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Lo scorso 13 dicembre un fascista, iscritto a Casa Pound, sparava a cinque senegalesi, ferendone tre e uccidendone due, Samb Modou e Diop Mor.
Abbiamo già spiegato come non si sia trattato di un delitto della follia (vedi “Sui fatti di Firenze: noi vi accusiamo” sul nostro sito). Modou e Mor sono vittime del fascismo e dell’isteria securitaria cavalcata in questi anni da governi nazionali e locali di centrosinistra e centrodestra.
Se non si crede alle nostre spiegazioni, si guardi semplicemente alle manifestazioni successive. Non si protesta contro la follia di un singolo, che si presume per definizione irripetibile e da relegare agli studi psichiatrici. Sabato 17 dicembre invece non meno di 30mila persone, in maggioranza migranti, hanno sfilato per le città italiane. Non semplice lutto, ma cortei di rabbia contro Casa Pound, ma anche Stato, polizia e razzismo istituzionale. Alcuni episodi del corteo di Firenze, seppur personali, rendono l’idea: ricordo un senegalese che improvvisa un comizio con un cartello “cosa c’entra l’Africa con la crisi”, gli occhi pieni di rabbia di un migrante con in testa un cappello del Che, un altro ancora che dopo aver preso il nostro giornale lo impugna e lo mostra ad ogni passante ripetendone il titolo: “No al governo dei banchieri”. Ci si fidi di questa rabbia, la si assuma come fattore dirigente: il fascismo non cade dal cielo. É la convulsione più vile della crisi di questa sistema. Per questo l’antifascismo è parte integrante della lotta al sistema, o non è nulla.
Tra le buone maniere di Monti e la teppa fascista esiste un collegamento. L’uno garantisce i profitti delle grandi banche attaccando i lavoratori con metodi “democratici e costituzionali”, rovinando il commerciante, togliendo speranza di lavoro al disoccupato. L’altra si aggira per le borgate sottoproletarie, si rivolge al ceto medio spaventato, recluta la rabbia generata dalla crisi, per deviarla verso presunti capri espiatori. Scimmiotta le rivendicazioni comuniste, per sdoganare la difesa dell’ordine costituito. É il cane malato di rabbia a guardia della villa del padrone, l’incrostazione di unto del suo banchetto, il “popolo delle scimmie” - per dirla con Gramsci – che “riempie la cronaca, non crea storia”. È solo una metafora, non ce ne vogliano le scimmie.
E la cronaca è questa: dal 2006 al 2011 non meno di 450 aggressioni fasciste e 100 attentati a sedi. Casseri è un “fulmine a ciel sereno”, solo perché i mass-media archiviano come “vandalismo” i precedenti fatti. Solo per citarne alcuni:
- 2006: assassinato a coltellate l’antifascista Renato Biagetti; - 2008: ucciso di botte Nicola Tomassoli; - 2009: bruciato un immigrato indiano, spari a salve su immigrati; - 2010: una nomade incinta bastonata. Perde il bambino: valutino i cattolicissimi di Forza Nuova se è aborto o omicidio.
Sui siti di estrema destra si inneggia a Casseri perché dove altri hanno usato lame e i tirapugni, lui ha usato una 357 magnum. Semplicemente più infame, quindi un eroe... fascista.
Negli anni venti il fascismo nasce come movimento della piccola borghesia rovinata e del sottoproletariato, con la funzione di svolgere il compito a cui lo Stato borghese si era rivelato inadeguato: difendere i grandi gruppi imprenditoriali dalla rivoluzione, frantumare ogni organizzazione del movimento operaio. In questa precisa accezione storica, il fascismo non costituisce oggi un pericolo: i diritti della classe sono minacciati molto di più da un Marchionne.
Il fascismo non ha la forza per farsi movimento di massa. Ogni qual volta si è cimentato su un terreno più ampio, è stato sbaragliato. Casa Pound è andata per la maggiore perché in fondo è l’organizzazione più attenta a camuffarsi. È il fascismo costretto a negarsi pubblicamente. È la faccia impaurita di Iannone che balbetta di fronte alla giornalista: “no, ma noi facciamo solo volontariato”. Un meccanismo da smascherare, ma anche una prova di debolezza.
Ma se i fascisti non rappresentano oggi un pericolo per la classe nel suo insieme come nel ventennio, lo sono per i suoi singoli elementi. Ed è in questa contraddizione che si inserisce la stampa borghese, tentando di avvalorare l’idea che tra fascismo e antifascismo si svolga solo “rissa”, “guerra tra bande”.
Per questo riteniamo più che mai necessario:
a) nessuna delega alle forze dell’ordine. I fascisti non sono un esercito che marcia in campo aperto. Sono una “guerriglia” del terrore, che pure non avrebbe alcuna speranza di successo se non trovasse appoggio nelle retrovie, nell’impunità garantita dallo Stato.
I legami tra ambienti di estrema destra, malavita e Stato sono storici e ampiamente documentati;
b) denuncia di ogni legame tra cosiddetta estrema destra e destra istituzionale. All’ombra delle “giornate del ricordo”, del revisionismo storico, della Lega, Pdl, di Futuro e libertà, di alcuni settori ecclesiastici, i fascisti trovano riparo. Un giorno accoltellano, il giorno dopo discutono in qualche convegno con l’assessore di destra. Un giorno sono “gente di borgata”, il giorno dopo fanno parte del corpo diplomatico in Giappone; c) nessuna fiducia nel cosiddetto “antifascismo democratico”. Le fanfare, i gonfaloni e le fasce tricolore, sono le stesse che tolgono casa, lavoro e futuro ai ceti popolari. Non insieme a tali “istituzioni”, ma in loro opposizione potremo riprendere l’egemonia in scuole, quartieri e fabbriche; d) collegare in ogni modo l’antifascismo all’opposizione sociale. Il tema delle aggressioni fasciste, del revisionismo, della natura storica dell’estrema destra, del razzismo, della chiusura delle sedi fasciste – a partire da Casa Pound – devono diventare argomenti di dibattito nelle Rsu, in comitati di quartieri costruiti insieme agli immigrati, nelle assemblee studentesche. Ed è su questa base che bisogna porre anche il tema dell’autodifesa, dei servizi di ordine democraticamente costituiti e apertamente rivendicati, nella tradizione del movimento operaio e studentesco.
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