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| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Giovedì 12 Giugno 2008 03:44 | |||
Le ragioni del quarto documento
È decisivo, in questo congresso, sottrarsi alla tentazione di dibattere
limitandosi a puntare il dito su questo o quel singolo punto contenuto
nell’una o nell’altra mozione. Questa modalità fa precipitare il
livello della discussione trasformandola in una campagna elettorale o
in una televendita.
La gran parte dei compagni, compresi quelli che finora non hanno sottoscritto alcuna mozione, partecipa al congresso perché cerca risposte serie a problemi seri. Non per sentirsi dire “votate la mia mozione perché ha qualcosa che le altre non hanno”, quasi si pubblicizzasse l’accessorio esclusivo di un prodotto da lanciare sul mercato.
Questo non significa che non dobbiamo conoscere nel dettaglio le diverse proposte, al contrario: ma dobbiamo valutarle nel loro insieme, in relazione al complesso dei problemi da affrontare in questo congresso. Solo con questo metodo possiamo entrare nei dettagli delle differenze e delle contrapposizioni esistenti e comprenderli (e quindi scegliere) senza perdere di vista i punti centrali. Ora tutti i documenti emersi dalla ex maggioranza sono prodighi di autocritiche riguardo la partecipazione al governo Prodi. Ci si batte il petto, si recita il mea culpa e si dichiara solennemente che mai più si permetterà che il partito venga coinvolto in un simile incubo. Benissimo, meglio tardi che mai. Tuttavia correggere un errore non significa solo dire “abbiamo sbagliato”, ma soprattutto spiegare dove e perché si è sbagliato. “Non avevamo capito”, è il ritornello dei compagni che sostengono i documenti 1 e 2. “Non avevamo capito” che in realtà governava Confindustria e Padoa Schioppa, non avevamo capito che l’Unione era impermeabile, non avevamo capito i rapporti di forza. Ora, a prescindere dall’opinione che si possa avere di un gruppo dirigente che 160 anni dopo che è stato scritto il Manifesto del partito comunista (da non confondersi con la mozione 2 “Manifesto per la rifondazione”…) non ha ancora assimilato il concetto, tutto sommato semplice, di “governo borghese”, la vera domanda è: siamo certi che chi “non aveva capito”, ossia Giordano, Ferrero, Vendola, Bertinotti, ecc. oggi abbia davvero “capito”? La verifica va compiuta non nelle parole, ma nei fatti: vale a dire nelle posizioni che si assumono nei confronti del Partito democratico. Tanto la prima che la seconda mozione propongono, sia pure in modo un po’ tortuoso, la prospettiva di dialogare e creare un rapporto con quel settore del Pd che potrebbe contrapporsi a Veltroni e alla sua logica rigidamente bipartitista. Si tratta, come abbiamo già detto prima e dopo le elezioni, di un errore drammatico. La sconfitta elettorale non cambia la natura confindustriale e borghese del Pd, né creerà una opposizione di sinistra al suo interno. In parlamento non c’è alcuna opposizione, c’è un governo di destra e un governo ombra, questa è la realtà! Franco Giordano in un articolo pubblicato dal Manifesto il 3 giugno propone di “tornare a discutere” anche col Pd. Al compagno Giordano domandiamo molto semplicemente: di cosa pensa che possiamo utilmente discutere con Veltroni o D’Alema? Di politica economica? Di diritti? Di razzismo? Di ambiente? Di sindacato? Di laicità? La stessa domanda rivolgiamo ai compagni del primo documento, i quali ripropongono nella loro mozione lo stesso concetto.
Governi locali, un nodo da sciogliere Tale improvvisa timidezza da parte dei compagni dell’Ernesto si spiega presumibilmente con la loro diffusa partecipazione a tali giunte. La mozione 3 esprime consiglieri in realtà quali la Provincia di Milano, la regione Piemonte (col capogruppo), la regione Emilia Romagna (idem), il Comune di Torino, la provincia di Vibo Valentia (con un assessore), i comuni, fra gli altri, di Pisa, Ravenna, Campobasso… La mappa delle amministrazioni locali è la mappa dell’inserimento pieno del Pd nel sistema delle imprese, nei blocchi di potere, anche clientelare, negli “affari” grandi e piccoli, dalla Tav all’Expo; in nessun luogo, neppure dove è all’opposizione, il Pd ha sviluppato la pur minima contraddizione rispetto alle politiche di esternalizzazione, sussidiarietà, privatizzazione, precarizzazione, ne tantomeno alle campagne d’ordine repressive e xenofobe.
Il problema dei governi locali non è quindi solo quello di situazioni clamorose quale quella campana. Ovunque si guardi balza agli occhi come la partecipazione alle giunte di centrosinistra abbia generato enormi problemi per il nostro partito, pienamente coinvolto nelle politiche di cui sopra, corroso dall’istituzionalismo e dal distacco fra vertice e militanti, preda di un generale calo della propria credibilità politica. Che il documento Vendola, si spinga a parlare della nccessità di “non ignorare il rapporto col sistema delle imprese” e di dialogare con la “giovane imprenditoria” (si parla forse di Colaninno junior?) sulla “responsabilità sociale” o sull’“impatto ambientale” la dice lunga su quali siano le coordinate di riferimento proposte: “dialogo con l’impresa”, “dialogo col Pd”… è per queste vie che si pensa di ricostruire la sinsitra? Questo punto è decisivo, sia per capire la sconfitta subìta, sia per individuare una prospettiva di azione. La tesi di fondo è espressa nel modo più netto dalla mozione Vendola, ma riecheggia anche nel primo documento. Cerchiamo di riassumerne i punti centrali. 1) Con la scomparsa della grande fabbrica è venuta a cadere la base sulla quale si reggevano le organizzazioni sindacali e politiche della sinistra. 2) A causa del dilagare della precarietà di lavoro e di vita, si è rotto il nesso fra condizione di classe e posizioni politiche. Gli operai, i poveri, votano prevalentemente a destra. 3) Di conseguenza non possiamo più individuare la contraddizione di classe come centrale. È una delle tante contraddizioni, da porsi sullo stesso piano delle altre. Questa analisi propone un ragionamento unilaterale, un rapporto diretto fra strutture produttive e coscienza di classe che riteniamo profondamente sbagliato. Innanzitutto, non è affatto vero che la grande fabbrica di per sé abbia automaticamente generato un forte insediamento della sinistra. Se ripercorriamo l’esperienza storica, vediamo come il sorgere del fordismo fu per tutta una fase un elemento di crisi, e non di forza nel movimento operaio. Fino ad allora i sindacati si basavano soprattutto sugli operai qualificati, di mestiere, forti della propria abilità professionale e che su questa fondavano la loro capacità di organizzarsi in contrapposizione al capitale. Il diffondersi di una nuova figura operaia, dequalificata e massificata generò forti difficoltà nel movimento sindacale e operaio. Solo successivamente, dopo lunghi sforzi e difficoltà, il vecchio modello dei sindacati di mestiere, per il quale all’interno di una stessa fabbrica sussistevano organizzazioni sindacali diverse (e spesso anche contrapposte) che inquadravano i lavoratori appunto in base al mestiere, venne soppiantato dal sindacalismo industriale, che superando le differenze professionali organizzava i lavoratori in base al loro comune impiego in un determinato ramo dell’industria. La stessa esperienza storica del movimento operaio italiano lo conferma. Prima della grande avanzata del 1969 e degli anni ’70, quegli stessi “operai massa” che furono protagonisti dell’Autunno caldo, vissero per lunghi anni in una situazione di estraneità rispetto al sindacato e ai partiti della sinistra, i cui quadri per lunghi anni sperimentarono grandi difficoltà nel rapportarsi con la nuova generazione operaia, in particolare quella immigrata dal mezzogiorno, e nell’organizzarla. Occorsero anni di sforzi tenaci, ma fu decisivo l’irrompere del movimento che impose nuove parole d’ordine, nuove rivendicazioni e nuove forme di organizzazione, a partire dai Consigli di fabbrica. Rispondere oggi ai problemi posti dalla nuova situazione produttiva e sociale della classe lavoratrice richiede uno sforzo di elaborazione paragonabile a quello di allora. E, come allora, la risposta non potrà che venire quando il nostro sforzo soggettivo di analisi e di intervento nei luoghi di lavoro incrocerà lo sviluppo del conflitto di classe, nel quale dobbiamo calarci percorrendone tutte le svolte tortuose senza lasciarci disorientare dalle fasi di riflusso che da sempre offrono a tanti intellettuali l’occasione per proclamare l’“anno zero” della sinistra, la morte del marxismo e la fine della classe operaia. La coscienza dei lavoratori non è qualcosa che vive in un universo parallelo né, tantomeno, nelle elaborazioni di qualche portavoce autonominato del “nuovo”. La coscienza si traduce in organizzazione, conflitto, azione. Proprio per questo, accanto allo sforzo indispensabile di intervento sul campo, non possiamo tralasciare quello che è un punto fondamentale, ossia il rapporto fra classe e organizzazioni, politiche e sindacali, e fra queste e i loro gruppi dirigenti. Se un partito rompe violentemente con la propria base sociale come è accaduto al Prc in questi anni, le conseguenze non possono che essere devastanti. Questo è ancora più vero oggi, quando in molti paesi (e l’Italia e fra questi) il legame storico tra la sinistra e la sua base sociale è stato fortemente indebolito. Nessun discorso sociologico o economico può oscurare le enormi responsabilità politiche di un gruppo dirigente che con le sue scelte ha creato questa lacerazione profonda fra il partito e la classe. A tutto questo si aggiunge il ruolo della Cgil, il cui gruppo dirigente si sta rendendo disponibile a un nuovo scellerato patto concertativo, le cui conseguenze sono paragonabili a quelle degli accordi del luglio 1992-93. Un contesto nel quale si tenta di far scendere una cappa pesantissima sul movimento operaio, soffocando e isolando qualsiasi spinta antagonista nei luoghi di lavoro e nella società.
Mobilitarsi contro tale stato di cose richiederà grande coraggio e determinazione, significherà scendere in campo non solo contro la destra e i padroni, ma anche senza e contro i dirigenti della Cgil, con percorsi di autorganizzazione del basso. Tutto questo non si improvvisa né si esegue a comando perché un partito lo chiede, tanto meno un partito in crisi di autorità politica quale è oggi il Prc. Dobbiamo quindi lavorare su tutte le contraddizioni presenti, coltivando ostinatamente questa prospettiva, approfittando di qualsiasi varco si possa aprire grazie alle contraddizioni ancora aperte nei gruppi dirigenti (come ad esempio quella importante fra la Fiom e la maggioranza Cgil); solo su questa strada possiamo cominciare a ricostruire un intervento e una credibilità del nostro partito.
Una parola va spesa anche per la “costituente comunista”; i compagni dell’Ernesto ci tengono a dire che la mozione 3 non propone l’adesione all’appello dell’“Unità comunista”; questo non impedisce ai loro dirigenti di apparire su e giù per l’Italia assieme al compagno Diliberto a tenere iniziative ispirate a quell’appello… ma al di là delle piccole furbizie, conta la sostanza politica. È la premessa politica della proposta ad essere errata, ossia l’idea che la scissione del 1998 sia superata. È forse stato sconfitto il governismo, sia nel Prc che nel Pdci? È forse superata la subalternità verso il Pd? E quella nei confronti della burocrazia sindacale? Non ci pare… In assenza di basi politiche, rimane solo il carattere distruttivo dell’iniziativa, chiaramente indicato nell’intervento di Leonardo Masella su Liberazione del 29 maggio, che dichiara essere le due costituenti, socialista e comunista, un processo “auspicabile”; il che equivale, appunto, a dire che è “auspicabile” che il Prc chiuda i battenti e si proceda a costruire una versione allargata del Pdci. Sorgono ulteriori domande: dato il processo di distruzione dei servizi sociali, il “terzo settore”, le cooperative sociali, ecc. sono ormai una realtà economica significativa, completamente inserita nel mercato con tutte le conseguenze del caso: sfruttamento intensivo della manodopera, precarietà, ecc. Economicamente stanno ripercorrendo a tappe forzate lo stesso percorso compiuto dalle cooperative, con processi di concentrazione economica e di pieno inserimento nelle logiche di mercato; ideologicamente si fondano sul concetto della sussidiarietà; politicamente sono portate a stabilire un rapporto lobbistico col potere politico, qualunque colore questo assuma. Si rischia di introdurre un percorso di vera e propria spoliticizzazione della nostra battaglia. La scuola va a pezzi? Anziché impostare una battaglia per il diritto allo studio, organizziamo le ripetizioni gratuite nella sede del circolo. L’esempio si potrebbe moltiplicare a piacere. Tra l’altro, non è dato capire in cosa a questo punto ci distingueremmo dal volontariato cattolico, compreso quello più conservatore e reazionario di marca ciellina, che su questo terreno competerebbe con mezzi indubbiamente superiori.
Non l’“utilità sociale”, concetto assai ambiguo, sarà il metro con cui verrà misurato il partito, ma la coerenza e la capacità di partecipare in forma organizzata, efficace, contribuendo sul piano pratico e politico, alle mobilitazioni reali che si svilupperanno nella società, di suscitare la lotta, di proporsi come sede di discussione e di azione capace di influire positivamente sul percorso di una mobilitazione, grande o piccola che sia. Riportiamo nei circoli e nelle federazioni la discussione politica, teorica, l’analisi della società strettamente legata al nostro intervento, i gruppi dirigenti ascoltino i compagni, in particolare i lavoratori e le lavoratrici. Apriamo il partito non ai ceti politici allo sbando, ma ai lavoratori, agli immigrati, ai giovani, ai protagonisti delle lotte degli scorsi anni e di quelle future, che si meritano un partito all’altezza della loro radicalità, che hanno voltato le spalle a una sinistra compromessa e succube dell’avversario, ma che sanno bene che di un partito che li rappresenti, li organizzi e li renda protagonisti, c’è oggi bisogno più che mai! 9 giugno 2008 Leggi anche:
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