1 - LA VERITÀ È (SEMPRE) RIVOLUZIONARIA
Scoppia la rivoluzione in Europa
Gramsci e il movimento comunista italiano
2 - L’OSTETRICA DELLA RIVOLUZIONE
Sviluppo industriale e crisi del dopoguerra
La politica del PSI
Comunisti tra i socialisti
3 - L’ORDINE NUOVO E IL BIENNIO ROSSO
Il ruolo dell’ordine Nuovo
Lo sciopero delle lancette a Torino
I socialisti italiani al congresso della Terza Internazionale
Settembre 1920: l’occupazione delle fabbriche
4 - IL PCd’I, SEZIONE DELLA III INTERNAZIONALE
Il problema del fronte unico
Gli Arditi del Popolo
II secondo congresso del PCdI
Il fronte unico sindacale
5 - LA RIVOLTA DELLE SCIMMIE
La degenerazione della Rivoluzione russa
Il "governo operaio e contadino" e il governo di Mussolini
bolscevizzazione e deriva burocratica del PCdI
L’Assemblea costituente e la rottura con lo stalinismo
6 - LA EGEMONIA E LA "QUISTIONE MERIDIONALE"
La conquista dell’egemonia
Il ruolo degli intellettuali
L’unificazione d’Italia e la questione meridionale
7 - BIBLIOGRAFIA
1. LA VERITÀ È (SEMPRE) RIVOLUZIONARIA
"Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e diffamazioni. Ma dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e a mistificazione delle classi oppresse. Si svuota di contenuto il loro pensiero rivoluzionario, se ne smussa la punta, lo si svilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale trattamento".
V.I.Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917
Scoppia la rivoluzione in Europa
Il successo della Rivoluzione russa nell’ottobre del 1917 cambiò il corso della storia mondiale perché ispirò il movimento operaio internazionale per parecchie generazioni. Il 1917 rivoluzionò la società e trasformò la psicologia delle masse lavoratrici e la vita dei suoi partiti e sindacati. "Fare come in Russia" era la risposta netta che settori ogni giorno crescenti della classe operaia mondiale sentivano di poter dare alla miseria della guerra e allo sfruttamento del capitale.
Alle manifestazioni di solidarietà verso la Rivoluzione russa partecipavano milioni di lavoratori in tutto il mondo. In prima fila i giovani e le lavoratrici, che nella stessa Russia avevano dato il via alla Rivoluzione di febbraio. La lotta della classe operaia divampò in Germania e Italia, nell’Europa centrale e in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Asia ed ebbe il merito di contribuire in maniera decisiva alla fine della Prima Guerra Mondiale e alla sconfitta dell’offensiva di 21 eserciti che le potenze imperialiste scatenarono contro il neonato stato sovietico. Settant’anni dopo la pubblicazione del Manifesto Comunista di Marx ed Engels, lo spettro del comunismo si aggirava per l’Europa, ma ora era in carne ed ossa e spaventava a morte la borghesia.
La Rivoluzione italiana, meglio conosciuta come Biennio rosso, fu contemporanea all’instaurazione della Repubblica sovietica in Ungheria, allo Sciopero rivoluzionario in Spagna e seguì di poco la prima Rivoluzione tedesca dell’inverno 1918-19. Sappiamo che il Partito Socialista Italiano (PSI) perse un’enorme opportunità storica: durante il Biennio rosso i lavoratori occuparono le fabbriche a più riprese e all’apice del processo (settembre 1920) mezzo milione di operai le difesero per settimane; i braccianti e contadini poveri fecero lo stesso con le terre dei padroni e dei latifondisti. Persino alcuni settori arretrati influenzati dal Partito popolare furono attratti dalla rivoluzione. La portata del movimento fu tale che praticamente offrì il potere nelle mani della direzione del PSI. Una direzione cosciente dei compiti storici che esigeva la classe operaia avrebbe potuto unificare lo slancio rivoluzionario in tutto il paese e farla finita col capitalismo e le sue miserie. Allora il PSI era un partito ben radicato nella classe operaia industriale e dirigeva il principale sindacato, la CGL, insieme alle principali leghe nelle campagne. Amministrava migliaia di municipi e di cooperative operaie.
La vittoria del Biennio rosso avrebbe potuto spezzare l’isolamento della Rivoluzione russa ed avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. L’esperienza invece dimostrò per l’ennesima volta che una organizzazione rivoluzionaria non si può improvvisare: nel pieno della lotta la classe operaia non dispone del tempo necessario a trarre in tutta fretta le conclusioni corrette dagli avvenimenti che si susseguono durante uno sconvolgimento sociale. Spesso non ha neppure ha il tempo di correggere puntualmente gli inevitabili errori propri e dei propri dirigenti. Il coraggio e l’abnegazione sono necessari ma non sufficienti. La durata di una stagione rivoluzionaria può variare ed assumere un carattere prolungato, ma non è infinita. Le decisioni strategiche e quelle tattiche che si devono adottare giorno dopo giorno, mese dopo mese, esigono una estrema flessibilità nei metodi ed una grande fermezza di principi in ogni momento cruciale. Il partito rivoluzionario sarebbe superfluo se la spontaneità della classe fosse sufficiente a vincere la guerra contro la borghesia. Il partito rivoluzionario deve quindi svolgere il ruolo che i lavoratori non possono inventarsi in pochi mesi.
È per tali motivi che una direzione cosciente e sperimentata si rende necessaria. E non è finita qui: essa deve sapersi guadagnare la fiducia delle masse lavoratrici con l’esempio e con molta pazienza, affinché nei momenti decisivi i battaglioni operai sappiano decidere velocemente a chi affidarsi. Che idee, che metodi, che parole d’ordine adottare. Nell’assenza di un ampio e sperimentato nucleo di quadri, diventa impossibile elaborare ed indicare gli obiettivi corretti. La classe oppressa comprende per esperienza ciò che non vuole o che tipo di società non vuole più; ma i decenni di egemonia della classe dominante e le enormi pressioni della miseria quotidiana le impediscono di elaborare chiaramente i propri obiettivi e le soluzioni ai propri problemi. In poche parole, un programma ben definito.
Le correnti centriste (semi-rivoluzionarie o rivoluzionarie a parole) che nascono nel seno dei partiti operai sono un prodotto quasi esclusivo delle stagioni rivoluzionarie e prerivoluzionarie. I loro dirigenti oscillano, dubitano ed a volte persino cincischiano tra il riformismo ed il marxismo. Come un vascello nella tempesta, si trovano in balia delle onde gigantesche delle mobilitazioni operaie e delle sferzate del vento della reazione. Sono vittime degli avvenimenti, al contrario della direzione bolscevica del 1917. La maggioranza dei capi del PSI si dichiarava massimalista, partigiana del programma massimo della rivoluzione socialista. Purtroppo non erano che centristi, giacché da anni si limitavano a suonare la tromba della propaganda rivoluzionaria come Giovanni minacciava l’Apocalisse, ma giunsero miseramente impreparati quando il Biennio rosso bussò alla porta.
Come la guerra, la rivoluzione ha in ogni sua fase il fronte decisivo. Torino lo fu per l’Italia durante tutto il 1920, e lì militava Antonio Gramsci. Per le sue posizioni politiche e la qualità della sua militanza durante il Biennio rosso, Gramsci fu l’avanguardia minoritaria del PSI. L’assenza di una frazione nazionale organizzata attorno alle sue idee fu un fattore chiave nell’ora decisiva. Anni dopo Trotskij scriverà:"Se alla fine della guerra non c’è stata in Europa alcuna rivoluzione vittoriosa è perché è mancato il partito" e persino il socialista Nenni confermerà nel 1926 che "..il giudizio [di Trotskij] è esatto per ciò che si riferisce all’Italia".
Il giovane Partito Comunista di Bordiga e Gramsci nacque dalla durissima esperienza della sconfitta e dall’influenza della Terza Internazionale (IC) che Lenin fondò nel 1919 per estendere la Rivoluzione russa al resto del pianeta. Come tutti i partiti rivoluzionari, il PCd’I nacque dalla costola di un partito operaio, giacché si scisse dal PSI al Congresso di Livorno del gennaio 1921. I partiti comunisti che nacquero allora in tutta Europa attrassero velocemente i settori più avanzati della classe lavoratrice. Ovvero, inglobarono come un fulmine la gioventù dei partiti socialisti. Deludendo le aspettative dei loro fondatori, i partiti comunisti rimasero quasi ovunque in minoranza rispetto alle loro case madri socialiste e lo stesso valse dentro i sindacati di classe. Opportunità rivoluzionarie nitide si ripresentarono ai comunisti durante gli anni venti e trenta in molti paesi d’Europa, ma un partito come quello di Lenin e Trotskij non si poteva improvvisare. Una direzione rivoluzionaria cosciente si forgia in un lungo periodo di tempo, selezionando i propri quadri, affinando le armi teoriche ed organizzative, affondando le radici stabilmente nei settori decisivi della classe operaia. Invece accadde che i giovani partiti comunisti europei furono messi alla prova appena nati, senza avere avuto l’esperienza e i quadri del Partito bolscevico. I dirigenti comunisti si dimostrarono immaturi, spesso poco umili e molto impazienti. Passavano dalla titubanza all’estremismo in varie occasioni e non riuscirono ad egemonizzare la classe operaia organizzata, di tradizione socialista.
Ungheria, Italia, Germania, Austria, Spagna, Francia, Cina... L’umanità pagò con la dittatura e con la guerra sia l’insufficienza delle direzioni degli operai, che l’arretratezza, l’isolamento e la consequente degenerazione burocratica dell’URSS. Gramsci e Trotsky furono gli unici dirigenti comunisti a comprendere con chiarezza la natura del fascismo: la reazione sì della borghesia, ma accompagnata da quella di massa della piccola borghesia rurale e urbana. Le classi medie rovinate dalla crisi e dalla guerra, avevano simpatizzato col socialismo durante l’ascesa rivoluzionaria. Con la sconfitta delle rivoluzioni europee, la loro frustrazione si sfogò per alcuni anni contro le organizzazioni operaie, aizzata dai banchieri, dai grandi proprietari terrieri, dalla Chiesa cattolica e dai capitalisti in generale. Fu su questa rabbia cieca che la borghesia si appoggiò per distruggere le organizzazioni proletarie ed allontanare lo "spettro del comunismo". Furono infatti i fascisti che arrestarono Gramsci a Roma l’8 novembre del 1926, per rinchiuderlo in una cella fino alla morte nel 1937.
Gramsci e il movimento comunista italiano
La nostra tendenza ha prodotto libri, documenti e siti internet dedicati alle rivoluzioni di tutto il mondo. Occuparci della figura di Antonio Gramsci, rivoluzionario e dirigente del Partito Comunista d’Italia, significa occuparci della storia del giovane movimento comunista italiano. Durante i 65 anni trascorsi dalla morte di Gramsci, gli stalinisti ed i riformisti hanno esaltato quelli che per noi sono i punti deboli del suo pensiero. Per contro, le sue migliori idee e prese di posizione sono state spesso distorte, falsificate e poi estrapolate abusivamente, banalizzate in maniera strumentale e tutto ciò allo scopo di ingannare tre generazioni di militanti comunisti. Dal dopoguerra ad oggi i dirigenti del PCI, PDS, DS e Rifondazione Comunista hanno dipinto Antonio Gramsci nella posa di paladino della lotta per la democrazia parlamentare, del teorico che attuò un opera di revisione del marxismo italiano per adattarlo alle esigenze, a loro dire, non più rivoluzionarie dell’occidente. Non contenti, l’hanno truccato e mummificato come Stalin fece con Lenin, svuotando il pensiero di Gramsci di ogni contenuto rivoluzionario. Così ridotto, l’hanno definito molto più attuale di Marx, Lenin, Trotsky e compagnia.
Le idee di Gramsci raramente corrispondono alla propaganda stalinista e riformista. In primo luogo Gramsci non sprecò la sua vita nella lotta per la democrazia borghese. Non teorizzò mai una repubblica italiana basata sulla collaborazione tra le classi a vantaggio del capitale. Fu invece uno dei primi comunisti italiani a cogliere la natura ed il ruolo sociale dei soviet russi che emersero durante le ascese rivoluzionarie. Capì che erano organi di potere proletari e che avrebbero potuto svilupparsi anche in Italia. Gramsci favorì la trasposizione dell’esperienza sovietica in Italia visto che le condizioni erano estremamente favorevoli durante il Biennio rosso. Così nacquero i Consigli di Fabbrica torinesi strumenti di lotta vera nel momento più caldo della lotta di classe. Gramsci li stimolò dedicando loro pagine su pagine de L’Ordine Nuovo. E poi ci vengono a dire che in fondo Gramsci lottava per la rigenerazione morale della democrazia parlamentare!
Molti tentativi sono stati fatti per tirare in ballo Gramsci allo scopo di giustificare la via italiana al socialismo di Togliatti e l’ eurocomunismo di Berlinguer. In fondo queste formule sono servite per dissimulare in momenti diversi la stessa minestra: la collaborazione di classe dei dirigenti della classe operaia con il padronato per evitare coscientemente la trasformazione socialista della società. Possiamo dirlo senza incertezze, perché tutte le volte che tirano in ballo la concezione gramsciana dell’egemonia lo fanno per sostenere l’idea che la classe operaia debba si dirigere la società, ma insieme alle altre classi sociali, esercitando un relativo dominio intellettuale, però dentro un sistema capitalista moralmente rigenerato. Che bellezza! È così che quadrano il cerchio!
No, Gramsci fu un rivoluzionario, comunista e internazionalista, la sua militanza ebbe uno scopo multo chiaro: spazzar via il capitalismo, espropriare la borghesia per stabilire uno stato operaio basato sui consigli di fabbrica, estesi all’intero tessuto produttivo delle città e persino delle campagne. Nei suoi piani, questo era solo il primo passo verso il socialismo internazionale. Invece, quadrato il cerchio e collocato il santo sul piedistallo, i riformisti hanno usato Gramsci per mascherare la concezione marxista della storia e della trasformazione della società.
Il fatto che Gramsci abbia realizzato una serie di approfondimenti ed apportato idee all’arsenale teorico del marxismo non può farci dimenticare i suoi errori e la mancanza della lucidità di un Lenin o un Trotsky nei momenti critici della vita del partito. Tra il 1925 ed il 1926 perse addirittura l’indipendenza di giudizio che invece seppe mantenere Bordiga contro la deriva burocratica dell’Internazionale Comunista. Gramsci assecondò l’esaltazione stalinista del "leninismo", che nulla aveva a che vedere col marxismo difeso da Lenin e che solo servì a dissimulare la diffusione del conformismo nel partito e nell’Internazionale. Tra il 1924 e il 1926 Gramsci fu acritico e conforme ai metodi della burocrazia stalinista, allo stesso modo della quale soffocò il regime di democrazia interna al partito. I suoi metodi per impadronirsi completamente del PCd’I non furono migliori di quelli che Zinoviev adottò nello stesso periodo nella IC per cancellare le legittime differenze politiche. Le conseguenze di tale processo, insieme al riflusso delle lotte operaie e alla reazione fascista in Italia, esaltarono non le virtù bensì i limiti teorici e politici di Gramsci. Resta un fatto che il segretario generale Antonio Gramsci costituì una troica con Togliatti e Scoccimarro per imporre al partito la fine del centralismo democratico bolscevico e preparare le basi della stalinizzazione. Togliatti completò il processo di trasformazione del PCd’I in uno strumento degli interessi della burocrazia ‘sovietica’ e tardò appena due anni ad emarginare a sua volta lo stesso Gramsci, quando questi cercò di recuperare il suo spirito critico una volta in carcere divenendo un potenziale pericolo per la politica staliniana.
2. L’OSTETRICA DELLA RIVOLUZIONE
Antonio Gramsci, sardo, e conoscitore del meridione italiano, si iscrisse all’università di Torino grazie ad una borsa di studio ed ai sacrifici dei suoi familiari. La povertà cominciò da subito a minare la sua salute: non aveva vestiti adatti all’inverno, né denaro sufficiente per l’affitto e per mangiare. Come molti della sua generazione, studiò a prezzo di sacrifici pesanti. Fu in quel periodo che iniziarono le crisi nervose che lo tormenteranno per tutta la vita. Lo sorregge la forza di carattere. Nel 1913 si iscrive al PSI, condottovi dagli studi sulla dialettica di Hegel e sul materialismo storico di Marx. Due anni dopo comincia a scrivere per la stampa socialista di Torino, il bastione del movimento operaio italiano. Con la guerra la FIAT si è convertita nella terza industria italiana, approfittando dello sforzo bellico insieme alle banche sue alleate. I lavoratori metalmeccanici della FIOM rappresentano una vera forza, un esercito proletario ben disciplinato.
Gramsci ha 26 anni quando nell’agosto del 1917 una moltitudine di 40.000 operai accoglie a Torino gli attoniti delegati del governo russo di Kerensky, al grido di "Viva Lenin!", "Viva la rivoluzione!". Lo stesso succedeva a Firenze, Bologna, Milano. La settimana dopo Torino diviene teatro della battaglia tra operai e la polizia: sulle barricate muoiono 50 lavoratori: il giovane Gramsci, giornalista socialista, comincia a conoscere in prima persona la lotta di classe.
Sviluppo industriale e crisi del dopoguerra
I lavoratori non avevano vissuto con entusiasmo l’entrata in guerra dell’Italia ed ora esigevano la pace visto che 650`000 lavoratori e contadini erano caduti al fronte lasciandosi dietro la miseria delle città. Vedevano come il sottosviluppo del Sud ed il contrasto con il Nord si facevano cronici, non sopportavano più la militarizzazione del lavoro e le condizioni nelle fabbriche. E specialmente, mancava il pane nelle case. D’altra parte vedevano come i padroni e gli speculatori facevano profitti favolosi, e la rabbia montava.
Durante la guerra l’Italia aveva vissuto uno sviluppo industriale tumultuoso, concentrato soprattutto nel triangolo industriale Genova-Milano-Torino al nord e attorno Napoli e Terni al centro-sud. A tale sviluppo aveva contribuito la forte partecipazione e commesse statali all’industria. I profitti dei padroni della metallurgia erano aumentati del 252% grazie al massacro imperialista. Ciononostante, il paese dipende in buona parte del capitale finanziario straniero e non raggiunge l’autosufficienza alimentare: importa macchinari di tutti i tipi, materie prime e beni di consumo. La borghesia non sta certo a pensare a una riconversione industriale per il dopoguerra, ma si getta a capofitto nella speculazione finanziaria per non perdere neppure una lira di profitti. L’Italia è un esempio classico dello sviluppo diseguale e combinato del capitalismo europeo Già da 60 anni la borghesia scendeva a patti con i proprietari terrieri e dimostrava da sempre una incapacità cronica di giocare un benché minimo ruolo di progresso sociale e industriale. Come nel caso degli altri paesi arretrati europei (Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia), la rivoluzione democratico borghese non aveva fatto che capolino nelle ampie aree del paese come il sud e le isole. Il ritardo dell’agricoltura, peggiorato dalle requisizioni belliche e la partenza di milioni di giovani per il fronte, generava la collera dei piccoli proprietari e peggiorava le condizioni di quasi 4 milioni di salariati e contadini poveri. Ciò spiega le rivolte spontanee e le frequenti occupazioni di terre. A partire dal 1920 Gramsci dedicherà molti scritti e discorsi pubblici alla questione meridionale.
Nel 1920 gli operai industriali raggiungono il numero di 4.350.000 mentre gli impiegati nei servizi sono 3.800.000 ed includono una parte consistente della burocrazia statale. Alla fine della guerra decollano l’inflazione e la disoccupazione: tutte le classi sociali inferiori ne sono vittima e la piccola borghesia precipita sull’orlo della disperazione. La classe operaia vede erodersi paurosamente i salari: in pochi devono lavorare molto e manca il pane. Dopo anni di codice militare nelle fabbriche, concesso ai padroni dalla FIOM, la classe operaia capisce solo la parola ribellione. L’autoritarismo dei capireparto, la mancata applicazione dei pochi diritti riconosciuti dalla legge, i licenziamenti a dito e la completa assenza di servizi sociali nei quartieri stanno conducendo il paese dritto alla rivoluzione. Il governo dei Liberali di Giolitti e i loro padroni ne sono coscienti. Anche il PSI lo aveva previsto. E la Rivoluzione russa arrivò ad accendere la miccia.
La politica del PSI
Il PSI, insieme ai bolscevichi, i socialisti serbi, bulgari e gruppi sparuti come il Die Tribune dell’olandese Pannekoek, costituiva un’eccezione rispetto alla bancarotta sciovinista della II Internazionale rispetto alla guerra. Ma non tutti coloro che si opposero alla guerra imperialista mostravano la stessa chiarezza d’idee e di programma dei bolscevichi. I dirigenti del PSI adottarono la formula equivoca "né aderire, né sabotare" la guerra. La posizione di Lenin era più netta: "trasformare la guerra imperialista in guerra civile contro il capitale". La distinzione è importante, giacché mentre i bolscevichi si erano preparati concretamente alla rivoluzione con un programma ben definito, rivendicazioni per i contadini poveri ed un serio lavoro alla base dell’esercito, i socialisti italiani, specie i massimalisti, attendevano la rivoluzione come i sacerdoti attendono un messia. Mentre i dirigenti bolscevichi avevano lavorato duro alla chiarificazione teorica e Trotsky aveva elaborato insieme a Parvus la teoria della ‘rivoluzione permanente’, i dirigenti socialisti Lazzari e Serrati non avevano voluto ingaggiare alcuna lotta ideologica degna di questo nome contro il settore riformista di Turati (fondatore del partito insieme a Labriola). Sebbene rappresentasse la minoranza del partito, Turati controllava la direzione della CGL e il gruppo parlamentare, influenzando l’apparato del partito. Nel dopoguerra il PSI continuò a pensare che la tendenza naturale della società fosse verso il progresso, senza ulteriori traumi o bruschi cambiamenti, dall’anarchia del capitalismo all’ordine socialista per mezzo del parlamento. Qualcosa di inconciliabile con il marxismo e con soprattutto con gli interessi di classe della borghesia. Lo sviluppo economico degli ultimi 15 anni del secolo XIX, oltre al consolidarsi delle burocrazie del PSI e della CGL, aveva posto le basi materiali del programma e dell’atteggiamento esclusivamente riformista dei socialisti, ammorbati dello stesso "cretinismo parlamentare" che affliggeva i dirigenti della Seconda Internazionale.
Così si esprime Turati nell’agosto del 1917, nella lettera ad un amico del partito borghese di Giolitti: "Io pongo a te e all’onorevole Orlando la questione molto nettamente. Noi siamo –lo sapete meglio di noi- in un periodo che si va facendo, per la stanchezza della guerra, ogni giorno più difficile. Nelle masse socialiste la tendenza sabotatrice, che fin qui potemmo contenere con sufficiente fortuna, acquista vigore e decisione. Contro di essa –se non vi decidete a ricorrere ad anni di guerra civile- non avete altra difesa che la tendenza conciliante e media, rappresentata dal Gruppo parlamentare [socialista]". E così si esprime il massimalista Serrati nel 1919, in una lettera a Lenin che però non giunse al destinatario:"[..] io sono d’avviso che ci occorre procedere in modo che la rivoluzione scoppi a suo tempo debito. Né colpi di mano, né soverchie lentezze, tale mi pare debba essere la nostra tattica. Noi dobbiamo attendere serenamente, operando, gli eventi che maturano per noi. [..] Si discute qui da noi della istituzione dei Consigli di fabbrica che taluni elementi sindacalisti ed anche qualche socialista vogliono sostituire all’opera delle organizzazioni operaie ed al partito. Si pretende che da essi e solo da essi debba nascere l’ordine nuovo.[..] Il Nostro Gruppo Parlamentare deve provveder a far maturare crisi su crisi, le quali siano, nel campo parlamentare, l’indice della crisi che travaglia il paese economicamente e moralmente.[..] Abbiamo da vincere difficoltà non lievi dipendenti oltre che da ragioni che sono fuori di noi e che stanno nella stessa condizione del nostro paese, anche da ragioni interne della nostra situazione come partito. Molti fra noi sono ancora imbevuti di ideologie quarantottiste e sono dei romantici, utilissimi nei momenti dell’azione, ma assai pericolosi per la precisione delle idee.[..]".
Comunisti tra i Socialisti
La rivoluzione avrebbe presto prodotto la formazione di una corrente comunista all’interno del PSI, i cui rappresentanti di spicco sarebbero stati i giovani Gramsci e Bordiga. I due difatti parteciparono nel 1917 ad una riunione segreta della corrente massimalista a Firenze insieme ai centristi Serrati e Lazzari: qui Gramsci si trova d’accordo col napoletano Bordiga nel porre all’ordine del giorno la questione della presa del potere. L’anno dopo a Roma i massimalisti intransigenti vincono il congresso del partito col 70% dei voti. Poco dopo Bordiga fonda Il Soviet a Napoli, mentre nel maggio del 1919 Gramsci pubblicherà il numero zero de L’Ordine Nuovo, a Torino. Il Soviet guadagna velocemente autorità a livello nazionale, specialmente nella FGSI, la gioventù socialista. Bordiga pubblicherà una propaganda costante per la presa del potere statale, per il boicottaggio delle elezioni politiche quale tattica volta a screditare la democrazia borghese agli occhi delle masse operaie, però la sua analisi resta superficiale, le questioni teoriche appena abbozzate ad eccezione degli argomenti delle tendenze astensioniste ed anti parlamentari europee e dei fatti di Ungheria, che domineranno le pagine de Il Soviet durante tutto il 1920. Bordiga applica alla sua propaganda il sillogismo più semplice: 1. Se il proletariato è la classe rivoluzionaria, 2. Se è il partito rivoluzionario a dover prendere il potere politico, 3. Allora, la maggioranza della classe operaia deve aderire ed inquadrarsi nelle strutture del partito socialista. Tale schema è lontano anni luce dalla dinamica che la classe operaia sviluppa quando la sua coscienza comincia a progredire verso conclusioni rivoluzionarie. Sebbene Bordiga mantiene importanti differenze rispetto ai massimalisti di Serrati, in quanto egli sinceramente lotta per la presa del potere e rifiuta il cretinismo parlamentare, entrambi commettono l’errore dell’incomprensione della complessa relazione tra il partito e la classe. Bordiga e Serrati sbagliano dicendo che sarà prerogativa del partito stabilire quando e come costruire i soviet (in italiano, consigli di fabbrica) per amministrare il potere politico frutto della rivoluzione. È così che Bordiga ripete all’infinito che occorre "darsi da fare per prendere il potere con le masse comuniste", Serrati risponde invariabilmente che il potere cadrà nelle mani del PSI "come un frutto maturo". Pare che nessuno dei due si renda conto che i soviet russi furono creati spontaneamente dalle masse lavoratrici in movimento. Erano né più né meno che comitati di lotta molto ampi, un puro e democratico strumento di lotta durante le ascese rivoluzionarie del 1905 e del 1917. La nascita di questi organismi non dipese dai partiti.
Anche i bolscevichi nel 1905 fecero un errore simile a quello di Bordiga, però Lenin riuscì a guadagnare il partito all’orientamento corretto verso i soviet e da allora, sull’esempio di Trotsky, iniziarono un lavoro paziente all’interno dei i soviet fino a guadagnarne la maggioranza nel corso della rivoluzione del 1917. Fu questa la politica che rese possibile la conquista del potere politico nell’ottobre. L’errore degli italiani fu considerare la rivoluzione come un mero processo di inquadramento della maggioranza della classe operaia nelle file del partito socialista e poi comunista. A differenza di Bordiga e Serrati, Gramsci comprese la lezione della Rivoluzione russa e il suo Ordine Nuovo si trasformò in breve nel miglior giornale proletario italiano e nel migliore strumento di agitazione e propaganda del Biennio rosso. Il Soviet di Bordiga è più conosciuto a livello nazionale, ma L’Ordine Nuovo possiede una migliore qualità: pubblica articoli di Zinovev, Lenin, Béla Kun, Klara Zetkin e Karl Liebknecht, analizza il funzionamento dei soviet russi, gli shop stewards (delegati di fabbrica) inglesi e gli IWW americani. Accoglie sulle sue pagine dibattiti di portata internazionale e riflette costantemente sulla relazione tra i partiti e le loro classi sociali di riferimento. Il problema è che la diffusione del giornale rimane limitata alla sola provincia torinese.
Per il momento l’autorità di Gramsci nel complesso del PSI è quasi impercettibile. Sarà durante i due anni successivi, il 1919 e 1920, quando L’Ordine Nuovo si trasformerà nel principale strumento di agitazione dei Consigli di fabbrica e del complesso dei lavoratori piemontesi. Grazie a questa iniziativa, Gramsci e Bordiga diventeranno i due punti di riferimento principali della storia del giovane movimento comunista italiano.
3. L’ORDINE NUOVO E IL BIENNIO ROSSO
Febbraio 1919: l’onda cresce. I padroni sono costretti a cedere e come in molti altri paesi europei i lavoratori italiani conquistano la giornata lavorativa di 8 ore. Questo successo stimola la fiducia nelle proprie forze e la volontà rivoluzionaria si rafforza fabbrica dopo fabbrica. La borghesia è veramente terrorizzata, il governo impotente e l’esercito in decomposizione. Il contemporaneo fracasso del primo tentativo rivoluzionario in Germania, causato dalla politica sciagurata della Socialdemocrazia è un brutto colpo alla Rivoluzione russa, ma l’Italia pare venire in soccorso ai Bolscevichi. La loro fiducia nei dirigenti socialisti rimane per ora intatta.
Ci si può fare una idea dello spostamento a sinistra della classe lavoratrice considerando i dati delle iscrizione alle organizzazioni operaie (la FGSI è la gioventù socialista, che già nell’aprile del 1920 avrebbe voluto cambiare la denominazione in comunista):
1918 1919 1920
FGSI 6’300 35’000 55’000 (x 8,7 sul 1918)
PSI 24’000 90’000 290’000 (x 12 sul 1918)
CGL 250'000 (di cui 150'000 Fiom) 1’500’000 2’100’000 (x 8,4 sul 1918)
Nel novembre del 1919 il PSI ottiene 156 seggi in parlamento: diventa il primo partito superando il Partito Popolare di don Luigi Sturzo di 51 deputati. La sconfitta elettorale dei liberali e degli altri partiti borghesi è devastante. Il governo di coalizione che riusciranno a formare contro il PSI sarà estremamente debole. La polarizzazione sociale era tale che due anni più tardi persino il Partito Popolare vivrà la scissione temporanea della sua destra e diversi settori della sua base collaboreranno con le sezioni del PSI. La maggioranza della classe operaia appoggia apertamente il partito che negli anni precedenti si era opposto alla guerra ed aveva parlato di rivoluzione. L’intera CGL, due milioni tra dirigenti e iscritti, vota PSI con convinzione.
La CIL (oggi CISL) ha 1.800.000 tesserati di cui l’80% lavoratori agricoli. La USI, anarco-sindacalista, ne conta 300.000. Il propagarsi delle idee socialiste si traduce nel 1919 in un’impennata degli scioperi e la loro estensione a tutto il paese: la classe sfrutta la forza e l’entusiasmo rivoluzionari per passare da una vittoria all’altra nelle vertenze salariali e nelle condizioni di lavoro. Per esempio, nei giorni 20 e 21 di luglio si scatena lo sciopero generale di solidarietà con la"Russia Soviettista" mentre il 7 novembre si sciopera per festeggiare il II Anniversario della "Insurrezione d’Ottobre". Arriva la conquista della giornata lavorativa di 8 ore.
Il ruolo de L’Ordine Nuovo
In questo contesto si può cogliere la portata delle posizioni di Gramsci. Tra il giugno e il settembre 1919, per esempio, gli operai più coscienti di Torino leggeranno sull’Ordine Nuovo:
"Lo Stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare già fin d’ora una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente e attiva con lo Stato borghese, preparata già fin d’ora a sostituire lo Stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale. Il movimento operaio è oggi diretto dal Partito socialista e dalla Confederazione del Lavoro; ma l’esercizio del potere sociale del Partito e della Confederazione si attua, per la grande massa lavoratrice in modo indiretto, per forza di prestigio e di entusiasmo, per pressione autoritaria, per inerzia persino. La sfera di prestigio del Partito si amplia quotidianamente, attinge da strati popolari finora inesplorati, suscita consenso e desiderio di lavorare proficuamente per l’avvento del comunismo in gruppi e individui finora assenti dalla lotta politica [.. Ma] il Partito socialista e i sindacati professionali non possono assorbire tutta la classe lavoratrice [..] La vita sociale della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in molteplici attività [che] bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini l’intera classe lavoratrice.[..]
Le commissioni interne sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e alle quali occorre infondere vita nuova ed energia. Oggi le commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrato e di disciplina. Sviluppate e arricchite, dovranno essere domani gli organi del potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione. Già fin d’oggi gli operai dovrebbero procedere alla elezione di vaste assemblee di delegati, scelti tra i migliori e più consapevoli compagni, sulla parola d’ordine Tutto il potere dello Stato ai Consigli operai e contadini! [..] Nel comitato rionale dovrebbe tendersi a incorporare delegati anche delle altre categorie di lavoratori abitanti nel rione: camerieri, vetturini, tranvieri, ferrovieri, spazzini, impiegati privati, commessi, ecc. Il comitato rionale dovrebbe essere emanazione di tutta la classe lavoratrice abitante nel rione, emanazione legittima e autorevole, capace di far rispettare una disciplina, investita del potere spontaneamente delegato, ed ordinare la cessazione immediate integrale di ogni lavoro in tutto il rione. I comitati rionali si ingrandirebbero in commissariati urbani, controllati e disciplinati dal Partito Socialista e dalle federazioni di mestiere.
Un tale sistema di democrazia operaia (integrato con organizzazioni equivalenti di contadini) darebbe una forma e una disciplina permanente alle masse, sarebbe una magnifica scuola di esperienza politica e amministrativa, inquadrerebbe le masse fino all’ultimo uomo, abituandole alla tenacia e alla perseveranza [..] Con l’opera incessante di propaganda e di persuasione sviluppata dagli elementi più consapevoli, si otterrebbe una radicale trasformazione della psicologia operaia, si renderebbe la massa meglio preparata e capace all’esercizio del potere, si diffonderebbe una coscienza dei doveri e dei diritti del compagno e del lavoratore, concreta ed efficiente perché generata spontaneamente dall’esperienza viva e storica.
[..] La formula "dittatura del proletariato" deve finire di essere solo una formula, un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fine, deve anche volere i mezzi.[..] Questo Stato non si improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavorarono a diffondere e far diventare concreta la parola d’ordine: tutto il potere ai Soviet, ed i Soviet erano noti agli operai russi fin dal 1905. I comunisti italiani devono far tesoro dell’esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro: l’opera di ricostruzione domanderà per sé tanto tempo e tanto lavoro, che ogni giorno e ogni atto dovrebbe poterle essere destinato". ("Democrazia Operaia", L’Ordine Nuovo del 21-06-1919)
"Compagni! La nuova forma che la commissione interna ha assunto nella vostra officina con la nomina dei commissari di reparto [..] non è passata inavvertita nel campo operaio e padronale torinese. Da una parte si accingono a imitarvi le maestranze di altri stabilimenti della città e della provincia, dall’altra i proprietari e i loro agenti diretti [..] chiedono a voi quale può essere lo scopo cui esso tende, quale il programma che la classe operaia torinese si propone di organizzare. [..] Noi sappiamo che l’opera nostra ha avuto un valore in quanto essa ha soddisfatto un bisogno, ha favorito il concretarsi di una aspirazione che era latente nella coscienza delle masse lavoratrici. Per questo cosi rapidamente ci siamo intesi, cosi sicuramente si è potuto passare dalla discussione alla realizzazione. Il bisogno, l’aspirazione da cui trae origine il movimento lavoratore dell’organizzazione operaia da voi iniziato, sono una conseguenza diretta del punto cui è giunto, nel suo sviluppo, l’organismo sociale ed economico basato sull’appropriazione privata dei mezzi di scambio e di produzione.[..] La massa operaia deve prepararsi effettivamente all’acquisto della completa padronanza di se stessa e il primo passo su questa via sta nel suo più saldo disciplinarsi nell’officina, in modo autonomo, spontaneo e libero. Né si può negare che la disciplina col nuovo sistema verrà instaurata condurrà a un miglioramento della produzione,[..] l’uomo lavorerà sempre meglio dello schiavo. A coloro poi che obiettano che in questo modo si viene poi a collaborare coi nostri avversari proprietari delle aziende noi rispondiamo che invece questo è l’unico mezzo di far loro sentire concretamente che prossima è la fine del loro dominio, perché la classe operaia concepisce ormai la possibilità di fare da sé e di fare bene [..] E così gli organi che sorgeranno per ogni gruppo di reparti, di fabbriche, per ogni città, per ogni regione, fino a un supremo Consiglio operaio nazionale, proseguiranno e allargheranno, intensificheranno l’opera di controllo, preparazione e ordinamento della classe intera a scopi di conquista e di governo. [..]" ("Ai Commissari di reparto delle Officine Fiat Centro e Brevetti", Ordine Nuovo del 13-09-1919).
E qui troviamo anche la risposta, in anticipo rispetto agli avvenimenti, alle posizioni scettiche di Bordiga sui consigli di fabbrica, riassunta nell’articolo de Il Soviet "Prendere le fabbriche o prendere il potere" del febbraio 1920: Bordiga concepisce la presa del potere come prerogativa delle organizzazioni di partito, le quali dovrebbero solo in seguito impiantare il sistema dei soviet per amministrare il paese. I lavoratori danno ragione a Gramsci: durante il Biennio rosso i consigli di fabbrica si sviluppano tumultuosamente a Torino e provincia, contagiando d’entusiasmo la base della CGL piemontese. Il PSI che tiene la sua conferenza a Bologna si impegna formalmente a "costruire i soviet entro due mesi" e aderisce per acclamazione alla nuova internazionale.
Intanto la Baviera vede nascere in primavera la Repubblica dei Consigli e i socialisti e comunisti si alleano al governo imponendo la Repubblica sovietica. Le masse oppresse italiane sono pronte per seguire le direttive rivoluzionarie del PSI, che però non giungeranno mai. In due anni il PSI, a causa del conservatorismo del suo apparato e del suo enorme gruppo parlamentare, non riuscirà a liberarsi da un’ottica elettoralista e parlamentarista. A due anni dalla presa del potere in Russia, la borghesia italiana permane in uno stato di crisi e l’apparato statale è paralizzato dalla forza della classe operaia . Una parte importante delle classi medie simpatizza coi sindacati operai; succede spesso che molti commercianti delle città affidino le chiavi dei propri magazzini alle Camere del Lavoro affinché controllino la distribuzione ed i prezzi alimentari. Nel biennio 1919-20 i braccianti e contadini poveri occupano quasi 28.000 ettari di terre.
A Torino nel settembre del 1919 viene pubblicato il Programma dei Consigli di Fabbrica, questa volta non da Gramsci, ma dagli operai stessi. Ecco le dichiarazioni di principio:
"1) I Commissari di fabbrica sono i soli ed i veri rappresentanti sociali della classe proletaria, perché eletti a suffragio universale da tutti i lavoratori sul posto stesso di lavoro (squadra di lavorazione, reparto, officina, unione delle officine di una determinata industria, unione degli stabilimenti di una città, unione degli organismi di produzione dell’industria meccanica ed agricola di un distretto, di una provincia, di una regione, della nazione, del mondo) dei quali i Consigli e il sistema dei Consigli rappresentano il potere e la direzione sociale.[..]
3) Le direttive del movimento operaio devono nascere direttamente dagli operai organizzati sui luoghi stessi di produzione, ed esprimersi per mezzo dei Commissari di fabbrica. I sindacati dovranno continuare la loro attuale funzione che è quella di contrattare per la collettività cogli organi padronali buone condizioni di salario, di orario e di regolamenti di lavoro per intere categorie, dedicando tutta la loro competenza acquisita nel passato di lotta [..] I Consigli incarnano invece il potere della classe operaia organizzata per officina, in antitesi con l’autorità padronale [..];[I Consigli] socialmente incarnano l’azione di tutto il proletariato solidale nella lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata.
4) Gli operai organizzati nel seno dei Consigli [..] respingono come artificiale, parlamentaristico e falso ogni altro sistema che i Sindacati vogliano seguire per interrogare la volontà delle masse organizzate. La democrazia operaia non si basa sul numero e sul concetto borghese di cittadino, si basa su funzioni del lavoro, sull’ordine che la classe lavoratrice assume naturalmente nel processo di produzione industriale [..]
5) I Commissari di fabbrica si proclamano disposti ad affrontare qualunque resistenza tendente ad impedire ai loro organismi specifici il diritto di controllo nella vita intera degli organismi proletari professionali nelle fabbriche.
6) I Commissari si impegnano ad esercitare tutta la loro attività di propaganda affinché si ottenga la fusione in un unico Sindacato Nazionale di tutte le organizzazioni di una stessa categoria non confederale, ma che agiscono sulla linea della lotta di classe per i fini della Rivoluzione Comunista. Tutti i sindacati di mestiere e di industria del proletariato italiano dovranno aderire alla Confederazione Generale del Lavoro (CGL). [..]
7) L’assemblea di tutti i Commissari delle officine torinesi afferma con orgoglio e sicurezza che la loro elezione e il costituirsi del sistema dei Consigli rappresenta la prima affermazione concreta della Rivoluzione Comunista in Italia. Si impegna di dedicare tutti i mezzi a disposizione perché il sistema dei Consigli [..] si diffonda irresistibilmente in tutta Italia e possa, nel più breve tempo possibile, essere convocato un congresso nazionale dei delegati operai e contadini di tutta Italia."
È questa la migliore risposta alle accuse di sindacalismo (che in questo senso è sinonimo di anarco-sindacalismo) che i dirigenti della maggioranza centrista del PSI muovevano a Gramsci e ai simpatizzanti dell’Ordine Nuovo. Tale accusa era particolarmente grave dato il fatto che il Partito Socialista si era forgiato nella lotta ideologica contro l’anarchismo durante l’Ottocento e molti tra i dirigenti del partito ne erano stati fondatori e protagonisti.
Lo sciopero delle lancette a Torino
Nel corso del 1920 lo stato borghese serra le fila, e la borghesia prende l’iniziativa. Lo sciopero delle lancette organizzato dai Consigli di Torino nell’aprile del 1920 viene preso a pretesto dalla AMMA (padronale metalmeccanica) per una serrata generale dell’industria con l’aiuto dei Reali Carabinieri. Il governo aveva fissato per il 18 marzo l’entrata in vigore dell’ora legale, come si era fatto durante la guerra. Gli operai non la tollerano, poiché li obbliga ad uscire di fabbrica al buio anche in primavera e in estate. Per protesta, il Consiglio di fabbrica della Fiat Brevetti decide di spostare le lancette degli orologi dello stabilimento sull’ora solare. La Fiat risponde licenziando tutta la commissione interna (egemonizzata dal consiglio di fabbrica).
La FIOM di Torino, influenzata dal L’Ordine Nuovo, risponde dando il via a uno sciopero che dura quasi 20 giorni e che si estenderà a mezzo milione di lavoratori in tutto il Piemonte, braccianti inclusi. L’AMMA percepisce chiaramente la portata nazionale dello scontro coi Consigli di fabbrica ed è determinata a distruggere il movimento dei consigli prima che contagino tutto il paese. I lavoratori dei Genova e di molte città liguri sono sul piede di guerra ma i loro dirigenti approfittano del congresso della Fiom per condannare il movimento dei Consigli.
Turati propone di superare la crisi accettando l’invito del primo ministro a entrare nel governo liberale. Con questa trappola il capitale tentava di controllare il movimento attraverso i suoi dirigenti politici. Bordiga riesce a perdersi in una ridda di obiezioni dottrinarie ai consigli sui pericoli nascosti in questa novità: afferma che i consigli sarebbero un’arma in mano al padrone per controllare i lavoratori. In quella fase, Bordiga aveva chiaramente torto. I lavoratori di Torino chiamano alla lotta la classe operaia di tutto il paese, Gramsci e i suoi propongono uno sciopero nazionale generale indefinito per mettere in ginocchio il governo e preparare il terreno all’insurrezione. Lo sciopero delle lancette diventa politico già dal secondo giorno. I padroni non cedono di un millimetro. Buozzi, segretario della Fiom, discute più con Agnelli che con gli operai e personalmente accetta la proposta padronale di dimissioni di tutta la Commissione interna. D’Aragona, segretario della CGL è determinato a recuperare a tutti i costi il controllo della situazione e distruggere il movimento dei consigli. Tratta con l’AMMA senza consultare la gli scioperanti ed ‘ottiene’ il riconoscimento formale dei Consigli, a cambio di accettare la proibizione di qualunque ingerenza di questi organi nel controllo della produzione e delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. I dirigenti dichiarano chiusa la vertenza e la Fiom nazionale dichiara finito lo sciopero. I lavoratori, delusi e perplessi, si trovano sospesi a mezz’aria e abbandonati dal sindacato.
In questo modo si consuma la prima sconfitta per mano della destra socialista. Tutta la propaganda socialista a favore della dittatura del proletariato si svuota di contenuto: la direzione del PSI comincia a rifiutare nei fatti la lotta contro il capitale. I lavoratori avevano dimostrato alla CGL e al PSI che i battaglioni pesanti della classe erano disposti alla conquista delle fabbriche e che desideravano vendicarsi dei soprusi del capitale. Con lo sciopero delle lancette avevano dimostrato di comprendere l’importanza dei Consigli di fabbrica. Però adesso si vedevano costretti ad affrontare la miseria e la repressione che seguono ogni battaglia persa.
Sconfitta la lunga occupazione, la borghesia inizia una campagna reazionaria. I muri di tutto il Piemonte si riempiono di poster e locandine dei padroni contro gli scioperi ed i Consigli di fabbrica. Il Primo Maggio la repressione poliziesca è brutale. Due lavoratori vengono ammazzati a Torino durante il corteo, i feriti non si contano. La classe operaia sopporta la ferita con fierezza, ma viene derisa e non solo dai giornali borghesi: i dirigenti nazionali della CGL e del PSI sconfessano pubblicamente lo sciopero di Aprile con le parole "ingenuità","illusione", "infantilismo", "romanticismo". I padroni non hanno raggiunto completamente il loro obiettivo; hanno saggiato l’avversario e hanno capito che i suoi dirigenti sono arrendevoli, ma la classe non si considera sconfitta: l’odio verso la borghesia e lo Stato si estende e radicalizza tutto il paese. Gramsci scrive a proposito:"I funerali dei due assassinati si trasformano in una dimostrazione indescrivibile di potenza e disciplina; scaturiscono nuove forze popolari, nuove moltitudini si aggiungono all’esercito che accompagna i suoi caduti al cimitero". ("La forza della rivoluzione", L’Ordine Nuovo, 8 maggio 1920)
I Socialisti italiani al congresso della III Internazionale
La conclusione che Gramsci e Bordiga traggono dalla amara esperienza è che occorre conquistare la maggioranza del PSI a posizioni rivoluzionarie conseguenti. Si va facendo necessario un collegamento stabile tra i due e coi settori critici dentro il PSI. Nello stesso periodo aderiscono alla III Internazionale le frazioni comuniste dei partiti socialisti europei, i nuclei dei futuri partiti comunisti. Al II Congresso della IC (Terza Internazionale, Comunista) nel luglio 1920, i bolscevichi non sanno nulla del recente comportamento dei socialisti e della CGL in Italia, ma presto Lenin si rende conto che solo le posizioni politiche dell’Ordine Nuovo coincidono con il programma della Internazionale. Dirà al congresso: "Noi dobbiamo dire semplicemente ai compagni italiani che all’indirizzo della Internazionale comunista corrisponde l’indirizzo dei militanti dell’Ordine Nuovo e non l’indirizzo della maggioranza attuale dei dirigenti del partito socialista e del loro gruppo parlamentare". I delegati massimalisti socialisti restano di stucco di fronte all’insistenza di Lenin sulla necessità della rottura immediata coi riformisti del PSI. D’altro canto, tanto Lenin come Trotsky e Bukharin non risparmiano critiche a Bordiga per le sue posizioni astensioniste ed estremiste. Nel farlo si rendono altresì conto del fatto che gli errori di Bordiga costituiscono né più né meno una reazione al riformismo del PSI.
La gran maggioranza dei delegati al congresso della IC credono che, dopo la sconfitta della prima battaglia in Germania e di lì alla prossima occasione, sia l’Italia la prossima porta cui busserà la rivoluzione socialista. I dirigenti bolscevichi non hanno dubbi sulla necessità dell’estensione della rivoluzione iniziata in Russia, poiché la sua sopravvivenza dipendeva in ultima istanza dal successo delle insurrezioni in Italia e Germania. Neppure Stalin avanza dubbi in questo senso. Ne è la prova il fatto che la repubblica sovietica si trova in condizioni economiche peggiori rispetto a quelle del 1913. Inoltre i ‘bianchi’ hanno iniziato la guerra civile e le potenze imperialiste scatenato l’invasione di 21 eserciti contro i bolscevichi. Nonostante queste enormi pressioni, ciò che Lenin non dimentica è che la Germania è vitale per la rivoluzione internazionale e per la stessa sopravvivenza della Rivoluzione russa, dato l’alto livello di sviluppo delle forze produttive e la forza e organizzazione della classe operaia. Lenin e i dirigenti bolscevichi sarebbero persino disposti a sacrificare la ‘loro’ rivoluzione se ciò potesse servire al successo del proletariato tedesco. È questo il senso della resistenza dei bolscevichi. Lenin presta una straordinaria attenzione alla formazione di partiti genuinamente rivoluzionari in Italia e specialmente in Germania. I bolscevichi confermavano di aver compreso quanto teorizzava Marx nel capitolo su Feuerbach de "L’Ideologia Tedesca": "In assenza di ciò [uno sviluppo delle forze produttive pari almeno ai più avanzati paesi capitalisti] solo si generalizzerebbe la miseria, e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda... solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali tra gli uomini. Ciò che da una parte produce il fenomeno della massa "priva di proprietà" contemporaneamente in tutti i popoli, fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri". Infatti le condizioni in Russia erano quelle che Trotsky descrisse nella "Rivoluzione Tradita": "I primi tre anni che seguirono la rivoluzione furono di aperta guerra civile. La vita economica fu subordinata totalmente alle esigenze del fronte. [..] È quello che si conosce come il cosiddetto comunismo di guerra (1918-1921) [..] Gli obiettivi economici del potere sovietico si ridussero principalmente a sostenere l’industria di guerra dando fondo alle rachitiche riserve esistenti, per combattere e salvare dalla fame la popolazione delle città. Il comunismo era, in fondo, una regolamentazione del consumo all’interno di una fortezza assediata." ("La rivoluzione tradita"). L’estensione internazionale della rivoluzione era dunque questione di vita o di morte.
Settembre 1920: l’occupazione delle fabbriche
In Italia gli avvenimenti si susseguono rapidamente. I padroni ringalluzziti dalla prima vittoria di Torino avevano rifiutato qualunque aumento salariale chiesto dalla Fiom per combattere l’inflazione e si opponevano a qualunque miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. In più, la Fiom aveva fatto 2 mesi di sciopero l’anno prima ed aveva ottenuto sulla carta una indennità salariale per combattere il carovita... ma questa non era mai stata applicata dai padroni. A fine agosto la pressione dei lavoratori sfocia nella decisione della Fiom di avviare l’ostruzionismo nelle fabbriche per boicottare la produzione, come mezzo di pressione. Dopo aver provocato la sconfitta dello sciopero di Torino in primavera, i dirigenti sindacali non possono rischiare di perdere ogni credibilità difronte alla loro base. I padroni accusano il colpo. A Milano, il 30 di Agosto gli operai della Romeo trovano le fabbriche chiuse e presidiate dalle truppe. La Fiom milanese reagisce chiamando all’occupazione armata di 300 stabilimenti e all’inizio di settembre l’azione si estende a tutte le fabbriche importanti del paese. Il governo non può utilizzare le forze armate per timore di scatenare una guerra civile dei cui esiti non era per nulla certo. In dieci giorni la classe operaia come un sol uomo aveva paralizzato il paese e ne era praticamente proprietaria.
La direzione della CGL, dominata dalla destra socialista, inizia ad ostacolare l’estensione del movimento alle campagne settentrionali, dove la Federterra (CGL) sente la pressione enorme di mezzo milione di braccianti disposti ad entrare in azione. Nonostante ciò il 6 settembre i dirigenti massimalisti del PSI proclamano che "il giorno della libertà e della giustizia è prossimo", però il partito non aveva preparato il benché minimo piano e, a differenza dei bolscevichi, nulla aveva fatto per armare la classe operaia. Solo le Guardie rosse delle città avrebbero potuto difendersi. Il PSI non aveva nemmeno pensato ad organizzare una direzione centralizzata dell’offensiva operaia che si stava avvicinando. Continuava a chiacchierare. Intanto la CGL inizia a dimezzare le esigenze e cambia la piattaforma rivendicativa dall’alto (scendendo da 7,20 lire di aumento ad appena 3). Gli industriali ignorano completamente l’offerta: l’esitazione dei dirigenti socialisti da loro la speranza che il movimento possa stancarsi in breve. Passano dieci giorni e la resistenza operaia continua in attesa delle direttive della CGL e del partito. La proclamazione dello sciopero generale non arriva. Le categorie restano inutilmente in attesa sul da farsi. Gramsci aveva visto giusto alla vigilia della battaglia. Sapeva che l’occupazione delle fabbriche avrebbe potuto improvvisamente assumere un chiaro contenuto politico rivoluzionario. Non c’erano vie di mezzo possibili oramai. Scrisse su L’Ordine Nuovo: "Come può il partito rimanere estraneo, assistere da semplice spettatore a una simile agitazione? Come può continuare a limitarsi a dire che ‘il periodo attuale è rivoluzionario’ rigirandosi tale fraseologia in bocca con la lingua molto agile?"
È a questo punto che la destra riformista di Turati prende l’iniziativa per stroncare la lotta , in assenza di qualunque iniziativa del PSI. Fa riunire le direzioni del PSI e della CGL e per risolvere la questione a vantaggio del governo. I dirigenti massimalisti del PSI vedono nella riunione presieduta da D’Aragona (segretario CGL) una occasione per ritirarsi senza perdere la faccia. Visto che non vogliono la presa del potere, hanno buon gioco a finire in minoranza quando il vertice decise di mettere l’insurrezione ai voti. D’Aragona e soci rifiutano ovviamente di continuare la lotta ed offrono le dimissioni nelle mani dei dirigenti socialisti massimalisti e di Serrati, che avevano proposto in maniera pomposa "l’invasione dei campi e delle officine" sperando nell’opposizione frontale della destra socialista e della direzione della CGL. Le dimissioni colgono impreparato Serrati, che decide di nascondersi dietro la mancanza di dirigenti massimalisti nella CGL con cui sostituire la direzione. A questo punto tutto è concentrato nelle mani dei dirigenti centristi del PSI, i quali.. rifiutarono le dimissioni di D’Aragona ed accettarono in risposta la fine delle ostilità.
Cinicamente, molto cinicamente, massimalisti e riformisti si erano burlati de L’Ordine Nuovo, domandando a Togliatti e Gramsci se fossero capaci di organizzare la insurrezione a Torino e poi difendere il potere in tutta Italia. Tra parentesi, senza l’assistenza del partito. Gramsci e compagni non potevano certo assumersi il rischio di una avventura simile, che avrebbe potuto risolversi in una carneficina alle porte della Fiat. Il grosso dell’esercito era concentrato proprio a Torino, dove gli operai avevano armi per resistere ma non per condurre una insurrezione. Inoltre, da parte del PSI non era stato condotto nell’esercito un lavoro politico tale da assicurarsene la neutralità o la simpatia.
Per l’ennesima volta la storia dimostra che lunghi periodi d’incubazione e l’accumularsi delle contraddizioni del capitalismo possono sfociare in periodi rivoluzionari di alcuni mesi o un paio d’anni, come il Biennio rosso. La sconfitta della classe operaia fu gravissima proprio perché non avvenne lottando, sul campo. Avvenne nel momento in cui si sentiva più forte e per mancanza di un orientamento corretto. Avvenne senza sapere perché. Lo sgombero delle fabbriche ed il ritorno al lavoro fu tanto più traumatico quanto più prossima alla vittoria era giunta la consapevolezza operaia. Più tardi Gramsci riconoscerà due errori molto seri commessi dal gruppo de L’Ordine Nuovo: il primo consiste nel non aver costruito una opposizione sindacale di sinistra radicata a livello nazionale nella CGL, nel non aver cercato di preparare una direzione alternativa ai Buozzi e D’Aragona. Sarebbe stato un compito difficile, ma non per questo rinunciabile. Il secondo errore consiste nel non aver organizzato una frazione comunista seriamente rivoluzionaria nel PSI, che avesse quale organo nazionale L’Ordine Nuovo.
Unico in Italia, Gramsci aveva compreso già dalla primavera del 1920 che: "La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario... o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia, il Partito socialista, e di incorporare gli organismi di resistenza economica, sindacati e cooperative, negli ingranaggi dello Stato borghese". E infatti le bande fasciste iniziarono senza indugi la loro offensiva.
4. IL PCd’I, SEZIONE DELLA III INTERNAZIONALE
Inizia dunque il lavoro preparatorio della scissione di Livorno che si produce nel gennaio del 1921 al congresso del PSI, da cui nasce il PCd’I.
Il manifesto della frazione comunista viene firmato da Bordiga, capo ed organizzatore, da Gramsci, Terracini, Fortichiari ed altri. Questo gruppo è l’unica base seria della IC in Italia. Al congresso, l’intera FGSI insieme a 58.870 militanti socialisti escono dal PSI per fondare il nuovo partito basato sulle 21 condizioni dell’Internazionale comunista. Nei mesi che seguono, le 15.000 nuove iscrizioni al PSI, non compensano i 47.000 che i massimalisti di Serrati vedono abbandonare il partito a causa della sconfitta dell’occupazione delle fabbriche. Dunque nel PSI restano 80.000 militanti dei quali 62.000 sono funzionari, consiglieri comunali, responsabili sindacali e dirigenti delle cooperative: l’apparato del PSI, per mezzo del quale i socialisti manterranno il dominio della sinistra italiana. Ciò avviene frustrando le attese di Gramsci e Bordiga, che si aspettavano di portare nel PCd’I la maggioranza dei militanti.
Il problema del fronte unico
In giugno, il terzo congresso della IC rifiuta giustamente l’adesione dei massimalisti di Lazzari, Maffi e Serrati, ponendo come condizioni l’espulsione della destra riformista e l’accettazione del programma del Partito comunista. Pare chiaro che il nuovo partito necessita tempo per conquistare la maggioranza della classe operaia italiana; Lenin propone una soluzione tattica fondata sul fronte unico politico: "Dividersi da Serrati, per poi allearsi con lui". Dividersi per chiarire le differenze tra la politica incerta dei centristi ed il programma rivoluzionario del PCd’I. Poi, allearsi con lui per dimostrare alle masse lavoratrici la volontà di continuare la lotta unendo le forze e guadagnare autorità e militanti. È indubbio che l’esperienza del Biennio rosso aveva dimostrato ai militanti socialisti più coscienti la necessità di costruire un partito genuinamente rivoluzionario, comunista. È altrettanto vero che per riuscire nell’intento bisognava adottare una tattica adeguata per accelerare la stessa presa di coscienza tra la maggioranza dei lavoratori del vecchio PSI e della CGL. Inoltre Lenin e Trotsky presentarono il fronte unico come temporaneamente necessario per affrontare l’inevitabile momento di riflusso delle lotte operaie e per difendersi efficacemente dalla reazione del capitalismo italiano.
Ma ciò che pare chiaro ai bolscevichi risulta inaccettabile a Bordiga e Gramsci; sarà forse troppo tardi quando Gramsci capirà che i militanti fedeli al PSI avrebbero avuto bisogno di più tempo per comprendere il tradimento dei propri dirigenti. Come abbiamo detto, alla fine del 1921 migliaia di militanti del PSI avranno stracciato la tessera senza però passare al nuovo partito. Lenin e Trotsky erano soliti illustrare con semplicità e pazienza l’atteggiamento di quei lavoratori: (lo stesso spiegarono ai comunisti tedeschi dopo la sconfitta del 1919): "Chi ci assicura che il nuovo partito sia veramente migliore della vecchia socialdemocrazia? Chi puo dirsi certo che non ci condurrà a nuove sconfitte?". Il fronte unico sarebbe stata la tattica adatta a vincere la comprensibile diffidenza: criticare costantemente i dirigenti del PSI ma allo stesso tempo proporre amichevolmente una alleanza per la lotta alle squadracce fasciste e per le battaglie economiche e sociali.
In quei mesi Trotsky discusse assiduamente questi problemi con Bordiga, che rappresentava la maggioranza dei comunisti italiani, si sforzò di delineare la strategia della borghesia e le prospettive per la reazione fascista. Bordiga affermava che i padroni italiani avrebbero presto optato per un governo socialista come strumento di moderazione delle lotte operaie. Secondo questa previsione, il fascismo non avrebbe rappresentato poi un pericolo reale. La conclusione di Bordiga conduceva nella pratica a "non accettare alcun fronte coi socialisti", poiché "fascismo e socialdemocrazia altro non sono che due facce della stessa medaglia". Si tratta in essenza dello stesso errore che Stalin commetterà nel periodo 1928-1933 con conseguenze disastrose in Germania. Gramsci, un poco meno rigido di Bordiga, concede che al massimo si possa offrire al PSI un fronte unico nella CGL. Per più di un anno il direttore de L’Ordine Nuovo si limiterà a criticare il gruppo parlamentare del PSI.
L’estremismo lo aveva conquistato, nonostante gli avvertimenti di Trotskij: "[..] Preparazione per noi significa la creazione di condizioni tali da assicurarci la simpatia della grande maggioranza delle masse [..] l’idea di sostituire la volontà delle masse con la decisione e la fermezza della cosiddetta avanguardia è assolutamente da rifiutare e non marxista" e ancora "Le azioni rivoluzionarie sono irrealizzabili senza le masse, ma le masse non sono costituite da elementi assolutamente puri". In realtà l’occasione per il fronte unico sindacale non mancherà ed avremo modo di vedere il comportamento del PCdI.
Negli ultimi mesi del 1921 il Partito popolare accusa una scissione temporanea dell’ala destra, costituita dai grandi proprietari terrieri e dalla borghesia rurale. Nei campi intorno a Cremona, intere sezioni del partito si fondono coi socialisti ed in altre zone entrano nelle leghe di sinistra. Ma soprattutto nell’ottobre del 1922 anche il PSI espellerà l’ala destra (Turati). Stavolta Lenin appoggerà il progetto di fusione tra PSI e PCd’I vedendo la possibilità concreta per i comunisti di conquistare la base del Partito socialista. Ma è già troppo tardi. L’applicazione al momento giusto della tattica fronte unico avrebbe accelerato questi processi e favorito la lotta contro il fascismo.
Gli Arditi del Popolo
Sebbene le squadracce conducessero attacchi violenti e demoralizzanti per la classe operaia e sebbene la sconfitta del Biennio Rosso avesse seminato tanta delusione, non bisogna giungere alla conclusione che tutta la classe si fosse rassegnata alla sconfitta. A metà del 1921 nascono a Roma gli Arditi del Popolo, una opposizione militare e popolare alla violenza delle camicie nere e dei carabinieri. Stanche e ferite da mesi e mesi di aggressioni, settori importanti delle masse operaie e contadine accolgono con entusiasmo la nascita degli Arditi. In tutta Italia i lavoratori vedono concretizzarsi quella volontà di ribellione che nasce dal semplice istinto di sopravvivenza e di classe. L’apparizione degli Arditi del popolo rappresenta il fatto più importante dell’estate del 1921. Tanto costituendosi ex novo, come appoggiandosi alle sezioni dell’Unione Proletaria (l’associazione dei combattenti della guerra vincolati al PSI e al PCd’I) centinaia di lavoratori ingrossano velocemente le fila d’ogni nucleo di resistenza che nasce. Il nuovo governo borghese di Bonomi guarda con estrema preoccupazione la resistenza armata del proletariato perché pone a rischio la posizione di forza guadagnata dalla borghesia dopo il Biennio rosso. I fascisti, presi alla sprovvista dalla forza della resistenza armata operaia, avevano accettato a parole il "Patto di pacificazione" offerto dagli ingenui e impauriti parlamentari socialisti. Mussolini aveva dovuto accettare il patto per guadagnare tempo. Dunque, ben prima di Gandhi, i dirigenti socialisti scoprono la politica nefasta della "resistenza passiva" e della nonviolenza: illudendosi di fermare la violenza fascista per mezzo di un patto parlamentare.
Il 6 luglio 1921 si svolge a Roma una importante manifestazione antifascista cui partecipano migliaia di lavoratori applaudendo alla sfilata di altre migliaia di Arditi del Popolo armati. La notizia giunge a Mosca come un fulmine. La Pravda del 10 luglio ne da un resoconto dettagliato e un Lenin entusiasta non esita ad indicarla come esempio da seguire in tutto il paese. In poco tempo la struttura paramilitare degli Arditi si converte in una estesa organizzazione di classe. Considerando solamente le sezioni la cui esistenza è documentata, gli Arditi del popolo risultano strutturati nell’estate del 1921 almeno in 144 sezioni per un totale di circa 20.000 militanti in tutta Italia, da nord a sud: Genova, La Spezia, Firenze, Piombino, Livorno, Pisa, Ancona, Terni, Iesi, Pavia, Parma, Piacenza, Bologna, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Milano, Catania e Taranto, per citare solo i centri più importanti. Gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, capace di piombare in poco tempo laddove si prevede possano attaccare le camicie nere. Gli Arditi inoltre si dedicano ad esercitare un controllo costante del territorio con parate intimidatorie e ronde nei paesi e nelle città per identificare i simpatizzanti dei fascisti.
Gli animatori sono i militanti dei movimenti e dei partiti politici proletari: comunisti, socialisti, sindacalisti, anarchici e, in alcune zone del paese, anche elementi del partito popolare. Più che la resistenza armata, ciò che cementa queste diverse correnti negli Arditi è la lettura comune del fenomeno fascista quale reazione di classe. Il profilo proletario del movimento è netto. Nelle città i ferrovieri sono i più numerosi, poi vengono gli operai metallurgici, i braccianti, portuali e gli operai dei cantieri navali. Ci sono anche falegnami, muratori, impiegati delle poste, tranvieri e contadini poveri, Soprattuto ci sono molti giovani operai ed anche studenti. Gli Arditi del popolo crescono, raccolgono l’adesione del primo battaglione di 300 Guardie Rosse comuniste a Torino; nell’estate del 1922 cacciano da Parma una doppia spedizione di fascisti armati dopo una battaglia che in città si commemora ancora. La gioventù comunista è in uno stato di euforia; le sezioni comuniste e socialiste si uniscono e formano spontaneamente nuovi battaglioni in tante città. A Genova vengono costituite due brigate coi nomi di "Lenin" e "Trotsky". Inizia una campagna di raccolta di fondi nei quartieri operai per l’acquisto delle armi.
Completamente avulso dalla realtà della lotta operaia, l’Avanti! (organo del PSI) del 7 luglio irride: "Gli Arditi del Popolo si abbandonano forse all’illusione di avere la possibilità di arginare l’azione armata della reazione"."Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del Popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo". Ma Gramsci non rappresenta la maggioranza del partito, né ha la forza per contrastare il settarismo ed il prestigio di Bordiga tra i comunisti. Gramsci si limiterà a questo articolo. Come un fulmine giunge l’ordine dell’Esecutivo di Bordiga: "L’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato deve essere a base di partito" e, subito dopo il Patto di pacificazione del PSI, l’Esecutivo comunista aggiunge: "I più severi provvedimenti verranno presi nei confronti dei militanti che vogliano entrare negli Arditi del Popolo o solamente mettersi in contatto con tale organizzazione". Dirigenti comunisti chiameranno addirittura fascisti e provocatori i fondatori degli Arditi del popolo. Emergono così gli aspetti più nefasti delle limitazioni politiche del PCd’I. Quegli stessi dirigenti che avevano sempre salutato con entusiasmo i soviet russi non riuscivano a comprenderne la vera natura delle organizzazioni spontanee della classe operaia in lotta, si chiamassero soviet o Arditi. Fu un errore cruciale ignorare l’autodifesa operaia armata come lo fu criticare il movimento dei consigli di Torino. In entrambi i casi si tratta di strutture sviluppatesi dalle esigenze di lotta politica e militare della classe operaia. Bordiga e gli altri capi comunisti aspiravano a sottomettere automaticamente le masse in lotta alle strutture del partito; che superficialità non tenere conto della eterogeneità della coscienza tra le masse! Che errore pensare che in una epoca rivoluzionaria tutti siano pronti allo stesso tempo ad entrare in un partito! E che errore ignorare l’autorganizzazione dei lavoratori! Gli Arditi si che avevano capito di poter contare solo sulle proprie forze per lottare contro il fascismo. Gramsci si affretta a rispondere sull’Ordine Nuovo, il 15 luglio:
Le conseguenze delle stupide prese di posizione comuniste e socialiste sono disastrose: i militanti del PSI abbandonano le formazioni degli Arditi, quelli del PCd’I si rifugiano nelle ben più piccole brigate comuniste. Chi tira un respiro di sollievo sono i parlamentari turatiani, ma soprattuto il governo ed i fascisti. Come prevedibile le bande fasciste tornano con rinnovata ferocia e superiorità militare a devastare e incendiare le sedi dei partiti, associazioni, sindacati e ad assassinarne i militanti. Polizia e carabinieri si gettano a capofitto nella repressione dei 4.000 combattenti cui sono ridotti gli Arditi alla fine dell’anno 1921. Il tradimento dei dirigenti socialisti ed il settarismo dei comunisti impediscono la resistenza, e così conducono alla sconfitta un capitolo decisivo della lotta contro il fascismo. Le critiche che Lenin e l’esecutivo della IC invieranno per lettera al PCdI iniziano a produrre i primi dubbi in Gramsci e Tasca: "...dov’erano in quel momento i comunisti [italiani]? Erano occupati ad esaminare con la lente d’ingrandimento il movimento per decidere se era sufficientemente marxista e conforme al programma?" ed ancora: "Il PCdI doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai in modo da convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo-borghesi... porre elementi di fiducia in testa al movimento. Il partito comunista è il cervello e il cuore della classe operaia e, per il partito, non c’è movimento delle masse operaie troppo basso o troppo impuro... Il vostro giovane partito deve utilizzare ogni possibilità per avere contatto con larghe masse operaie e per vivere con loro. Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso commettere errori con le masse che compierli lontano da esse, racchiusi nella stretta cerchia dei dirigenti del partito, affermando la castità per principio".
L’autodifesa era l’arma migliore della classe operaia italiana in quella che fu una vera e propria guerra civile scatenata dalla piccola e grande borghesia contro i sindacati, le leghe contadine, i municipi socialisti e tutte le associazioni comuniste. Cinque anni più tardi, al congresso di Lione col PCd’I in piena clandestinità, Gramsci riconsidererà gli insegnamenti degli Arditi, ma sarà oramai troppo tardi. Nel 1921 non solo era in gioco una efficace opposizione al fascismo i cui risultati avrebbero potuto essere sorprendenti; il PCd’I avrebbe potuto inoltre sperimentare nella pratica la tattica del fronte unico ed avrebbe guadagnato un’autorità enorme agli occhi dei militanti socialisti ed ampi settori della classe lavoratrice che resisteva: il meglio.
Il secondo congresso del PCd’I
Gramsci non ha le idee chiare su come combattere il fascismo e scrive nell’agosto del 1921: "Contro l’avanzata della classe operaia avverrà la coalizione di tutti gli elementi reazionari, dai fascisti, ai popolari, ai socialisti: i socialisti diventeranno anzi l’avanguardia della reazione antiproletaria poiché meglio conoscono le debolezze della classe operaia". Intanto nelle elezioni di aprile, il PSI resta il primo partito pur perdendo 30 seggi, il Partito Popolare resta il secondo, tra l’incudine delle pressioni dalla base popolare ed il martello reazionario del Vaticano. Al contrario dell’analisi dei dirigenti del PCd’I, il Papa e la Confindustria non hanno più bisogno dei servizi di Turati e di Serrati, giacché oramai stanno usando le proprie armi: le bande fasciste.
Nel marzo del 1922 a Roma si celebra il congresso del PCd’I con Gramsci presente. Col 90% dei voti viene respinta la tattica del fronte unico coi socialisti propugnata dalla IC e si approvano le tesi di Bordiga secondo il quale la lotta senza quartiere dovrà darsi contro la socialdemocrazia, quale ala sinistra della borghesia. Su questo punto i bolscevichi raccomandavano di distinguere tra la direzione socialista filo borghese nei fatti e la sua base operaia. I comunisti italiani, con questo settarismo, ottengono invece di crearsi da soli una barriera verso migliaia di militanti socialisti. Se vogliamo capire i motivi di tale estremismo bisogna tener presente che dopo tutto era passato un solo anno dalla scissione di Livorno ed il risentimento verso i massimalisti era enorme. il congresso tratta la questione della riforma agraria in modo molto generale. Il lavoro di propaganda alla base dell’esercito viene discussa dalla sola FGCI e non dal complesso del partito. Il bilancio del lavoro sindacale nella CGL indica che la frazione comunista nel sindacato costituisce il 20%. Il PCd’I mantiene la parola d’ordine dello sciopero generale contro la disoccupazione ed il carovita, ma l’atteggiamento generalmente settario mina la sua efficacia e facilita il lavoro controrivoluzionario dei dirigenti del PSI. La discussione sui temi sindacali resta monopolizzata dalle accuse alle manovre burocratiche dei dirigenti riformisti di Turati e non coglie i segnali di una nuova e importantissima iniziativa dei lavoratori sindacalizzati di tutto il paese.
Il fronte unico sindacale
La necessità di resistere ai fascisti ed alla crisi economica spinge la classe operaia a tornare a lottare nella primavera de 1922 e in particolare nei mesi di giugno e luglio. L’istinto unitario della base dei sindacati obbliga i dirigenti a formare la AIL (Alleanza Italiana dei Lavoratori), un fronte unico sindacale tra tutti i sindacati importanti. La AIL è formata dalla CGL (1.850.000 iscritti nel 1922, di cui 415.000 dell’area comunista); la USI (sindacato anarco-sindacalista che si scisse nel 1912 dalla CGL forte di 320.000); la UIL (175.000); lo SFI (sindacato anarco-sindacalista dei ferrovieri, 120.000); FLP (federazione dei portuali, 100.000). Il PCI non partecipa alle prime riunioni della AIL e lancia direttive contraddittorie ai propri militanti: tra la partecipazione critica ed il boicottaggio. Le divisioni nella CGL riflettono le fratture in seno al PSI, che condurranno più tardi all’espulsione dei riformisti di Turati (PSU). I dirigenti comunisti conosciuti nella CGL rifiutano qualunque collaborazione coi massimalisti nonostante ciò possa aprir loro la possibilità di influenzare migliaia di lavoratori socialisti.
Il PCd’I mantiene un certo lavoro intorno alla USI, in cui esiste un ampio settori simpatizzante della III Internazionale. I settori più combattivi della base della AIL, una volta uniti avrebbero potuto contare 700-800 mila lavoratori. Uniti significa: la frazione comunista in CGL, la USI, i ferrovieri e i portuali. Questo blocco avrebbe potuto trascinarsi dietro la maggioranza della CGL allo sciopero generale proposto dal PCI, se Bordiga e Gramsci avessero mantenuto un atteggiamento corretto e non settario verso la base di tutti i sindacati. In quella situazione i comunisti avrebbero dovuto lanciare parole d’ordine chiare e immediatamente comprensibili ai lavoratori in lotta: la formazione di comitati unitari di autodifesa nelle fabbriche e quartieri, comitati unitari di sciopero. Stavolta, i dirigenti del PSI non avrebbero potuto tacciarli di ‘anarco-sindacalisti’ come avevano fatto contro i Consigli di Torino, poiché essi stessi stavano partecipando al fronte unico sindacale ed i comitati unitari difficilmente avrebbero incontrato opposizione. L’ennesima occasione di creare soviet embrionali partendo da una iniziativa unitaria operaia.
Due anni scarsi dopo il Biennio rosso, un anno dopo il tentativo degli Arditi del popolo, la classe operaia si gettava per l’ennesima volta nella lotta contro il capitale ed il fascismo. Sono queste magnifiche tradizioni di lotta di valore internazionale. Non si tratta di parole.
Ma gli operai italiani rimasero una volta di più senza direzione: lo "sciopero legalitario" di Turati, ossia in difesa dell’ordine, viene indetto dalla CGL solo a fine agosto, quando la classe è sfinita da due mesi di battaglie disarticolate e disarmate contro la repressione. Logicamente il PCd’I inizia a perdere iscritti riducendosi a 24.500 iscritti; molti militanti devono fuggire dal paese per non essere arrestati. Le persecuzioni fasciste si fanno insopportabili ed obbligano i comunisti alla semi clandestinità. In ottobre Mussolini inscena la pagliacciata della marcia su Roma alla testa di poche migliaia di fascisti e reduci. Il Re non solo non lo ferma ma addirittura lo nomina capo del governo. A convivere il monarca bastano tre telefonate: una del Vaticano, un’altra della Confindustria e l’ultima dei liberali dimissionari di Giolitti. Che democratici questi papi, padroni e liberali!
Parallelamente si celebra il IV Congresso della III Internazionale, che deve prendere atto delle sconfitte a catena subite dalla classe operaia italiana. Ora si che la collaborazione tra il PSI di Serrati ed i comunisti si profila meno difficile, ma è troppo tardi ormai. In poche settimane la polizia arresterà Bordiga e Grieco; nell’esecutivo del PCd’I entreranno Gramsci, Togliatti e Scoccimarro. Le camicie nere distruggono la sede de L’Ordine Nuovo a Torino e picchiano un fratello di Gramsci confondendolo per il dirigente comunista.
Trotskij scriverà al proposito: "Il Partito comunista non si rendeva conto della portata del pericolo fascista, si pasceva di illusioni rivoluzionarie... Si raffigurava il fascismo solo come reazione capitalista. I tratti particolari del fascismo, determinati dalla mobilitazione della piccola borghesia contro il proletariato, il Partito comunista non li discerneva. [..] eccettuato Gramsci, non ammetteva neppure la presa del potere da parte dei fascisti. [..] Non bisogna dimenticare però che il fascismo italiano non era allora che un fenomeno nuovo, in via di formazione: sarebbe stato difficile anche per un partito sperimentato definirne i tratti specifici." (La Rivoluzione tedesca e la burocrazia di Stalin, Gennaio 1932)
5. LA RIVOLTA DELLE SCIMMIE
"Dire la verità é rivoluzionario"
Ferdinand Lassalle, dirigente della socialdemocrazia tedesca dell’Ottocento
Alla fine del 1922 Gramsci viaggerà a Mosca e dopo a Vienna come rappresentante italiano presso la IC. In Russia tenterà di curare i suoi malanni in una clinica dove conosce Julca Schucht, la sua prima ed ultima compagna sentimentale. Gramsci aveva 32 anni. Durante la permanenza a Mosca Gramsci discute ampiamente con Trotsky e si convince della correttezza della tattica del fronte unico nella situazione italiana. Allo stesso tempo Lenin entra nella fase più critica della sua malattia che gli impedirà di partecipare nella vita politica per quasi due anni, fino alla morte nel 1924.
Per capire gli avvenimenti italiani a partire da questo momento è necessario spiegare le ragioni principali della degenerazione del Partito Comunista sovietico e della IC dopo il IV congresso, l’ultimo congresso basato sulla politica marxista e nel quale Lenin e Trotskij poterono giocare un ruolo di primo piano. In tal modo il contesto internazionale nel quale si produrrà la corrispondente degenerazione del PCd’I alla quale Gramsci non oppose resistenza, anzi collaborò. Il V Congresso della IC avrà luogo a distanza di due anni ossia nel 1924 ed il VI tarderà addirittura quattro, dopo che la struttura ed il funzionamento del PC russo e della IC avranno sofferto cambiamenti radicali.
La degenerazione della Rivoluzione russa
Dopo la morte di Lenin le contraddizioni economiche e sociali che s’erano accumulate in Russia si espressero in una lunga battaglia politica tra Trotsky e la burocrazia in ascesa nel partito e nell’apparato statale. Una battaglia che Lenin aveva iniziato a combattere dallo stesso lato di Trotskij. Le radici di questa lotta affondano nell’arretratezza economica e sociale della Russia e nella sconfitta definitiva della Rivoluzione tedesca alla fine del 1923, cosa che chiudeva un ciclo di lotte rivoluzionarie nel continente. La lunga guerra civile ridusse il paese al caos economico e un salto indietro di varie decadi. La stanchezza e lo sterminio della classe operaia avevano ristretto di molto la base sociale d’appoggio della rivoluzione e del potere bolscevico.
In questo contesto, la Nuova Politica Economica introdotta da Lenin nel 1921 era l’unica via d’uscita possibile dal comunismo di guerra. Consisteva ne fare concessioni all’economia di mercato a partire dalle campagne, per evitare l’insurrezione dei contadini contro il potere operaio e per aumentare la produzione cominciando dal cibo, che scarseggiava. Ciò avvenne mentre i rivoluzionari aspettavano che la rivoluzione tedesca venisse in soccorso dell’URSS e la liberasse dall’isolamento capitalista. La NEP, i cui effetti e contraddizioni Gramsci conosceva, produsse sollievo vitale al paese e dette le basi per l’uscita dall’incubo del razionamento, ma allo stesso tempo favorì il rivitalizzarsi della piccola borghesia nelle campagne e nelle città, rafforzando e arricchendo i kulaki (contadini ricchi) e i nepman (commercianti, intermediari, piccoli industriali). Con questi settori in rapida ascesa solidarizzarono istintivamente la vecchia burocrazia zarista ereditata dal passato e la schiera di tecnici industriali che non erano fuggiti all’estero. La classe operaia non poteva fare a meno dei loro ‘servizi’ visto che le condizioni dell’arretratezza e della guerra impedivano la loro sostituzione a breve termine. Questi settori avrebbero rifiutato di collaborare se fossero stati negati loro proprio tutti gli antichi privilegi. I bolscevichi accettarono diversi compromessi, cercando di limitarne al massimo gli effetti negativi.
Da tutto ciò si possono più facilmente capire le ragioni per cui la classe operaia fu alla fine espropriata politicamente dalla burocrazia stalinista.
La casta burocratica parassitaria si nutrì dell’isolamento della rivoluzione, dell’arretratezza del paese e dello sterminio di centinaia di migliaia di militanti bolscevichi nelle guerra civile e più tardi coi processi sommari e i campi di concentramento siberiani. La burocrazia vedeva nel proletariato russo ed internazionale una minaccia ai propri privilegi e perciò proibì con tutti i mezzi l’intromissione dei lavoratori nella gestione dello stato. La casta prese presto coscienza dei propri interessi particolari ed espandendosi rapidamente, si innalzò al disopra del controllo di una ormai stanca classe operaia. Il processo si riflesse all’interno del Partito Comunista, dell’IC e Stalin ne divenne il principale portavoce e difensore.
La IC si convertì nell’ufficio esteri della burocrazia staliniana, anteponendo sempre più gli interessi di questa a quelli della rivoluzione. La sconfitta della rivoluzione in occidente favorì enormemente questo processo. Lo stesso Gramsci paragonò le caratteristiche della burocrazia statale borbonica del sud Italia a quelle della burocrazia russa, sottolineando la forza d’inerzia dell’apparato e l’impossibilità di sostituirlo in un contesto di arretratezza economica e sociale: secondo Gramsci la burocrazia era sopravvissuta in entrambi i casi alla caduta del regime che l’aveva prodotta, adattandosi di buon grado alla nuova situazione ed approfittando del vuoto lasciato dalla classe operaia. Contrariamente a Bordiga, Gramsci trascurò d’analizzare gli effetti del processo descritto all’interno del PCUS e della IC. Trotsky approfondì le prime analisi di Lenin sui difetti dello stato operaio sovietico, descrivendo la casta burocratica quale gruppo con interessi specifici e tendente a riprodursi, senza per questo occupare un ruolo sociale nella produzione economica.
Le brusche sterzate a zig zag della politica staliniana dipendevano soprattuto dal carattere bonapartista della casta usurpatrice, il cui interesse non era certo di tornare al capitalismo ma tanto meno di favorire gli interessi generali del proletariato internazionale. La burocrazia in definitiva era la negazione sia del capitalismo che della democrazia operaia. Così avvenne che Zinovev (alla testa della IC), Kamenev e Stalin (alla testa del partito), allora ancora involontaria pedina della burocrazia, intrapresero una aspra lotta contro Trotsky e l’opposizione di sinistra per cancellare fisicamente qualunque traccia dell’ottobre e del partito bolscevico e così disarmare ideologicamente la classe operaia.
Nell’autunno del 1924 Trotsky pubblicò sulla stampa sovietica "Lezioni dell’Ottobre". Lo scritto analizza la sconfitta della rivoluzione tedesca del 1923 paragonandola con la politica e la tattica che i bolscevichi adottarono durante il 1917 e che invece permise la presa del potere. Gli errori dei dirigenti bolscevichi a partire dal febbraio del 1917, sino all’arrivo di Lenin e Trotsky, trovano un paragone inevitabile con quelli commessi da Stalin e Zinovev nella rivoluzione tedesca fallita l’anno precedente. Lo scritto venne preso a pretesto dalla troikatroika continuò a sottovalutare la portata della sconfitta in Germania, dichiarando l’imminenza di nuove ondate rivoluzionarie in Germania. Stalin-Zinovev-Kamenev per sferrare il primo duro attacco a Trotsky, basato su argomenti non politici e su accuse ingiustificate. Le critiche di Trotsky al burocratismo ed all’eccessivo prolungarsi della NEP furono usate per tacciarlo di nemico del bolscevismo. In quest’orgia burocratica, la
I nodi vennero al pettine un anno dopo allorché Zinovev e Kamenev compresero la correttezza dell’analisi di Trotsky e si opposero alla teoria del "socialismo in un solo paese", formulata da Stalin e Bukarjn. Zinovev, Kamenev costituirono con Trotsky l’Opposizione Unificata, ma il potere di Stalin e della casta burocratica a quel punto era già enorme. La classe operaia non era in condizioni di reagire benché molti dirigenti operai simpatizzassero con Trotsky.
Da allora l’unità e la omogeneità dei partiti comunisti fu la scusa dietro la quale si celava la imposizione dogmatica e antibolscevica dell’infallibilità del segretario generale del partito e del vertice della IC. Anche la possibilità di costruire il socialismo in un paese solo divenne un dogma. La concezione rivoluzionaria dei bolscevichi "dittatura del proletariato in alleanza coi contadini poveri" si trasformò nel 1924 nella nuova linea: alleanza senza principi con la piccola borghesia e la borghesia progressista internazionale. Come riflesso del prolungarsi della NEP e dell’alleanza della burocrazia staliniana con kulaki e nepman contro gli operai, i contadini nordamericani, cinesi, balcanici, italiani e via dicendo furono idealizzati e battezzati ‘classe naturalmente rivoluzionaria’. Nessun marxista si sarebbe mai sognato una concezione simile.
Mano a mano che la degenerazione staliniana avanzava, fu recuperata la teoria riformista delle "due fasi" la quale propugnava l’alleanza del proletariato con la (inesistente) borghesia progressista e di sinistra. La conseguenza fu la tragica disfatta della prima Rivoluzione cinese del 1925-27. Il PC cinese fu obbligato, nel nome dell’alleanza coi contadini e la borghesia progressista, a sottomettersi agli ordini ed al programma del partito Intangibile i cui dirigenti rappresentavano direttamente il capitale ed i proprietari terrieri cinesi. Nella pratica il Pc cinese dovette insensatamente rinunciare al proprio programma (la riforma agraria e la nazionalizzazione dell’industria sotto controllo operaio) e sciolsero le loro forze organizzate nel nel Kuomintang. Stalin e Bukharin finirono coll’ammettere la borghesia cinese nella IC (!!) la quale ringraziò massacrando decine di migliaia di comunisti. La stessa politica di collaborazione di classe imposta da Stalin ai partiti comunisti in Francia e Spagna negli anni trenta (i fronti popolari) causò tragedie spaventose per la classe operaia come la vittoria della controrivoluzione in Spagna.
Il "Governo operaio e contadino" e il governo di Mussolini
Di ritorno da Vienna, Gramsci trova il partito martoriato dalla repressione: il 1923 era stato l’anno della caccia ai comunisti con cui il Governo e la monarchia tentano tra l’altro di scongiurare la fusione del PCd’I col PSI. Migliaia di militanti e dirigenti comunisti a tutti i livelli sono arrestati, i fondi confiscati e le tipografie distrutte: solo a Torino si contano 23 esecuzioni per le strade in poche settimane. La struttura dei partiti di sinistra aveva subito un colpo durissimo. D’altra parte i comunisti si erano sottomessi solo formalmente alle decisioni del congresso della IC, ma continuavano a rifiutare nella pratica la tattica del fronte unico contro il fascismo. Ancora a Vienna, Gramsci s’era rifiutato a firmare un documento proposto da Bordiga e la maggioranza della direzione del partito, Togliatti incluso, che si opponeva frontalmente alla linea della IC. Gramsci, che torna ammalato, tenta di costituire una frazione nel partito per contrastare una linea tanto settaria. Vi riesce solo in parte, ed insieme a Togliatti fonda nei primi mesi del 1924 L’Unitá, organo della fusione col PSI e che resterà il giornale ufficiale del PCI fino all’inizio del 1991.
In quel periodo il governo di Mussolini assesta un duro colpo alla masse lavoratrici con la prima riduzione drastica dei salari. Il 10 di giugno le camicie nere assassinano per ordine di Mussolini il deputato socialista Giacomo Matteotti. L’Unità titola "Abbasso il governo degli assassini!", il regime conosce diverse settimane di sbando e si trova isolato: le città e le campagne coi braccianti e gli operai snervati sono al limite della pazienza e non ne possono più dell’alleanza tra padroni, preti e fascisti. Tutti attendono inutilmente una iniziativa del PSI e della CGL. Tanto è grande l’indignazione popolare che il PCd’I trova spazio per tornare allo scoperto ed inaugurare una campagna di iscrizioni in massa: la militanza raddoppia. L’Unità giunge a stampare 40.000 copie ogni giorno. Ma arriva la delusione: i partiti di sinistra e della borghesia ‘progressista’ si limitano a chiedere al re un intervento contro Mussolini: per favorire il quale escono dal parlamento e si ritirano sul colle Aventino per alcuni mesi.
Gramsci si concentra sul compito di smascherare sia i partiti borghesi aventiniani (repubblicani, sardisti d’azione, popolari e democratici assortiti) che la passività dei massimalisti (PSI) e della destra socialista di Turati (PSU). Tutti in coro i partiti rifiutano la parola d’ordine dei comunisti: "governo repubblicano di tutte le forze antifasciste e anti monarchiche sulla base dei consigli operai e contadini". La versione propagandata nelle fabbriche e nelle campagne è invece: "governo operaio e contadino". Nei fatti le due versioni si mescolano.
Nel rifiutare qualunque iniziativa di massa, i socialisti confermano la loro enorme sfiducia nella classe operaia; il settore ‘democratico’ e legalista della borghesia dimostra ancora una volta che più del fascismo teme la classe operaia. La strategia di Gramsci fallisce in un ambiente che dopo alcune settimane si deteriora sensibilmente. CGL e PSI-PSU si negano a convocare lo sciopero generale proposto dai comunisti. L’ultimo sciopero generale che gli operai ricordassero era lo sciopero legalitario di fine agosto del 1922, non certo un esempio di efficacia che potesse ispirare la classe. È doveroso aggiungere che il programma lanciato da Gramsci nell’estate del 1924 peccava di confusione: invece d’enfatizzare la necessità di una politica d’indipendenza di classe, si incaponisce con la parola d’ordine dell'anti parlamento dei partiti operai e borghesi uniti contro Mussolini. Per di più chiede che siano i consigli operai e quelli contadini, che non esistevano, a sostenere questo anti parlamento. Ma i lavoratori avevano sperimentato sulla loro pelle l’appoggio della borghesia alla repressione fascista e le parole d’ordine di Gramsci non li esaltarono. In più, la formazione dei consigli di fabbrica e dei comitati di sciopero non si potevano certo invocare facilmente, dopo che la spinta operaia verso l’unità sindacale era stata recentemente sprecata dai dirigenti della sinistra, comunisti inclusi.
Per spiegare i motivi delle proposte di Gramsci occorre dire che egli si aspettava che le classi medie indignate dall’omicidio di Matteotti abbandonassero in massa Mussolini. Il fronte unico antifascista concepito da Lenin e Trotsky prevede, in cambio, l’esclusione di qualunque partito borghese, l’assoluta indipendenza della classe lavoratrice sia dalla borghesia che dalle classi medie. Ovviamente la resistenza militare contro le camicie nere avrebbe potuto prevedere la collaborazione temporanea con organizzazioni antifasciste della piccola borghesia.
Molte occasioni erano state sprecate dai socialisti e quasi altrettante dai comunisti negli anni precedenti. La classe aveva proposto una ricchezza ed una varietà di iniziative impressionanti. I dirigenti operai non erano stati capaci di approfittarne: lo sciopero delle lancette, l’occupazione delle fabbriche, il movimento d’occupazione delle terre, gli Arditi del popolo, il fronte unico sindacale e miriadi di altre occasioni minori che avrebbero potuto rafforzare il movimento.
Raggruppare le masse attorno ai proclami del PCd’I si rivela una chimera senza l’organizzazione di una reazione organizzata: i comunisti pagano gli errori ed il settarismo dei quattro anni precedenti. In più la CGL è indebolita, ha perso iscritti e forza; i dirigenti riformisti tentano di salvare le proprie poltrone spostando il sindacato su binari apolitici, tentano di salvarsi così dalla repressione di Mussolini lasciando i lavoratori al loro destino. Quanto più il sindacato si svuota e si demoralizza, tanto più facile risulta ai dirigenti boicottare tutte le iniziative dei comunisti. In assenza di una opposizione forte, il governo riprende fiducia e il controllo della situazione. I gerarchi e gli squadristi che si erano nascosti spuntano nuovamente e l’ennesima occasione è persa.
La bolscevizzazione e la deriva burocratica del PCdI
Gramsci e Zinovev (l’Internazionale stava entrando nel pieno della degenerazione stalinista), valutano imminente la caduta del governo Mussolini e di conseguenza adottano una strategia sbagliata per l’attività del partito italiano. Non progettano un rafforzamento della struttura clandestina del PCd’I, ne una ritirata tattica per proteggerlo dalla repressione, ma optano per un reclutamento diretto e massiccio di giovani inesperti tra gli operai e i contadini. Ciò che guadagnano è esporre il PCd’I ai colpi dei fascisti e alle indagini della polizia. Considerando che la classe era in ritirata, sarebbe stato meglio difendere tutto ciò che rimaneva nelle mani del partito: proteggere le strutture clandestine, formare pazientemente i nuovi militanti in attesa di tempi migliori, aumentare la coesione dei dirigenti ed a tutti i livelli. Oltre a ciò, è fu or di dubbio che l’errore colossale di Gramsci fu di intraprendere una campagna di emarginazione della sinistra di Bordiga, indebolendolo proprio al vertice e distraendolo dai suoi compiti più urgenti, alcuni dei quali sono stati indicati in precedenza. Infatti, la maggioranza dei quadri (i migliori) del partito appoggiavano Bordiga e la loro emarginazione significò una vera e propria batosta politica per tutta l’organizzazione.
Nel 1924 Gramsci, Tasca, Togliatti (che sostituisce Gramsci nell’esecutivo internazionale) e Scoccimarro, ingaggiano una battaglia sleale per il controllo totale del partito e la liquidazione burocratica della sinistra, ossia della maggioranza. Gramsci in quel momento controlla solamente la Centrale (esecutivo del PCd’I) mentre Bordiga gode di una enorme autorità tra i quadri. Alla conferenza segreta di Como partono i primi attacchi della centrale, equiparando Bordiga a Trotsky e definendo entrambi quali "oppositori sterili e dannosi all’unità del partito". La verità è che nessuno in Italia conosce le vere posizioni critiche della opposizione di sinistra russa raccolta attorno a Trotsky. Gramsci e soci pensano che presto la rivoluzione proletaria rovescerà il fascismo e che per tanto occorra liberarsi con tutti i mezzi dell’influenzia di Bordiga per poter dirigere il processo.
Al tempo stesso la ristrutturazione avviata dalla centrale coincide con un cambiamento sfavorevole al proletariato dei rapporti di forza tra le classi sia in Russia che in Italia e in tutta Europa. La ragione è la catena di sconfitte della rivoluzione, dalla Germania all’Italia, all’Ungheria. In quel momento la linea politica della troica frazioni nel partito sono la storia di Lenin". (Zinovev, Kamenev, Stalin) era la "bolscevizzazione" dell’Internazionale, ovvero adeguare la vita interna dei Pc europei alle necessità della lotta della burocrazia contro il "trotzkismo" e della difesa dell’apparato dirigente del PCUS. I dogmi dell’infallibilità e della normalizzazione del partito vennero assunti anche da Gramsci che iniziò a pensare che "la volontà e la forte disciplina bolscevica" sostenute dalla "unità leninista d’acciaio del partito", potessero superare qualunque difficoltà. La vena idealista di Gramsci sostituì l’analisi marxista di Trotsky sui problemi della Rivoluzione d’Ottobre e sulla Rivoluzione italiana. Bordiga, membro dell’esecutivo della IC, difenderà le critiche di Trotsky alla degenerazione burocratica fino al 1926. In occasione della riunione allargata dell’Esecutivo Internazionale, la critica di Bordiga prenderà spunto dall’esclusione dei partiti comunisti europei dal dibattito sui problemi della Rivoluzione russa e del PCUS, comportamento completamente alieno all’internazionalismo proletario ed alla tradizione bolscevica. Disse Bordiga, e ne aveva tutte le ragioni: "L
Tra l’estate del 1924 e la primavera del 1925, Gramsci, Togliatti e Scoccimarro scatenano una campagna di smantellamento delle cariche dirigenti del partito a tutti i livelli. Tra giugno e luglio del 1925 L’Unità nei fatti clandestina titola a ripetizione: "Il partito si rafforza combattendo le deviazioni anti-leniniste", "I membri del comitato d’intesa contro la Internazionale", "Il comitato d’intesa contro lo spirito proletario del partito" oppure "Contro lo scissionismo frazionistico [!], per l’unità ferrea del partito". Il Comitato d’Intesa era nato quale strumento di collegamento tra i dirigenti vittime della campagna di Gramsci. Possiamo immaginare l’effetto che la sassaiola diffamatoria della Centrale ebbe sugli inesperti e giovani militanti del partito che adesso ne costituivano la maggioranza.
La Centrale di Gramsci, Togliatti e compagnia organizzò persino una polizia interna al partito il cui compito era vigilare i compagni "sospetti", prevedere ed impedire le riunioni della sinistra e promuovere la destituzione di quei dirigenti (in verità eletti democraticamente dal precedente congresso) che avevano costruito il partito fin dalla sua fondazione. La direzione procede a una raffica di nuove nomine dall’alto, per mezzo della quale sostituisce l’intera struttura dirigente del PCd’I con centinaia di elementi meno consapevoli e più ubbidienti alla troica italiana. L’arma del ricatto economico sui funzionari del partito funziona perfettamente coi dirigenti più flessibili e si può capire pensando alle difficoltà economiche di quel periodo e alle complicazioni della semi clandestinità cui obbliga l’autoritarismo fascista. I comitati locali e federali del partito vengono così dissolti e i loro membri esiliati alle cellule di partito più fedeli all’esecutivo centrale di Gramsci. D’accordo con Humbert-Droz, il delegato per l’Italia della IC, il congresso previsto verrà posticipato e si celebrerà a Lione (Francia) nel 1926, con quattro anni di ritardo, una volta completata la cosiddetta ‘bolscevizzazione’ del partito. Nel resto del mondo avvenne più o meno lo stesso. E le vittime saranno ancora una volta i partiti comunisti.
L’idea del clima di intimidazione nel partito è resa magistralmente dalle parole di Gramsci dopo Lione: "Nessuna tolleranza per qualsiasi tendenza, il leninismo è un sistema integrale: o si accetta in blocco o si respinge""Occorre infondere nelle masse del partito una convinzione tanto radicata, del principio di lealtà verso il CC, che le iniziative frazionistiche [..] debbano trovare alla base una reazione spontanea e immediata che le soffochi sul nascere. L’autorità del CC, tra un congresso e l’altro, non deve mai essere posta in discussione e il Partito deve diventare un blocco omogeneo" ("Significato e risultati del III Congresso del PCdI", L’Unità, 24 febbraio 1926). ovvero:
Gramsci vince il congresso di Lione con il 90,8% dei voti. Il ‘regolamento’ congressuale era stato il seguente, pensate un po: tutti i compagni che non votano per la sinistra di Bordiga si conteranno come voti per la Centrale; le astensioni e le assenze non valgono. I compagni che non possono recarsi ai congressi locali ma che intendano votare per Bordiga possono farlo per posta (rischiando di venire intercettati dai controlli della polizia). I voti dei compagni assenti si considerano in assenso a Gramsci. Il risultato lo si comprende meglio con un esempio: mettiamo che in un congresso di base, per motivi ovvi, avessero potuto partecipare solo 40 dei 60 iscritti nonostante tutti gli sforzi per riunire i compagni. Di questi 40, 27 avevano votato per Bordiga e 13 per la centrale. Una volta che il delegato della sinistra (maggioritaria in questo caso) si fosse presentato al congresso provinciale col risultato in mano, gli poteva venir comunicato che al suo posto chi doveva presentarsi era un delegato della mozione opposta, poiché i voti a Gramsci ‘in realtà’ erano prevalsi. Come? Come da regolamento: 60 iscritti meno 27 voti a Bordiga, uguale 33 voti per la Centrale, uguale maggioranza.
Dopo il congresso Gramsci stesso ammetterà che si discusse poco del programma e della situazione politica italiana o le prospettive per il regime fascista. Si pensò solamente a sbaragliare la sinistra del partito. La linea politica adottata dal congresso appare solo negli articoli di Gramsci nei mesi seguenti. Il che non garantisce che fosse avvenuta una discussione ampia e democratica. Sappiamo che Bordiga spese il suo intervento nel criticare i metodi congressuali e l’ambiente repressivo nel partito, mentre Gramsci ebbe buon gioco nell’esaltare i sacrifici dei militanti per organizzare l’evento e ridicolizzare così le critiche della sinistra. Il discorso di Gramsci durò cinque ore e, quando la parola passò alla mozione di sinistra, i delegati erano esausti. Bordiga parlò sette ore. Ciò accadeva mentre la dittatura era sempre più spietata e il PCd’I era messo fuorilegge.
L’Assemblea costituente e la rottura con lo stalinismo
Allo stesso tempo in URSS la burocrazia ‘sovietica’ (i soviet si ridussero a gusci vuoti sino a sparire formalmente all’inizio degli anni trenta) si liberò di qualunque opposizione, prima emarginando Trotsky, e successivamente anche Kamenev e Zinovev e tutti i dirigenti bolscevichi. Stalin si rese conto che la NEP aveva rafforzato troppo la borghesia. Ora i kulaki e gli uomini-Nep minacciavano da vicino gli interessi della casta burocratica che erano basati sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sul monopolio del commercio estero.
Stalin dette una paurosa sterzata a "sinistra" con una campagna volta alla "eliminazione dei kulaki in quanto classe" e l’industrializzazione a marche forzate. Nel 1929 Stalin si disfò del suo ultimo alleato Bukharin e Trotsky venne esiliato. Subito il colpo della sconfitta della rivoluzione in Cina, Stalin reagì con una politica estremista su scala internazionale: la così detta teoria del Terzo periodo o del socialfascismo. Così sosteneva che il nemico numero uno della rivoluzione erano i socialisti, ribattezzati socialfascisti: politica sciagurata che gettò nel settarismo uno a uno tutti i partiti comunisti europei. Tra questi, il KPD (Partito Comunista Tedesco) prese a combattere ferocemente le organizzazioni della socialdemocrazia e i suoi sindacati, rinunciando al fronte unico per lottare contro il vero pericolo, il nazismo.
Al ritorno da Lione Gramsci viene arrestato. In carcere viene a sapere delle misure disciplinari adottate dal blocco Stalin-Bujarin non solo contro Trotsky ma anche contro Zinovev e Kamenev. Turbato dopo aver compreso appieno l’ampiezza dello scontro in Russia, Gramsci tenta di opporsi ai metodi burocratici di Stalin indirizzando una lettera al CC del PCUS via Togliatti. La lettera esprime grande preoccupazione per l’indebolimento e la divisione del partito russo ma non entra nel merito politico del problema. Togliatti farà di tutto per nascondere la lettera. Nel 1930 scoppierà nell’esecutivo del PCd’I la polemica sul socialfascismo: Togliatti espellerà Tresso, Leonetti e Ravazzoli che rifiutano la nuova linea. Più tardi Tresso fonderà la NOI (Nuova Opposizione Italiana) e i tre si uniranno alla opposizione internazionale guidata da Trotsky. Pietro Tresso (Blasco), alunno di Gramscie e fino al 1930 responsabile della struttura clandestina del partito, sarà tra i fondatori della IV Internazionale nel 1938. Arrestato in Francia dal Governo filo nazista di Vichy nel 1942, Stalin e Togliatti lo faranno assassinare l’anno dopo.
Tra il 1929 e il 1930, secondo i compagni che riempivano le prigioni fasciste, Gramsci verrà a sapere della nuova linea del Terzo Periodo o Social Fascismo e non gli piacerà affatto. Tra i tanti testimoni, il fratello Gennaro, Athos Lisa e il socialista Sandro Pertini. Per rappresaglia alle critiche politiche di Gramsci, tra il 1930 e il 1934 la campagna internazionale per la sua liberazione cessò per ordine di Mosca e col consenso di Togliatti. Nel necrologio scritto da Pietro Tresso nel 1937 e pubblicato nel bollettino della NOI e su La Lutte Ouvriere"Possiamo affermare anche, che almeno dopo il 1931 e fino al 1935, la rottura morale e politica di Gramsci con il partito stalinizzato era completa. La prova e' fornita anche solo dal fatto che durante questi anni la stampa ha messo la sordina alla campagna per la liberazione di Gramsci, ma anche dal fatto che che Gramsci era stato destituito ufficialmente in quanto Capo del Partito e che al suo posto era stato eretto quel clown pronto a tutto che si chiama Ercoli (Togliatti)! I compagni usciti dal carcere ci hanno anche informato, due anni fa, che Gramsci era stato espulso dal Partito, un'espulsione che la direzione aveva deciso di tenere nascosta almeno fino a quando Gramsci fosse stato in condizioni di parlare liberamente." francese:
Nel 1930 Bordiga sarà espulso da Togliatti, con l’accusa di aver continuato a difendere parte dell’analisi e la persona di Trotsky nelle discussioni coi compagni d’esilio. Alle folli concezioni staliniste del socialfascismo, Gramsci oppose correttamente la parola d’ordine transitoria dell’Assemblea Costituente per cui lottare mediante il fronte unico. Pensava giustamente che i settori più coscienti dei lavoratori e contadini l’avrebbero appoggiata frutto dell’oppressione della dittatura di Mussolini. Per Gramsci si trattava precisamente di una parola d’ordine tattica per collegare la necessità oggettiva della riconquista delle libertà democratiche e sindacali con la prospettiva dell’abbattimento rivoluzionario del fascismo e del capitalismo. Proprio per questo anche Trotsky considerò completamente corretta tale parola d’ordine.
6. L’EGEMONIA E LA "QUISTIONE MERIDIONALE"
Per bocca del pubblico ministero fascista, Mussolini aveva detto di Gramsci: "Dobbiamo impedire che questo cervello funzioni per i prossimi 20 anni": la pena inflitta fu 20 anni, 4 mesi e 5 giorni. Nonostante le dure condizioni del carcere, peggiorate dalla fragilità della salute, Gramsci avrà la forza di approfondire molte questioni teoriche e storiche di grande importanza.
La conquista dell’egemonia
" Se tu dirai che le scienze che principiano e finiscono nella mente abbiano verità, questo non si concede, ma si nega per molte ragioni, e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di se certezza "
Leonardo da Vinci, Trattato sulla pittura
Seicento anni dopo dirigiamo al segretario generale di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, le stesse parole di Leonardo. Negli ultimi anni Bertinotti ha spesso affrontato alcuni temi studiati dallo stesso Gramsci in prigione e lo ha fatto sempre astrattamente. Il problema della rivoluzione in occidente, nodo centrale di molte riflessioni presenti nei "Quaderni del carcere", è vincolato al concetto gramsciano di egemonia: da un lato quella che la classe dominante esercita per mezzo di varie combinazioni tra la manipolazione, la ricerca del consenso sociale e la coercizione per potersi mantenere al potere; dall’altro lato l’egemonia che la classe operaia deve conquistare nella società per potersi appropriare delle leve produttive, politiche e culturali, controllate oggi dalla borghesia.
Nel suo superficiale slogan del "ritorno a Marx", la politica di Bertinotti si converte in quella scienza che comincia e finisce nei pregiudizi della sua propria mente. Tale politica ignora le esperienze che la classe ha accumulato a partire dalla Comune di Parigi fino all’inizio della recentissima rivoluzione in Venezuela; definisce lo stalinismo come conseguenza inevitabile dell’idea della presa del potere senza far riferimento alcuno alle cause della degenerazione della Rivoluzione russa e della controrivoluzione capitalista nell’est europeo. Bertinotti finisce per storpiare il concetto di egemonia di Gramsci per poter giustificare la rinuncia del PRC a qualunque idea di espropriazione economica e politica della classe capitalista. Con la scusa dell’importanza che Gramsci attribuiva al ruolo guida degli intellettuali per la conquista dell’egemonia nella società, Bertinotti apre le porte del partito all’intellettualità visionaria, piccolo borghese e riformista e allo stesso tempo le chiude in faccia alla classe operaia italiana.
Riflettendo sulla correlazione di forza tra le classi sociali (Quaderno 13mo, annotazione 17), Gramsci distingue tra diversi ambiti in cui essa si esprime: il sociale, basato nello sviluppo delle forze produttive e quello politico, basato nella organizzazione delle classi allo scopo della conquista dell’egemonia. Visto che le nostre analisi dimostrano in molti documenti che il primo è maturo per l’abbattimento del capitalismo, e Gramsci settanta e Marx cento cinquant'anni fa erano già della stessa opinione, vediamo le riflessioni del dirigente comunista sul resto "Un secondo grado [dello sviluppo dei rapporti di forza politici tra le classi] è quello in cui si raggiunge la coscienza della solidarietà di interessi tra tutti i membri del gruppo sociale, ma ancora nel campo meramente economico. Già in questo momento si pone la questione dello Stato, ma solo nel terreno di raggiungere una eguaglianza politico-giuridica coi gruppi dominanti, poiché si rivendica il diritto di partecipare alla legislazione e all’amministrazione e magari di modificarle, di riformarle, ma nei quadri fondamentali esistenti." Vale a dire: i lavoratori cominciano a prendere coscienza della necessità de organizzarsi per difendere i propri interessi economici e i diritti politici nel quadro della società capitalista, senza però mettere in discussione il sistema nel suo complesso.
"Un terzo momento è quello in cui si raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa di gruppo meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di altri gruppi [anch’essi] subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle sovrastrutture complesse, è la fase in cui le ideologie germinate precedentemente diventano ‘partito’, vengono a confronto ed entrano in lotta fino che una sola o una sola combinazione di esse tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le questioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano ‘universale’ e creando così l’egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati"
Il significato della citazione (come di molte tra quelle che potremmo prendere dai Quaderni) appare contraddittorio e non è comprensibile se questa viene interpretata alla lettera. La censura fascista era attiva anche in carcere! Gli scritti venivano requisiti dai carcerieri, analizzati, quindi restituiti all’autore: da qui la necessità di uno stile più sociologico che politico, di usare eufemismi quali gruppo sociale fondamentale (classe operaia), sovrastrutture complesse (dualismo di poteri, diffusione dei consigli operai).
"Lo Stato è concepito si come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questi sviluppo ed espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie nazionali. Cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali [dell’insieme] dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli degli altri gruppi [..]"
Così la parola Stato usata due volte significa nel primo caso ‘Stato borghese’ e nel secondo ‘Stato operaio’: in mezzo c’è la rottura rivoluzionaria, ma non possiamo certo pretendere che Gramsci scrivesse chiaramente l’espressione "abbattimento del sistema capitalista e del suo stato" nelle condizioni in cui si trovava. Stesso discorso vale per l’espressione tra parentesi "(nell’ambito della legge)", la cui parola ‘legge’ va intesa come ‘dittatura del proletariato’. Il termine egemonia (del partito della classe lavoratrice) compare chiaramente associato ad un periodo di ascesa rivoluzionaria, quando l’azione indipendente della classe operaia suole ispirare le classi medie e i settori sfruttati. L’abbiamo visto sempre nella storia, anche in quella recentissima tra il 1968 e gli anni ’70. È chiaro che l’egemonia delle idee rivoluzionarie non può affermarsi nella vita quotidiana della società sotto il dominio del capitale. Ma può farlo in periodi speciali come lo sono i processi rivoluzionari, poiché le masse lavoratrici prendono coscienza della necessita di impegnarsi direttamente nella soluzione dei problemi che il capitalismo impone e non può risolvere.
Il dominio del capitale si giova quotidianamente delle sovrastrutture da esso create o asservite per inibire qualunque sfida all’egemonia che la borghesia esercita attraverso i suoi giornalisti e scrittori, attori e registi, scienziati e divulgatori, preti e professori, avvocati e giudici, ministri e militari etc., ossia gli intellettuali che Gramsci definiva "commessi della classe dominante", gli animatori delle "casematte del sistema", i "funzionari delle sovrastrutture". Gramsci difendeva la necessità di un lavoro costante per conquistare alla militanza del partito non solo gli operai ma anche gli intellettuali più vicini al marxismo, anche per minare la stabilità delle cosiddette "casematte", termine tanto caro a Toni Negri e Bertinotti. Ma Gramsci non sosteneva (neppure tra parentesi) una rivoluzione graduale basata solo sulla "contesa democratica" dell’egemonia alla classe dominante e non considerava neppure possibile alcuna trasformazione della società che potesse fare a meno della rottura rivoluzionaria.
Comprendeva come l’influenza delle idee rivoluzionarie tra gli operai e le altre classi sfruttate potesse estendersi rapidamente solo nei periodi di crisi sociale e che proprio di questi ultimi si dovessero approfittare per sostituire lo stato borghese con uno stato operaio basato sui consigli di fabbrica e di quartiere, in transizione verso il socialismo.
Gramsci scrisse sulla rivoluzione in occidente: "(..) in Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’è un giusto rapporto e nel tremolio dello stato si scorge subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato è solo una trincea avanzata, dietro cui sta una robusta catena di fortezze e di casematte.." (Note sul Machiavelli). Questa affermazione viene spesso utilizzata dai riformisti e dagli stalinisti per giustificare l’impossibilità della rivoluzione socialista classica nella società in cui viviamo. Sappiamo che lo stato zarista era una macchina mostruosa ed efficiente di repressione, e proprio in questo modo compensava la debolezza della borghesia russa e manteneva soggiogata la "prigione dei popoli". Però è falso pensare che le classi dominanti russe non avessero una loro strategia di controllo sociale ed il loro sistema di casematte. La religione e l’analfabetismo dominavano le campagne, le quali contavano l’80% della popolazione; gli intellettuali che i contadini ammiravano e seguivano erano i figli istruiti dei grandi proprietari di terre, avvocati, preti, magistrati. In due parole, la piccola borghesia dominava intellettualmente la Russia. La piccola borghesia non aveva in mente la rivoluzione. Cos’è questo se non controllo sociale basato sull’ignoranza?
Che "la catena di fortezze e casematte" oggigiorno sia forte e la sua strategia del consenso raffinata è indubbio, ma la sua tenuta dipende in ultima analisi dalla capacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive ed il benessere generale di un paese: da ciò e solo da ciò dipende la stabilità delle sue sovrastrutture. Prendiamo il caso della attualissima e modernissima protesta di massa contro la guerra in Irak e contro gli organismi della globalizzazione capitalista (FMI, ONU, BM, ecc). Cosa dimostra se non il discredito, l’inizio del crollo della catena di casematte del sistema? Che cosa significa se non un processo di perdita di credibilità del capitalismo agli occhi di milioni e milioni di persone? Sbaglio, o ciò sta avvenendo prima, molto prima della messa in discussione dell’apparato statale, ossia l’avamposto di Gramsci?
È questa critica sociale il frutto di un lungo lavorio degli intellettuali progressisti? Di anni di paziente lavoro di spiegazione dell’insostenibilità del capitalismo? Certamente no! Gli intellettuali della sinistra italiana stavano facendo giusto l’opposto. Alla vigilia delle giornate di Genova nel 2001 parlavano appunto della fine della lotta di classe, Toni Negri recuperava gli argomenti ottocenteschi di Bernstein sulla morte del marxismo, e via dicendo. Furono tutti quanti sorpresi dall’inizio del movimento rivoluzionario in America Latina alla fine dello stesso anno. Bertinotti rimase completamente spiazzato dai sei scioperi generali che hanno scosso l’Europa: Italia, Grecia, Portogallo, Spagna e pochi giorni fa l’Austria, la Francia e domani la Germania e l’Inghilterra. Gli intellettuali progressisti di cui abbiamo appena parlato sono più o meno gli stessi che usano Gramsci contro la rivoluzione. Possiamo far di tutto, tranne creder loro.
Il ruolo degli intellettuali
Dopo aver demolito le presunzioni di indipendenza e neutralità degli intellettuali nella società capitalistica, Gramsci definisce l’intellettuale del partito come il "persuasore permanente", lo "specialista del reclutamento" dei quadri nel seno stesso della classe operaia. "Che tutti i membri del partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco un’affermazione che può prestarsi allo scherzo; eppure, se si riflette, niente di più esatto[..]: importa la funzione che è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale" (Quaderno 12, nota 1). Sorpresa! Non una generica egemonia del partito sugli ‘intellettuali’, o ‘persone di cultura’ (cosa non disprezzabile quando si verificasse), tutt’al più l’integrazione nel partito di tutti gli elementi esterni alla classe operaia i quali decidessero di passare armi e bagagli alla causa del socialismo. Su queste basi, siamo proprio sicuri che il "rinnovamento intellettuale e morale" di cui parlava Gramsci fosse un appello alla buona volontà degli intellettuali?
Nell’articolo di Bertinotti su Gramsci, apparso su Liberazione il 28 aprile 1998, leggiamo "[..] Insomma, un’idea secondo cui la realizzazione del socialismo (e questo a me sembra una cosa enorme) viene pensata anche come ‘guerra di posizione’, come occupazione-organizzazione delle ‘casematte’, come trasformazione del territorio in cui avviene la rivoluzione [..] trova qui un elemento forte di correzione dell’impianto giacobino. [..Nel pensiero di Gramsci] la dittatura del proletariato rimane un pensiero dominante, salvo che Gramsci vi innesta molteplici articolazioni, i temi della ‘società civile’, delle ‘casematte’, della ‘egemonia’, quindi il rapporto con la cultura, con gli intellettuali [..] È il trascendimento della causa meccanica della rivoluzione in una operazione in cui, insieme all’elemento del conflitto di classe e dell’autogoverno, c’è l’elemento della costruzione della città futura [..]". Sono bastati altri quattro anni perché Bertinotti arrivasse ad usare Gramsci per dare un illustre base alla nuova strategia: non più lotta alla proprietà privata e allo stato borghese, ma marcia ‘rivoluzionaria’ di lunghissimo periodo per la conquista, una dopo l’altra, delle casematte. Al congresso provinciale di Bologna il suo sostenitore Stefano Tassinari, scrittore ed intellettuale organico, disse testualmente "Vedo il partito come embrione di un altro mondo possibile nato dal movimento dei movimenti [..]". Se ne deduce che la maggioranza attuale del PRC, e gli intellettuali coi quali si realizza la reciproca contaminazione, giudicano che il partito debba essere non più lo strumento di lotta politica dell’avanguardia della classe; neppure la (indispensabile) memoria storica del movimento operaio e tanto meno il tesoriere delle sue migliori tradizioni. Secondo loro tutto deve cambiare: il partito dovrebbe trasformarsi "nell’embrione in espansione della città futura", il "centro di sperimentazione diretta di un altro mondo possibile". Domandiamo: come avverrà allora la trasformazione sociale? Risposta: conquistando casematte, trasformando l’organizzazione in un veicolo di un "nuovo pensiero forte". Lo stesso Bertinotti sospese il cosiddetto ‘progetto egemonico’ del partito (datato 1998) a vantaggio di una generica ‘alleanza alla pari’ (2000-2002) con chiunque, nel ‘movimento dei movimenti’, si dichiari avversario del neoliberismo.
Ciò che spingeva Gramsci a scrivere sull’egemonia e sui problemi della rivoluzione in occidente erano le problematiche con cui si scontrarono i bolscevichi in Russia: rifletteva sui mezzi e sulla politica che la classe operaia italiana , una volta al potere, avrebbe dovuto adottare per guadagnare stabilmente alla propria causa la grande maggioranza della società, inclusa la piccola borghesia. Nelle parole di Trotskij, "Il compito del proletariato è quello di portare i contadini al socialismo, mantenendo un’egemonia completa su di essi". Gramsci conosceva la portata dei problemi dello stato operaio russo, dove la classe operaia non pote esercitare una sufficiente egemonia sulle classi medie a causa dell’isolamento della rivoluzione, della guerra che decimò i migliori quadri, dell’arretratezza economica e culturale della Russia ed al ridotto peso demografico del proletariato nella società. Nonostante che il proletariato italiano fosse molto più sviluppato e numeroso che in Russia, la bancarotta politica ed i fallimenti del PSI avevano contribuito direttamente all’involuzione reazionaria delle classi medie dopo la sconfitta del Biennio rosso. "La rivolta delle scimmie", così Gramsci chiamò l’appoggio fanatico al fascismo da parte del sottoproletariato e della piccola borghesia. Per queste ragioni Gramsci nutriva tanto interesse verso il problema dell’egemonia politica della classe lavoratrice sulle classi medie. Nonostante il logoramento cui era sottoposto in carcere, il prigioniero numero 7047 lavorava per la futura democrazia operaia italiana. L’occasione rivoluzionaria si sarebbe presentata puntualmente alla caduta del fascismo nel 1943. Èd è proprio tra il 1943 e il 1948 che la direzione stalinista del PCI di Togliatti boicotterà coscientemente la seconda rivoluzione proletaria italiana, basata sulla guerra civile partigiana e sulla riscossa del movimento operaio nelle città.
Da allora la direzione stalinista del comunismo italiano si è resa responsabile di tutte le sconfitte e i deragliamenti politici dei tentativi della classe operaia di farla finita col capitalismo o assestargli colpi decisivi. Vedi autunno caldo e anni Settanta, vedi i 35 giorni alla Fiat. È dal bilancio di queste esperienze che scaturisce la nostra critica alle posizioni del compagno Bertinotti. Nella catena di fortezze e casematte del sistema, c’è un anello che il segretario ignora regolarmente. Eppure si tratta della casamatta più importante tra tutte quelle di cui dispone il capitale, la più difficile da conquistare per i rivoluzionari e la classe operaia, l’ultima a cadere nella guerra contro il capitale. La conquista di tale casamatta è la sola vera garanzia di vittoria: si tratta della direzione del movimento operaio, dell’esautorazione della burocrazia conservatrice dei partiti operai e dei sindacati, incluso Rifondazione Comunista e la sostituzione di questi ultimi con una direzione marxista. La nostra tendenza politica ha compreso che la crisi e l’impasse della società si riassumono in ultima analisi nella degenerazione della direzione della classe operaia sotto la pressione e la corruzione del capitalismo. Questo scritto altro non è che una dimostrazione di questa realtà.
L’unificazione d’Italia e la "Questione meridionale"
Gramsci fu forse il primo comunista italiano ad analizzare da un punto di vista di classe la questione meridionale italiana, ovvero la incompleta rivoluzione democratico borghese che condusse alla squilibrata unità nazionale sotto il dominio della borghesia settentrionale nel periodo 1860-71. Nel Risorgimento, che Gramsci definisce come rivoluzione passiva o mancata, egli cerca le radici dello sviluppo ineguale e combinato della società capitalista italiana. La questione meridionale fu analizzata da Gramsci in maniera brillante: egli definì in maniera esemplare i problemi irrisolti della borghesia italiana: quello dell’arretratezza dell’agricoltura al sud e la riforma agraria, gli ostacoli allo sviluppo industriale e infrastrutturale, la proverbiale instabilità dei governi borghesi e la corruzione della burocrazia statale.
Gramsci interpreta correttamente la fase cruciale del Risorgimento quale storia della conquista del sud da parte dal capitalismo settentrionale e del suo stato monarchico dei Savoia basato in Piemonte. Dopo aver sconfitto gli austriaci nel nord Italia, i banchieri e capitalisti del nord saccheggiarono i prodotti del primo sviluppo industriale del regno borbonico e tardarono oltre dieci anni nel liquidare la resistenza del potere dello Stato Vaticano. Il Regno d’Italia, risultato della unificazione ad opera del debole capitalismo settentrionale, continuava a dipendere dal capitale finanziario del nord Europa. Lo sviluppo industriale del nord Italia fino al 1860 era complessivamente superiore che al centro e al sud, ma la differenza non era certo abissale dato che la prima ferrovia la mise in funzione il Regno borbonico delle Due Sicilie tra Napoli e Portici; il Banco di Napoli era addirittura uno dei principali della penisola. Lo Stato borbonico praticava una politica protezionista per proteggere la inferiore produttività della propria industria ed il proprio mercato. Nel complesso né il capitalismo settentrionale né tanto meno quello del sud avevano la forza sufficiente per sviluppare in maniera complessiva l’industria e l’agricoltura di tutto il paese. La predominanza relativa della borghesia lombarda e piemontese fu generalmente sufficiente a vincere il confronto, ma il mantenimento della monarchia sabauda e la collaborazione col latifondismo al sud furono il prezzo da pagare per ottenere risultati immediati: appropriarsi delle tasse in cambio di assorbire l’apparato statale borbonico, utilizzare la mano d’opera a basso prezzo, trasferire al nord i macchinari delle migliori industrie meridionali. I banchieri padani accaparrarono spesso con l’inganno i risparmi degli emigrati meridionali in America e stabilirono su tutta la penisola il dominio finanziario delle piazze di Milano e Torino.
Gramsci analizzò il ruolo dei democratici Mazzini e Garibaldi durante il Risorgimento, facendone un’analisi spietata e smascherando la codardia dei liberali di Cavour difronte alla monarchia. La borghesia italiana era incapace di liberarsi dell’aristocrazia e dei privilegi feudali nel meridione e preferì collaborare al prezzo di condannare per sempre il sud all’arretratezza. Quando i contadini poveri al sud iniziarono il movimento d’occupazione delle terre e le rivolte spontanee per liberarsi dalla miseria, furono proprio gli ‘eroi’ Bixio e Garibaldi a reprimerli. L'esperienza che meglio sintetizza la fase di tensione attraversata dal movimento operaio italiano tra gli anni '80 e '90, nel suo passaggio dalla dimensione agraria a quella urbana-industriale e dalla spontaneità all'organizzazione, è quella dei Fasci dei lavoratori (i Fasci siciliani, leghe operaie e contadine). In essa si espresse per la prima volta una solida struttura organizzativa di massa, diretta da uomini di orientamento socialista, in cui accanto alla massa dei lavoratori agricoli comparivano già i primi nuclei di salariati industriali. I fasci interpretavano soprattutto la protesta popolare contro le tasse troppo pesanti e contro il malgoverno locale e chiedevano per i contadini terre da coltivare a patti agrari più vantaggiosi. Lo sviluppo dei Fasci siciliani suscitò forti preoccupazioni nella classe dirigente locale e fra i conservatori di tutta Italia, che intensificarono le loro pressioni sul governo Giolitti perché adottasse nell’isola misure eccezionali. Il motivo era che i fasci univano rivendicazioni di carattere sindacale come la rinegoziazione dei patti agrari, e altre politiche come il suffragio universale e l'esproprio dei latifondi. La loro forza crebbe impetuosamente fino a raggiungere nel 1893, in coincidenza dell'estensione della protesta ai lavoratori delle miniere di zolfo, dove il lavoro si svolgeva in maniera primitiva sfruttando largamente la manodopera dei ragazzi e bambini, il massimo di 162 sedi, con circa 300-350.000 iscritti (100.000 operai e artigiani e 250.000 contadini). La ribellione delle solfatare fu soffocata nel sangue dal nuovo stato italiano alleato coi padroni siciliani. Ciò avvenne ancor prima della fondazione del PSI.
È molto facile, come fece costantemente Gramsci sia da libero che in prigione, smontare i luoghi comuni diffusi dalla egemonia borghese settentrionale secondo cui il sud sarebbe "la palla al piede del paese civile". Si tratta di argomenti usati da sempre dalla cinica borghesia per dividere i lavoratori. L’incapacità dei capitalisti di sviluppare armonicamente l’Italia è dimostrata proprio dalle molte ondate migratorie dei contadini italiani verso l’America ed il nord Europa. La realtà degli anni venti come quella attuale confermano ancora una volta la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky, che considera lo sviluppo ineguale e combinato (es: nord industrializzato e sud sottosviluppato) quale frutto normale delle contraddizioni del capitalismo. La borghesia settentrionale si era presentata sulla scena europea con molto ritardo rispetto alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania e da questi paesi dipendeva finanziariamente e tecnologicamente. Figuriamoci quella meridionale. Per dominare l’Italia dovette scendere a patti col latifondismo e sviluppare il nord a prezzo di saccheggiare il sud. Gramsci tendeva a suggerire che lo sviluppo capitalistico autonomo del sud sia stato interrotto dalla unificazione e in questo caso crediamo si sbagliasse. Il sud dipendeva ancor più che il nord dal capitale finanziario francese ed inglese e la sua borghesia non avrebbe avuto la forza (capitali e tecnologia) di liberarsi dell’aristocrazia e del feudalesimo. Concordiamo con Gramsci che solo la rivoluzione socialista sotto la guida della classe operaia possa socializzare i mezzi di produzione, finanziari e la terra per porre le basi di una pianificazione armonica dell’economia. Solo la classe operaia al potere può assicurare il miglioramento permanente delle condizioni di vita della classe operaia sia al sud che al nord. Lo avevano capito un secolo fa gli operai dei Consigli di fabbrica torinesi e un giorno lo capiranno gli operai dei consigli di fabbrica del nuovo millennio.
Gramsci prestò sempre grande attenzione al movimento contadino e bracciantile. Per chiudere, cito l’articolo più bello di Antonio Gramsci tra quelli scritti sulla riforma agraria. Fu pubblicato su L’Ordine Nuovo all’inizio degli anni venti:
"Cosa ottiene un contadino povero invadendo una terra incolta o mal coltivata? Senza macchine, senza abitazione sul luogo di lavoro, senza credito per attendere il tempo del raccolto, senza istituzioni cooperative che acquistino il raccolto stesso (se arriva al raccolto senza essersi impiccato..) e lo salvino dalle grinfie degli usurai, cosa può ottenere un contadino povero dall’invasione delle terre?[..] La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte e mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini. Che ha interesse a che il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà della terra e ha interesse a che l’Italia meridionale e le isole non diventino la base militare della controrivoluzione. Imponendo il controllo operaio sull’industria, il proletariato rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole per i contadini, di stoffe e calzature per i contadini, di energia elettrica per i contadini; impedirà che più oltre l’industria e la banca sfruttino i contadini e li soggioghino come schiavi alle loro casseforti. [..] Instaurando la dittatura operaia, avendo in mano l’industria e le banche, il proletariato rivolgerà l’enorme potenza dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria; darà il credito ai contadini, istituirà le cooperative, farà le opere pubbliche di risanamento ed irrigazione. Farà ciò perché è suo interesse dare incremento alla produzione agricola, conservare la solidarietà delle masse contadine, rivolgere la produzione industriale a lavoro utile di pace e fratellanza fra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno".
Giugno 2003
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