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| L’incontro panamericano delle fabbriche sotto controllo operaio |
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| America Latina | |||
| Scritto da Paolo Brini (Comitato centrale Fiom Cgil) | |||
| Mercoledì 13 Dicembre 2006 09:55 | |||
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Tra l’8 e il 10 dicembre a Joinville (Brasile), si è tenuta una riunione di importanza storica per il futuro della lotta di classe in America Latina. 691 delegati provenienti da 12 paesi diversi (tra cui Venezuela, Bolivia, Uruguay, Paraguay, Argentina e tutti gli stati del Brasile), con l’appoggio delle confederazioni sindacali Cut (Brasile), Cob (Bolivia), Unt (Venezuela), Pit-Cnt (Uruguay) e del Movimento Sem Terra si sono riuniti nell’incontro panamericano in difesa dell’occupazione, dei diritti, della riforma agraria e delle fabbriche occupate. L’assemblea ha avuto luogo all’interno della Cipla, fabbrica di materie plastiche da quattro anni sotto controllo e gestione operaia. È sufficiente mettere piede in questo stabilimento per vedere la differenza sui volti di chi vi lavora. Qui alla Cipla è la serenità dei visi a dire che si sta lavorando meglio e con la consapevolezza di farlo non per gli interessi di un capitalista parassita ma per quelli di tutti. Non sono le parole ma i fatti a dircelo: in quattro anni il fatturato è passato da 400mila euro a 1 milione e 800mila euro al mese; da 14 macchinari in funzione si è arrivati a 52. Si sono eliminati completamente gli infortuni gravi sul lavoro e quelli lievi non superano i 5 all’anno. Infine, i lavoratori Cipla hanno i salari più alti dell’intera categoria a livello nazionale con 900 real, quando la media nelle altre fabbriche è di 600. Tutte le decisioni sono prese nelle assemblee generali dei lavoratori. Tutti i delegati e dirigenti sono eletti democraticamente, revocabili in qualsiasi momento e in qualsiasi momento devono rendere conto, se richiesto, ai lavoratori del proprio operato.
30 ore settimanali alla Cipla occupata
Juan Carlos Venturini, dall’Uruguay, ha spiegato la lotta dei lavoratori della sua azienda grafica, dove nel novembre 2005, dopo che il padrone ne aveva comunicato la chiusura, i lavoratori hanno occupato la fabbrica. Hanno dato vita ad una cooperativa, la Cooperativa De Produccion Grafica (CoProGraf), e in quattro mesi sono riusciti a recuperare il 40% della produzione potendo così risolvere tutti i guasti della precedente gestione padronale. Inoltre hanno pagato tutti i contributi sociali ed hanno potuto garantire il reddito per 75 famiglie. Per tutta risposta la magistratura ha intentato un processo contro 62 di questi lavoratori per appropriazione indebita: processati perché stavano lavorando! Questo ha costretto per ora a fermare la produzione ma non l’occupazione dello stabilimento che sta proseguendo rivendicando che il governo riconosca il loro diritto al lavoro. Tra gli interventi più significativi, quello del segretario generale del sindacato minatori di Bolivia Roberto Chavez. In Bolivia ora vi sono due grandi miniere che non solo sono sotto controllo operaio, ma sono anche nazionalizzate. Altre quattro grandi miniere sono autogestite dai lavoratori e in attesa di essere a loro volta nazionalizzate. Il compagno ha poi spiegato i tragici eventi accaduti lo scorso 5 ottobre nella miniera di Huanuni, dove i salariati della miniera sotto controllo operaio sono stati attaccati daí cosiddetti cooperativisti, cioè lavoratori che, in Italia, definiremmo “autonomi”. Dietro di loro naturalmente si nascondeva la mano lunga della reazione e dei capitalisti, appoggiati dal ministro delle risorse minerarie del governo Morales. Tuttavia questi cooperativisti non erano altro che lavoratori più sfruttati e più ignoranti dei salariati. In quello scontro vi sono state decine di morti da ambo le parti ed il lutto per le famiglie è stato profondo e doloroso, specie perché si comprendeva il rischio di infiammare una pericolosissima guerra fra poveri. Alla fine i salariati della miniera hanno vinto la battaglia. Ma quel che più importa è che non l’hanno vinta solo sul piano militare, ma soprattutto sul piano politico. Infatti i minatori cooperativisti, al termine della battaglia, hanno capito. Sono passati con i salariati e sono stati tutti assunti in quella miniera che dopo quello scontro, su rivendicazione del sindacato, è stata definitivamente nazionalizzata sotto controllo operaio! Se prima dello scontro nella miniera di Huanuni gli iscritti al sindacato erano 1000 su 1000 minatori, ora, con l'ingresso di questi nuovi lavoratori salariati, gli iscritti sono diventati 5000 su 5000. Fra i delegati internazionali da rilevare l’intervento del compagno Alan Woods. In maniera estremamente incisiva e spiegando non solo che la lotta per il socialismo è attuale ma anche che è possibile, Alan ha trascinato la platea per oltre 20 minuti ricevendo ovazioni a più riprese. Per quanto mi riguarda, oltre a portare la solidarietà dei metalmeccanici italiani e della Fiom, a titolo personale non ho potuto dire altro che ero lì per imparare; che la classe operaia europea deve imparare e soprattutto che tutti i militanti comunisti con grande modestia e perseveranza devono imparare da questo meraviglioso esercito proletario del America latina.
La riflessione su questi aspetti è cruciale, e non a caso è ritornata in tutti gli interventi. Infatti anche coloro che hanno dato vita a cooperative, in nessun modo sono intenzionati a perseguire la strada del cooperativismo inteso come piccoli soci, piccoli capitalisti in cerca di soldi e di fortuna. Tutti gli interventi hanno sottolineato la necessità del controllo operaio sulla produzione, dell’espropriazione dei capitalisti e della lotta per il socialismo. E per lo più non stiamo parlando di militanti di lunga data ma di comuni lavoratori che hanno imparato e tratto le loro conclusioni dalla propria esperienza e dalla discussione continua cui sollecitano e sono sollecitati… alla faccia dei pessimisti piccolo borghesi che imperversano sulle pagine dei giornali di sinistra anche in Italia! Tra chi ha dato vita a cooperative, qualcuno ha sottolineato che lo ha fatto per resistere e non soccombere alla repressione ed allo strangolamento del capitalismo. Di conseguenza ha chiesto che la propria lotta non venisse considerato come qualcosa di “inferiore” rispetto a quella di chi, come Cipla, rivendica la nazionalizzazione. Altri hanno avanzato l’idea che, nella lotta per il socialismo, anche la via della costruzione di cooperative, purché basate sull’autogestione operaia, con delegati eletti democraticamente dai lavoratori e privi di alcun privilegio materiale, possa essere accettata. Come si vede la discussione non è affatto banale. Chi scrive ritiene che la rivendicazione della nazionalizzazione sotto controllo operaio di fabbriche come Cipla, Sanitarios Maracay, Zanon, Flasko, Interfibra, Invepal, Invetext, Gocha, Tomateira, le miniere boliviane ecc. sia la strada giusta. Poiché un tale sbocco da un lato permetterebbe alle fabbriche ora autogestite di non subire il ricatto del mercato, cioè dei capitalisti, e di poter così migliorare costantemente sia la qualità della produzione che quella di vita dei lavoratori. Ma soprattutto la rivendicazione della nazionalizzazione pone nel modo più evidente il legame fra la difesa della singola azienda e la necessità di trasformare l’intera economia attraverso il controllo dei suoi settori fondamentali, collegando la lotta delle fabbriche occupate alla prospettiva della presa del potere.
Tuttavia, nella difficile lotta per far sopravvivere e difendere il proprio lavoro, specie in una situazione in cui il fenomeno si sta diffondendo ma ancora non è generalizzato, è chiaro che ogni possibile compromesso tattico che permetta di resistere e di far avanzare la lotta può essere preso in considerazione, compreso quello di creare una cooperativa, purché sia chiaro che si sta parlando di una tappa momentanea e difensiva nell’attesa di una ulteriore generalizzazione della lotta. L’unico errore sarebbe quello di ritenere che la via cooperativa sia una via strategica altrettanto valida di quella della nazionalizzazione sotto controllo operaio. Esperienze ormai di un secolo, come quella italiana, dimostrano che anche le cooperative nate con le migliori intenzioni, presto o tardi, soccombono alle leggi di mercato e si trasformano in imprese padronali a tutti gli effetti. Il merito dell’assemblea è stato proprio quello di affrontare la discussione in maniera pacata, fraterna e sapendo che tutti i presenti stanno lottando con tenacia e devozione per la medesima causa.
Se siamo organizzati possiamo vincere e seppellire una volta per tutte questo marcio sistema del profitto. I padroni chiudono le fabbriche, noi le riapriamo: le fabbriche agli operai! La terra ai contadini!” Quanto finora riportato dà un’idea chiara del clima che si respira in America Latina. Tutti gli interventi che si sono succeduti in questi tre giorni di lavori partivano da esempi particolari ma sempre arrivavano a generalizzare e a porre la questione delle questioni: la presa del potere da parte della classe operaia e la trasformazione socialista della società. Il vento impetuoso della rivoluzione soffia in questo continente ad una velocità e con una forza immane. Il prossimo anno si terrà in Venezuela l’incontro continentale, che si spera possa divenire un incontro mondiale, di tutte le fabbriche sotto controllo operaio. Durante un periodo rivoluzionario, un anno è un tempo molto lungo in cui moltissime cose possono succedere. Come comunisti, in Italia ed in Europa, abbiamo il dovere di contribuire a far sì che quel vento rivoluzionario fischi presto anche qui.
Joinville (Brasile) Leggi anche:
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