sono determinati
in base a leggi naturali. Questa condizione è identificata con il Bene. Ma nel
momento in cui la coercizione entra nelle relazioni tra gli individui, ci si
sposta nel regno dell’innaturale. Alienati dalla nostra condizione naturale ci
troviamo a perdere la nostra libertà.
La filosofia di Marx
Mentre le principali
asserzioni teoriche di Bakunin erano saldamente radicate nella filosofia
materialista dell’Illuminismo, Marx si confrontò con questa tradizione solo
dopo che, per merito di Hegel, questa aveva subito significative
trasformazioni. In primo luogo Hegel rigettò l’idea di genere umano come specie
sottoposta alle medesime ed immutabili leggi governanti il resto del mondo
naturale. Piuttosto postulò l’idea di un’umanità coinvolta in un processo
evolutivo, in continua e tumultuosa trasformazione nel suo percorso tendente ad
una razionalità sempre maggiore. Inoltre quest’ impresa era concepita come
grande sforzo collettivo poiché la razionalità, in ultima analisi, è un
attributo che richiede, dal momento della sua comparsa e nel suo continuo
esercizio, il contributo dell’intera specie. Per esempio, ogni generazione si
trova a costruire sulle realizzazioni razionali di quelle precedenti, ed in
questo modo l’umanità progredisce nella conoscenza scientifica della realtà
circostante. Alla fine, secondo Hegel, il processo troverà la fine in uno stato
di perfetta razionalità in cui l’umanità avrà acquisito auto-coscienza e i suoi
membri saranno capaci di regolare i rapporti tra loro secondo canoni condivisi
e razionali, avendo raggiunto la consapevolezza di sé stessi come specie
razionale in senso comunitario.
Marx condivise la
visione hegeliana di un’umanità alle prese con un’intrapresa collettiva, ma
argomentò a favore di una logica differente alla base del processo. Per Hegel
lo sviluppo storico procedeva in parallelo al grado di presa di coscienza
raggiunto dell’uomo, mentre Marx lo faceva dipendere da una base materiale. In
particolare, riteneva che il modo in cui gli uomini ricercano la soddisfazione
dei propri bisogni primari imprima un marchio sul tipo di società costruita,
sui rapporti tra le persone e sulle idee che formulano riguardo sé stesse e il
mondo che le circonda:
“ Nella produzione
sociale della loro esistenza gli uomini vengono a trovarsi in rapporti
determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, cioè in rapporti di
produzione corrispondenti ad un determinato livello di sviluppo delle forze
produttive materiali. Il complesso di tali rapporti di produzione costituisce
la struttura economica della società, la base reale su cui si eleva una
sovrastruttura giuridica e politica e a cui corrispondono determinate forme di
coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale è ciò che
condiziona il processo sociale, politico e spirituale. Non è la coscienza degli
uomini che determina il loro essere, ma, al contrario, è il loro essere sociale
che determina la loro coscienza.” [17]
Inoltre questa
concezione economica ha una logica che spiana la strada ad un processo storico:
“…Dobbiamo
cominciare con il constatare che il primo presupposto di ogni esistenza umana,
dunque anche di ogni storia, è che gli uomini, per potere «fare storia»,
debbano essere in grado di vivere. Ma al vivere si addice, innanzi tutto, il
mangiare e bere, l’abitazione, il vestiario e altre cose ancora. Il primo fatto
storico dunque la produzione di mezzi per la soddisfazione di questi bisogni,
la produzione della vita materiale stessa. (…)
Il secondo punto è
che il primo bisogno soddisfatto, (…) porta a nuovi bisogni – e questa
produzione di nuovi bisogni è il primo fatto storico.” [18]
Come per Hegel,
anche per Marx questo sviluppo storico ha carattere collettivo dato che gli
uomini dipendono gli uni dagli altri sia per la soddisfazione dei bisogni
primari che per l’acquisizione di necessità più elevate:
“Ciò che abbiamo di
fronte, da cui dobbiamo partire, è la produzione
materiale. Gli individui producono in società – quindi la produzione
individuale socialmente determinata è, senza dubbio, il punto di partenza.
Il cacciatore o il
pescatore isolati dal contesto, da cui sono partiti Smith e Ricardo, sono
presunzioni prive d’immaginazione tipiche del diciottesimo secolo. cose da
Robinson Crusoe che in nessun modo però esprimono unicamente una reazione
contro l’ultra-sofisticazione ed il ritorno ad una incompresa vita naturale,
come immaginano gli storici della cultura. Anche il contratto sociale di Rousseau, che prevede soggetti naturalmente
autonomi ed indipendenti legati tra loro appunto per contratto, poggia su un
naturalismo di questo tipo.” [19]
Mentre Bakunin
supponeva un’essenza umana fissa e naturale, Marx, sul sentiero tracciato da
Hegel, credeva che la natura umana stessa fosse coinvolta in un processo
evolutivo in cui si dispiegano i tratti caratteristici di ogni epoca storica in
modo da generare un continuo movimento di ricostruzione della natura stessa.
Mentre gli uomini inventano strumenti sempre più elaborati da utilizzare nei
processi produttivi, contemporaneamente essi trasformano sé stessi in individui
più razionali e universali. Inizialmente la razza umana era difficilmente
distinguibile dal resto del regno animale; gli uomini agivano in modo
impulsivo, con scarsa coscienza di sé e dell’ambiente circostante. In altre
parole, nella prospettiva di Marx, l’immagine bakuniana di un’umanità come
specie naturale immutabile, ha una parvenza di validità solo nei primi momenti
storici.
“Questo principio di
coscienza animale tanto quanto la vita sociale di questo stadio stesso, è
semplice coscienza da gregge e l’uomo si differenzia qui dal montone soltanto
perché la sua coscienza supplisce l’istinto ovvero il suo è un istinto
cosciente. Questa coscienza da montone o tribale ha un suo ulteriore sviluppo e
perfezionamento grazie all’accresciuta produttività, all’accrescimento dei
bisogni e all’incremento della popolazione che sta alla base di entrambi.” [20]
Ma nel corso di una
rivoluzione comunista, avviene un’importante trasformazione: la classe operaia
prende il controllo dei mezzi produttivi e, per la prima volta, li dirige
secondo un piano cosciente e razionale:
“La dipendenza universale,
questa forma naturale della cooperazione degli individui sul piano storico-universale,
viene trasformata dalla rivoluzione comunista nel controllo, nel dominio
cosciente di queste potenze che, prodotte dall’interazione degli uomini, si
sono fino ad oggi imposte loro e li hanno dominati.” [21]
A questo punto gli
uomini hanno abbandonato il loro vivere animalesco e impulsivo a favore di un
deliberato e razionale controllo dei propri interessi. Ma il pieno e
consapevole controllo delle forze produttive può essere raggiunto solo se gli
uomini lavoreranno in cooperazione ed armonia reciproca, traguardo impossibile
da raggiungere finché regnano divisioni di classe e sfruttamento, che
precludono la possibilità di controllare razionalmente le forze produttive:
“In primo luogo, le
forze produttive appaiono del tutto indipendenti e sganciate dagli individui,
un mondo vero e proprio accanto agli individui, che ha il suo fondamento in
questo, che gli individui di cui esse sono le forze, esistono frazionati e in
contrapposizione reciproca, mentre queste forze, d’altra parte, sono forze
reali solo nel rapporto e nel collegamento di questi individui.” [22]
Ecco perché il
coinvolgimento di ogni individuo nel
controllo consapevole dell’economia è un prerequisito assoluto:
“In tutte le
appropriazioni sino ad oggi una massa di individui restò sottomessa ad un unico
strumento di produzione; nell’appropriazione da parte dei proletari, una massa
di strumenti di produzione viene sottomessa a ciascun individuo e la proprietà
viene sottomessa a tutti. Le relazioni universali moderne non vengono
sottomesse agli individui altrimenti che con l’essere sottomesse a tutti.” [23]
In palese contrasto
con Bakunin, secondo Marx una rivoluzione vittoriosa non avrebbe significato il
ritorno ad un’ originaria essenza naturale soffocata dall’avvento dello Stato e
dalle differenziazioni di classe, ma la vera e propria nascita di un nuovo genere umano:
“Sia per la
produzione di massa di questa coscienza comunistiche per il successo della cosa
stessa, è necessaria una trasformazione di massa degli uomini, che può avvenire
solo in un movimento pratico, in una rivoluzione; che dunque la
rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può
essere rovesciata in nessun altro modo, ma anche perché la classe rovesciante
può riuscire solo in una rivoluzione a togliersi di dosso tutto l’antico
sudiciume e a diventare capace di una rifondazione della società.” [24]
Quindi, tramite il
processo rivoluzionario, il proletariato si trasforma da classe passiva,
sottomessa alla borghesia, in agente indipendente capace di prendere in mano le
redini della storia e dirigere gli eventi secondo un piano cosciente. Siamo
all’alba di una nuova epoca in cui gli individui agiscono secondo logiche
collettive e consapevoli nel determinare le politiche sociali: “Soltanto a
questo stadio l’attività personale coincide con la vita materiale, cosa che
corrisponde allo sviluppo degli individui come individui totali e alla
liberazione da ogni naturalità.” [25]
Vediamo perciò come
Marx e Bakunin abbiano sviluppato due visioni drammaticamente divergenti
dell’umanità. Per Bakunin la natura umana è statica e legata a ciò che è
fisicamente naturale, mentre per Marx l’umanità si trasforma, lasciandosi alle
spalle atteggiamenti animaleschi e raggiungendo livelli sempre più elevati di
razionalità e autocoscienza.
Le loro dottrine
etiche conseguentemente riflettono questi contesti concettuali differenti.
Bakunin identifica “bene” e “naturale”, Marx relativizza storicamente questi
termini giacché nuovi modi di produzione produrranno nuovi parametri etici:
“La produzione delle
idee, delle rappresentazioni, della coscienza è innanzitutto direttamente
intrecciata all’attività materiale e
allo scambio materiale tra gli uomini, linguaggio della vita reale. La
rappresentazione, il pensiero, lo scambio spirituale tra uomini appaiono qui
ancora come un’estrinsecazione diretta del loro comportamento materiale. Per la
produzione spirituale, come si presenta nel linguaggio delle leggi, della
politica, della morale, della religione, della metafisica, ecc., delle loro
rappresentazioni, delle loro idee, ecc., ma gli uomini reali, che operano,
sono, come loro condizionati da uno sviluppo determinato delle loro forze
produttive e dello scambio ad esse corrispondente fino alle sue formazioni più
ampie.” [26]
Criticando le
posizioni di Gilbart, storico dell’economia inglese che nel 19° secolo sostenne
che ricavare profitto dal denaro tramite l’interesse era “naturalmente” giusto,
Marx sostenne che non c’è giustizia naturale, vale a dire una giustizia valida
per sempre:
“È assurdo parlare
qui di giustizia naturale,come fa Gilbart (…). La giustizia delle operazioni
che avvengono tra agenti della produzione dipende da ciò, che queste operazioni
derivano come conseguenza naturale delle condizioni della produzione. Le forme
giuridiche in cui queste operazioni economiche. Appaiono come atti di volontà
di quelli che vi partecipano, come manifestazioni della loro volontà comune, e
come contratti di cui il potere giudiziario può esigere l’esecuzioni rispetto
alle singole parti, non possono in quanto semplici forme, determinare questo
contenuto stesso. Esse non fanno che esprimerlo. Questo contenuto giusto quando
corrisponde al modo di produzione, gli è adeguato. È ingiusto quando si trova
in contraddizione con esso.” [27]
In Marx la nozione
di libertà subisce uno spostamento paradigmatico rispetto a quella di Bakunin e
della corrente empirista dell’Illuminismo. Ci sono due punti cruciali che Marx
mette in gioco partendo da questa tradizione, in entrambi i casi ispirandosi
all’analisi hegeliana.
In primo luogo, per
Marx, libertà non significa seguire i propri impulsi o gareggiare in
spontaneità. Gli impulsi fanno parte della propria costituzione naturale – non
sono il risultato di scelte. Quando agiamo in modo impulsivo, siamo “naturali”
e inconsapevoli. Tuttavia quando ci comportiamo razionalmente e consapevolmente
siamo noi, attraverso decisioni ben ponderate, a determinare il corso delle nostre azioni. Conseguentemente Marx
si allinea a quei settori illuministi rappresentati, tra gli altri, da Kant e
Rousseau, che approvavano entrambi l’autonomia del soggetto:
“Il lavoro veramente
libero, creativo, coincide con lo sforzo più intenso, necessita della massima
serietà. La produzione materiale può raggiungere questo stadio solo (1) quando
è dato il suo carattere sociale, (2) quando abbia carattere non solo
scientifico ma generale, non attività umana come pura forza naturale
imbrigliata alla bisogna, ma vero e proprio soggetto del processo produttivo che
agisce governando tutte le forze della natura.” [28]
Secondariamente, e
in conseguenza di ciò, per Marx la libertà non è una capacità fondamentalmente
individuale, ma principalmente un’impresa
attuabile da una comunità di uomini, in accordo con le sue analisi
basate sulle idee di Kant e Rousseau. La scienza, per esempio, non può essere
creata od utilizzata da un individuo isolato. Gli uomini hanno vissuto per
migliaia d’ anni prima di poter iniziare ad abbozzare un pensiero scientifico,
e ancora più a lungo prima di poter elaborare e formalizzare vere e proprie
teorie scientifiche. Ma nessun progresso in questa direzione sarebbe stato
possibile se l’uomo non avesse imparato a costruire sulle fondamenta lasciate
dai suoi predecessori.
Siccome gli uomini dipendono,
fisicamente e psicologicamente, l’uno dall’altro per il soddisfacimento dei
propri bisogni, sono costretti a lavorare a stretto contatto. Nella società
regolata dal capitalismo questa cooperazione è forzata a diventare competizione
tra individui, piuttosto che collaborazione, ed ognuno decide come comportarsi
in base al proprio interesse personale. Ciò non permette una riflessione
critica sulla struttura in cui gli individui stessi si trovano ad operare
perché, dal punto di vista del singolo isolato dal contesto, essa risulta
inalterabile. Da questa prospettiva la società appare tanto rigida quanto la
forza di gravità. Scopo di una società socialista è ribaltare questa relazione.
Invece di individui impotenti di fronte alle proprie istituzioni sociali,
avremo persone in grado di cambiare queste istituzioni al mutare di bisogni e
valori tramite discussioni comunitarie organizzate. E questo stadio può essere
raggiunto solo operando come una forza coordinata, in cui ad ognuno sia data la
possibilità di partecipare, discutere, dibattere, votare sulle opzioni
possibili. Quindi una società socialista mette in gioco un nuovo, e più
avanzato secondo Marx, concetto di libertà: la determinazione razionale e
collettiva delle politiche sociali. “La libertà in questo campo può consistere
soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano
razionalmente questo scambio organico con la natura, lo portano sotto il loro
comune controllo, invece di essere da essa dominati come da una forza cieca.”
[29]
Di conseguenza, Marx
ritiene che la definizione individualistica bakuniana di libertà rimanga
invischiata nella struttura concettuale della filosofia borghese generando
solamente confusione se trasportata pari pari in un contesto socialista:
“La libertà [nella
concezione borghese] è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che
non danneggia nessun altro. I limiti entro i quali ognuno si può muovere senza danneggiare un altro sono
stabiliti per legge, così come i confini tra due campi sono determinati
mediante un palo. Si tratta della libertà dell’uomo come monade isolata e
ripiegata su sé stessa (…) Ma il diritto [borghese] dell’uomo alla libertà non
si basa sull’unione dell’uomo con l’uomo, quanto piuttosto sull’isolamento
dell’uomo dall’uomo. E’ il diritto a tale isolamento, il diritto
dell’individuo limitato, limitato a
sé stesso.” [30]
Nei fatti, questa
concezione borghese di libertà, se comparata ad un più avanzato concetto
socialista, non è nient’altro che un’altra forma di schiavitù:
“Precisamente la schiavitù della società civile appare
come la più grande libertà perché rappresenta, ad un primo
approccio, l’indipendenza individuale
al suo massimo grado di sviluppo, quando ognuno considera come propria libertà il movimento senza regole,
perché libero da vincoli di qualunque tipo, dei fattori alienati dalla sua vita
come proprietà, industria, religione, ecc…mentre in questa condizione sono
schiavitù e disumanità ad essere pienamente dispiegate.” [31]
In ultima analisi
quindi le differenze tra le concezioni di libertà di Marx e Bakunin originano
da presupposti filosofici opposti. Per Bakunin, essendo l’uomo una specie
naturale, è conseguente definirla come l’agire naturale, mentre per Marx, che
vede l’umanità coinvolta in un processo di innalzamento al di sopra delle forze
naturali, la libertà si identifica con un’azione collettiva e razionale.
Altra pietra miliare
della costruzione filosofica di Marx è la sua analisi delle leggi che regolano
la storia. Come abbiamo visto, il suo approccio materialista allo studio della
disciplina lo porta ad enfatizzare il ruolo delle condizioni economiche nel
determinare il corso del suo sviluppo. Mentre Bakunin argomentava che le leggi
storiche potevano essere ricondotte a leggi naturali, ammettendo implicitamente
che gli uomini non possono controllare il proprio destino meglio di qualunque
altro oggetto naturale, Marx ipotizzò l’esistenza di una relazione tra
intenzioni umane e ambiente economico circostante:
“Gli uomini fanno la
propria storia, ma non fa fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da
loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a
sé, determinate dai fatti e dalla tradizione.” [32]
“Si nota come le
circostanze facciano l’uomo molto più di quanto l’uomo faccia le circostanze.”
[33]
Ecco come il
contesto materiale e le intenzioni degli uomini possano, secondo i casi, andare
a braccetto con la storia o scagliarla con violenza in una direzione
particolare.
Secondo Marx questo
rapporto scaturisce dai processi produttivi di base attraverso cui gli uomini
si relazionano l’uno con l’altro e, contemporaneamente, con la natura stessa:
“In primo luogo il
lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo,
per mezzo della propria azione, media , regola e controlla il ricambio organico
fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze
della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto forze naturali
appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per
appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita.
Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia
allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono
assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere Qui non
abbiamo da trattare delle prime forme di lavoro, di tipo animalesco e
primitive. (…) Noi supponiamo il lavoro in una forma nella quale esso
appartenga esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che
assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare certi architetti con
la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin dal principio
distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha
costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera” .[34]
In altre parole, le
fondamenta economiche su cui poggia la storia nel sistema marxiano comprendono,
come elemento imprescindibile, il ruolo della coscienza umana.
Per cui il
materialismo di Marx non lo costringe ad una spiegazione meccanicistica in cui
ogni evento storico è interamente determinato da un insieme di condizioni
preesistenti, come nelle scienze naturali. Piuttosto le condizioni economiche
del contesto muovono certi parametri all’interno dei quali operano le
intenzioni umane, imprimendo loro un senso di marcia logico senza tuttavia
determinarle completamente. E’ impossibile, ad esempio, costruire un computer
con utensili di pietra, ma non si è costretti a costruirlo neanche disponendo
delle tecnologie necessarie.
Per questa ragione
Marx insiste nel marcare nettamente la differenza tra natura da un alto e
storia dall’altro.:
“La natura non
produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e
semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un
rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia
comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato
di uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti
economici, del tramonto di tutta una serie di formazione più antiche della
produzione sociale.” [35]
Ecco perché
criticava anche i tentativi di dipingere la storia come ulteriore branca delle
scienze naturali:
“Non merita eguale
attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo
sociale[leggi tecnologia], base materiale di ogni organizzazione sociale
particolare? E non sarebbe più facile
da fare[rispetto alla storia degli organismi animali e vegetali] poiché, come
dice il Vico, la storia dell’umanità si distingue dalla storia naturale per il
fatto che noi abbiamo fatto l’una e non abbiamo fatto l’altra?...I difetti del
materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali, che esclude il
processo storico, si vedono già nelle concezioni astratte ed ideologiche dei
suoi portavoce appena s’arrischiano al di là della loro specialità.” [36]
Giugno 2006
(Prima
pubblicazione: What’s Next,
dicembre2003)
Vorrei ringraziare
Bill Leumer, Paul Colvin e Fred Newhouser per i loro preziosi suggerimenti
riguardanti quest’articolo.
Note
1. Marx, Karl and Engels, Frederick, Selected
Correspondence (Moscow, 1975), p.254.
2. Kenafick, K.J., Michael Bakunin and Karl Marx
(Melbourne, 1948), p.40.
3. Dolgoff, Sam, ed., Bakunin on Anarchy (New
York, 1972), p.129.
4. Bakunin, Michael, ‘God and State', in The
Essential Works of Anarchism, ed. by Shatz, Marshall (New York/Chicago,
1972), p.139.
5. Maximoff, G.P., ed., The Political Philosophy
of Bakunin: Scientific Anarchism (Glencoe, Ill., 1953), p.75.
6. Ibid., p.263.
7. Ibid., p.156.
8. Dolgoff, Sam, ed., Bakunin on Anarchy,
p.125.
9. Bakunin, Michael, Marxism, Freedom and the
State, ed. by Kenafick, K.J. (London, 1950), p.22.
10. Maximoff, G.P., ed., The Political Philosophy
of Bakunin: Scientific Anarchism, pp.263-4.
11. Bakunin, Michael, "God and State,"
p.141.
12. Ibid., p.153.
13. Citato in Eltzbacker, Paul, Anarchism,
Exponents of the Ancient Philosophy (New York, 1960), p.85.
14. Lehning, Arthur, ed., Michael Bakunin,
Selected Writings (London, 1973), p.64.
15. Dolgoff, Sam, ed., Bakunin on Anarchy,
pp.261-2.
16. Bakunin, "God and State," p.147.
17. Marx, Karl, Per
la critica dell’economia politica (Newton Compton Editori, Roma 1976),
pag. 31.
18. Marx, Karl and
Engels, Frederick, L’ideologia tedesca (da “Karl Marx –Opere”, Newton
Compton Editori, Roma, 1978), pagg. 217-218.
19. Marx, Karl, Grundrisse (Middlesex,
England, 1973), p.83.
20. Marx, Karl and
Engels, Frederick, , L’ideologia tedesca (da “Karl Marx –Opere”,
Newton Compton Editori, Roma, 1978), pag. 220.
21. Ibid., pag. 224.
22. Ibid., pag. 243.
23. Ibid., pag. 244.
24. Ibid., pag. 245-246.
25. Ibid., p.245.
26. Ibid.,
pag. 216.
27. Marx, Karl, Il Capitale,
Terzo Volume (Editori riuniti, Roma 1980), pag. 405.
28. Marx, Karl, Grundrisse, pp.611-12.
29. Marx, Karl, Il Capitale,
Terzo Volume, pag. 933.
30. Marx, Karl, ‘La
questione ebraica’ , (Massari editore, Bolsena, 2003), pag. 77.
31. Marx, Karl, ‘Holy Family’, Collected
Works, Volume 4 (New York, 1975), p.116.
32. Marx, Karl, ‘Il
18 brumaio di Luigi Bonaparte’ (Editori riuniti, Roma1991), pag. 7.
33. Marx, Karl and Engels, Frederick, L’ideologia
tedesca, pag. 224.
34. Marx, Karl, Il
Capitale, Primo Volume (Editori riuniti, Roma 1980), pag. 212.
35. Ibid., pag. 202.
36. Ibid., pag. 414-5.
21/08/2006
Leggi la seconda parte
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