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| Egitto: la vittoria degli operai a Mahalla |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Francesco Merli | |||
| Martedì 23 Ottobre 2007 12:20 | |||
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Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sulla lotta di
massa e la repressione in Birmania, il regime egiziano di Hosni
Mubarak, al potere dal 1981 dopo l'assassinio del precedente leader
Sadat, sta attraversando una crisi profonda, propiziata da una delle
più importanti lotte operaie da alcuni decenni a questa parte.
Sullo sfondo intanto appare una situazione sociale esplosiva e un delicato momento di transizione del potere dalle mani del vecchio presidente, che voci maligne danno per profondamente malato o addirittura già morto, a quelle del figlio, Gamal Mubarak, attuale consigliere economico del padre e pupillo del Fondo Monetario Internazionale. Se è pur vero che l'attenzione dei media internazionali era rivolta altrove, il quasi totale silenzio osservato rispetto a questa vicenda è estremamente significativo. In Europa e negli Stati Uniti le notizie riguardanti lotte operaie nel medio oriente sono di regola oscurate (in particolare nei notiziari televisivi), e l'Italia non fa eccezione. Tali lotte non corrispondono al quadro che si vorrebbe dipingere per giustificare la cosiddetta "guerra al terrorismo" secondo cui i popoli mediorientali sarebbero masse sanguinarie infettate dal fanatismo e dal fondamentalismo religioso, pronti ad azzannarsi alla gola gli uni con gli altri se non fosse per la vigilanza della "comunità internazionale". Per usare le parole di un veterano del giornalismo mediorientale Rami G. Khouri: "I mezzi d'informazione statunitensi sono scarsamente interessati a storie di arabi che non siano armati di coltello, fucile mitragliatore o esplosivi, o siano sprovvisti di telefoni cellulari placcati d'oro".
Dopo una settimana d'occupazione dello stabilimento, i 27mila
lavoratori della gigantesca fabbrica tessile a Ghazl el-Mahalla (una
importante zona industriale a poco più di un centinaio di Km a Nord del
Cairo, nel delta del Nilo) hanno ottenuto una vittoria storica, che non
mancherà di produrre conseguenze durature nella coscienza dei
lavoratori egiziani, dimostrando che contro il regime di Hosni Mubarak,
non solo si può lottare, ma si può vincere. Siamo di fronte a una brusca accelerazione del processo della lotta di classe nel paese che per popolazione e collocazione geopolitica rappresenta la chiave della rivoluzione in Medio oriente e, allo stesso tempo, uno dei pochi punti di appoggio stabili su cui si è fondata la strategia dell'imperialismo Usa nella regione negli ultimi trent'anni. Nonostante la repressione e l'assenza di organizzazioni che possano rappresentare tale combattività, dato che i sindacati ufficiali formano parte integrante della macchina statale che sostiene il regime, i lavoratori egiziani stanno imparando rapidamente. Mentre scriviamo è già evidente che questa vittoria ha incoraggiato altri settori della classe lavoratrice ad alzare la testa. Dapprima sono scese in sciopero alcune fabbriche tessili nella stessa regione, poi sono scesi in sciopero i netturbini nella capitale e ora assistiamo perfino ad uno sciopero a oltranza di 55mila esattori delle tasse che rivendicano migliori condizioni di lavoro e l'assunzione alle dipendenze del Ministero delle finanze. Gli esattori infuriati hanno posto sotto assedio la sede del Ministero con un Sit-in permanente. Da sottolineare il fatto che si tratta di scioperi non sostenuti dai sindacati ufficiali, in un paese in cui il diritto di sciopero sostanzialmente non è riconosciuto. Nelle manifestazioni, questi lavoratori senza esperienze precedenti di lotta, stanno riproponendo gli stessi slogan scanditi dagli operai e dalle operaie di Mahalla, segno che sono stati in molti ad assimilare avidamente le lezioni di questa lotta. Contraddizioni esplosive Negli ultimi anni, in corrispondenza della cosiddetta "guerra al terrorismo", così come in molti altri paesi anche il regime egiziano ha aumentato la repressione interna. Decine di migliaia di oppositori, tra cui molti militanti della Fratellanza musulmana, ma anche moltissimi della sinistra egiziana, sono stati sottoposti a reiterati arresti e ad oggi sono circa 15mila i prigionieri politici in carcere senza processo. Il ricorso alla tortura è sistematico e le camere della tortura del regime sono come tante Abu Ghraib disseminate sul territorio. Tutto ciò ha potuto solo ritardare l'esplosione delle lotte, che non a caso hanno visto la classe operaia dei grandi centri industriali rompere gli argini. Il regime di Mubarak, secondo solo ad Israele in termini di aiuti diretti statunitensi (pari a 2.2 miliardi di dollari), ha attuato politiche di privatizzazione e liberalizzazione che hanno suscitato il plauso del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, dando un impulso al giro d'affari e ai profitti della borghesia locale e delle multinazionali, ma non hanno prodotto alcun effetto positivo sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. A fronte di un'economia in boom con tassi di crescita tra il 7 e il 10%, l'inflazione (ufficialmente all'8%, ma che la maggior parte degli economisti stima essere almeno il doppio) ha eroso i salari dei lavoratori oltre il limite di sopportazione. La crescita dei prezzi ha interessato soprattutto i generi di prima necessità come la farina, la carne e la verdura fresca, i cui prezzi sono saliti del 50% nell'ultimo anno. Ciò avviene in un paese in cui, nonostante una classe operaia numerosa e potenzialmente forte, i livelli salariali sono tra più bassi al mondo ed un operaio relativamente "privilegiato" nella grande tessitoria a Mahalla dopo dieci anni di servizio guadagna l'equivalente di 40 dollari al mese. Il salario medio nell'industria tessile di un lavoratore egiziano è pari all'85% di quello pagato in Pakistan e il 60% di quello pagato in India. Secondo l'agenzia di sviluppo del governo USA il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il governo egiziano ammette che l'80% della popolazione ha un reddito modesto. Anche settori tradizionalmente meglio pagati non se la passano meglio: un insegnante guadagna poco più del doppio di un operaio tessile. Vista la situazione esplosiva e la paura di una generalizzazione delle lotte operaie, le rivendicazioni dei lavoratori sono state finora affrontate dal governo con una tattica di piccole concessioni e larghe promesse per guadagnare tempo, ma ora i nodi vengono al pettine. Nel caso di Mahalla all'origine dello sciopero c'è proprio il mancato rispetto dell'accordo che aveva concluso lo sciopero dello scorso dicembre, secondo cui i lavoratori avrebbero dovuto ricevere un premio di risultato pari al 10% dei profitti (pari a 150 giornate di salario). Occupazione dello stabilimento Domenica 23 settembre, dopo alcune settimane di attesa vana che il premio pattuito venisse corrisposto, 10mila operai dello stabilimento tessile di Mahalla nel turno mattutino decidono di incrociare le braccia e occupare lo stabilimento, rivendicando l'immediato pagamento del premio di risultato, e il licenziamento del direttore dello stabilimento e della sua cricca di dirigenti e manager corrotti. Immediatamente altre migliaia di lavoratori e le loro famiglie si raccolgono per dare manforte ai loro compagni. Gli operai vengono immediatamente posti sotto assedio da migliaia di poliziotti richiamati dalle provincie vicine, che però non riescono ad impedire il continuo afflusso di migliaia di persone che fanno spola portando cibo e sostegno agli scioperanti. La direzione aziendale dichiara la fabbrica chiusa con effetto immediato per una settimana di "ferie" forzate, ventilando la possibilità di uno sgombero a mano armata. I lavoratori però non si lasciano intimidire e si mantengono uniti. La notte si forma un accampamento con oltre quindicimila lavoratori a difendere lo stabilimento. Una corrispondenza del Daily Star Egypt riporta la determinazione dei lavoratori:
"Ogni volta che i militari tentano di avvicinarsi, dicono i lavoratori,
sono stati soverchiati in numero e spaventati, ma la minaccia di
ricorrere alla violenza contro gli scioperanti di Mahalla e le loro
famiglie è concreta. 'Dobbiamo stare qui ad ogni costò, ha detto Al
Attar [uno dei dirigenti dello sciopero] alla folla prevalentemente
maschile mercoledì scorso, 'Anche nel caso che uno, due o venti di noi
dovessero morire. Chi diserta lo sciopero tradisce il suo proprio
sangue e la sua dignità umana'." Sotto molti aspetti si può affermare che lo sciopero vittorioso a Mahalla rappresenti uno spartiacque nella lotta di classe in Egitto. Sono molte le lezioni che possiamo trarre da un'analisi di questa lotta esemplare.
Il valore incommensurabile degli scioperi dell'ultimo periodo è di aver evidenziato la debolezza del regime e rimosso la paura dell'autorità costituita. Ogni sciopero prova a milioni di egiziani che il regime non riesce più a mantenere il controllo della situazione con i soliti metodi del passato.
In questa nuova situazione, il ricorso alla repressione non può che
ottenere l'effetto contrario a quello voluto, come dimostra
l'inefficacia di ogni minaccia di intervenire con la forza armata e la
reazione furiosa degli operai di Mahalla alla notizia dell'arresto di
cinque tra i dirigenti dello sciopero.
Il sintomo di fino a che punto la crisi del regime sia ad uno stadio
piuttosto avanzato, è che i dirigenti dello sciopero siano stati
rilasciati per iniziativa di un settore della polizia locale, solidale
con gli scioperanti, come testimoniato dagli stessi dopo il rilascio.
Il ruolo delle donne
Lo sciopero di dicembre era iniziato per iniziativa delle 3000 operaie
delle filature. Le donne sono scese in corteo all'interno dello
stabilimento scandendo lo slogan: "Dove sono gli uomini? Le donne sono
qui!". I sindacati ufficiali Pochi giorni dopo l'inizio della lotta, alcuni rappresentanti dei sindacati ufficiali vengono inviati nello stabilimento occupato per parlare con i lavoratori. I dirigenti sindacali sono nominati direttamente dal governo e i lavoratori di Mahalla hanno appreso per loro stessa esperienza a non fidarsi di tali "rappresentanti", tanto che dopo lo sciopero di dicembre 2006 oltre quindicimila di loro hanno sottoscritto una petizione per rimuovere i dirigenti sindacali locali dalle loro posizioni e dissolvere la confederazione nazionale sindacale emanata dal regime. Mohamed El Attar ci spiega: "Vogliamo un cambiamento nella struttura e nella gerarchia dell'organizzazione sindacale in questo paese... Il modo in cui i sindacati sono organizzati è completamente sbagliato. Dall'alto verso il basso. Vogliono far credere che i rappresentanti siano eletti, ma in realtà è il governo che li nomina". I lavoratori riuniti in assemblea hanno ascoltato cosa avessero da dire questi "rappresentanti", ma sentendo che la loro proposta era di finire lo sciopero in cambio di poche briciole, hanno quasi linciato i malcapitati, che sono riusciti a fuggire indenni solo grazie all'intervento dei dirigenti dello sciopero. Una sorte simile è stata riservata ad un parlamentare del partito di governo (NDP), inviato a sondare i lavoratori ma senza poteri esecutivi per intavolare una trattativa seria.
Nel corso dei primi giorni di lotta, il governo ha rivolto a scopo intimidatorio contro i lavoratori varie accuse, tra cui l'accusa di aver pianificato atti di sabotaggio nello stabilimento, a cui i lavoratori hanno replicato che la loro vita dipende dal funzionamento futuro delle macchine e che semmai i sabotatori sono i dirigenti. Fonti governative hanno anche fatto circolare la menzogna che gli scioperanti stessero usando i propri figli come scudi umani, quando in realtà le famiglie si trovavano costrette a portare in fabbrica i propri figli perché la direzione aziendale aveva decretato per rappresaglia la chiusura fino a nuovo ordine delle scuole e degli asili. L'accusa più grave, volta ad isolare gli scioperanti era quella di essere strumentalizzati dalla Fratellanza musulmana, il principale partito d'opposizione. Tali accuse sono state accolte con rabbia o indifferenza dai lavoratori che nelle assemblee sventolavano in faccia ai giornalisti le proprie tessere dell'NDP, il partito di Mubarak. La realtà è che in tutte queste lotte operaie, la Fratellanza musulmana non ha giocato alcun ruolo. Se è vero che il regime di Mubarak è screditato e odiato, soprattutto dai lavoratori che hanno maturato una maggior esperienza di lotta, l'opposizione fondamentalista non gode di maggiore popolarità. La Fratellanza musulmana, dal canto suo si è guardata bene dal fornire alcun appoggio ai lavoratori in sciopero ed in alcuni casi i padroni contro cui questi scioperi erano diretti erano esponenti di spicco della Fratellanza.
La lotta si è sviluppata in un regime di completa democrazia operaia,
in cui le decisioni sulla conduzione della lotta e le trattative sono
state prese dalle assemblee degli operai. Questo ha permesso di tenere
unito il fronte degli scioperanti come un sol uomo anche in momenti
difficili come dopo l'arresto dei leader riconosciuti dello sciopero.
"I cinque leader arrestati di Ghazl el-Mahalla sono stati rilasciati
martedì notte tra le undici e mezzanotte dalla polizia locale. I cinque
si sono precipitati alla fabbrica occupata per ricevere un'accoglienza
da eroi da parte dei loro compagni... Quanto si è verificato
successivamente è molto interessante..."
Nel corso di ogni lotta anche la direzione più sperimentata e onesta è
può vacillare per le pressioni dello stato o dei padroni. L'unica
possibile forza che può controbilanciare questa pressione è la
democrazia operaia.
Dopo una settimana di occupazione gli stessi portavoce degli operai
vengono convocati per una "trattativa", ma in realtà quello che si
presenta ai loro occhi è una vera e propria capitolazione da parte del
governo. 11 ottobre 2007
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