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| Giovani Comunisti: seguire la strada del conflitto |
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| Prc | |
| Scritto da Margherita Colella e Emanuele Cullorà | |
| Sabato 18 Settembre 2010 13:16 | |
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A distanza di poco meno di sette mesi dalla conferenza nazionale dei
Giovani Comunisti ci sentiamo in dovere di trarre un primo bilancio.
Uscimmo da quella conferenza con la sensazione che il correntismo che
aveva animato la maggioranza forzata tra Essere Comunisti e
Rigenerazioni avesse vita breve e che soprattutto si sarebbe presto
tradotto nella paralisi della struttura nazionale. Un danno, questo,
capace di colpire soprattutto tutti quegli onesti compagni e quelle
compagne che si sforzano di costruire i Giovani Comunisti
quotidianamente.
Questa sensazione è divenuta presto realtà. In poco meno di sette mesi i Giovani Comunisti sono esistiti esclusivamente nella voce e nella militanza delle singole federazioni e attraverso il materiale che pubblicavano sul sito nazionale. La maggioranza uscente, forte del proprio 75% di consensi, ha invece cessato di esistere in nome della polemica intestina. Soltanto ora, dopo mesi, è stata formalizzata la proposta di un esecutivo nazionale anche se questa “elezione” è avvenuta in un coordinamento privo di numero legale e convocato nella dimensione meno idonea.
Va da sé che in questo non vi è nulla di nuovo: siamo abituati a vedere convocare coordinamenti in cui vi è da decidere solo le volontà del capo. E' quanto successe nel primo coordinamento dopo la conferenza di Pomezia, dove Essere Comunisti si presentò con una proposta di orientamento all'Udu per le elezioni del Cnsu che andava decisa così, senza colpo ferire. All'epoca furono molto attenti al numero legale perchè mandarono tutti i loro compagni a fumarsi una sigaretta al momento di votare un odg critico nei confronti di tali scelte, dopo avere votato oltre dieci odg di una banalità disarmante. Potremmo anche non raccontare simili piccolezze se non fosse che rappresentano la professionalità media della direzione nazionale esistente. “Unità, radicamento, conflitto”: questi i termini con cui la direzione dei Gc chiuse la conferenza nazionale. Ciascuno di questi termini può essere interpretato a proprio modo. In ogni caso ora sappiamo che l'unità che leggiamo sui documenti è solo quella con la Fgci, un'organizzazione che versa nelle nostre stesse difficoltà all'interno di un processo, quello della Federazione della sinistra, che se prima poteva essere solo il contenitore vuoto di apparati burocratici, ora è diventata il traino del moderatismo all'interno del partito. Basti un solo esempio la copertura data alla posizioni di Ferrero e Salvi sull'ipotesi di centrosinistra e tutto lo spazio lasciato a Gianpaolo Patta al campeggio unitario. Una direzione nazionale dovrebbe avere tre compiti: rappresentare la struttura nei dibattiti nazionali; orientare le diverse federazioni rispetto alle specifiche priorità; produrre del materiale nazionale per aiutare le zone che devono crescere. Di tutto questo possiamo dire di avere visto qualche progresso solo sul primo punto, ma spesso sfruttato ad uso e consumo del profilo individuale di questo o quel dirigente. Che questo si sia riflesso nel fallimento partecipativo del campeggio di quest'anno non stupisce. Una direzione nella più totale confusione politica non potrà mai dare elementi chiari e convincenti per coinvolgere l’insieme dei Giovani Comunisti.
Il campeggio unitario
Contestiamo la forte accelerata avuta al campeggio rispetto al processo unitario con la Fgci, questo perché, per la difficile situazione sociale e politica che viviamo, ci pare solo una scorciatoia che non farà certo uscire la nostra struttura dallo stato comatoso che vive da mesi. Abbiamo assistito invece ad uno scavalcamento dell’intera struttura e i compagni che tanto esaltano i territori ignorano quanto la base voglia discutere,non è così che si costruisce il protagonismo dei nostri militanti, non è così che si sviluppa il coinvolgimento di tutti e tutte all’attività politica dei Gc. Seppur questo campeggio sia stato poco partecipato e molto disorganizzato alcuni dibattiti sono stati particolarmente seguiti. Bisogna prendere le sollecitazioni migliori emerse in particolare sui temi della scuola e del lavoro e impostare il lavoro dei Gc su questo. Se si è palesata una tendenza dei Giovani Comunisti a parlare alla loro destra, noi crediamo che i Gc debbano invece guardare a sinistra e al conflitto che si svilupperà quest’autunno: dobbiamo essere audaci e avare il coraggio di costruire l’alternativa senza subordinare le nostre idee e i nostri metodi alla necessità di unirsi solo perché “da soli non ce la facciamo”. Quest’autunno si è già aperto con le lotte dei precari, i Giovani Comunisti devono sostenere e promuovere le lotte e ritornare fuori i luoghi di studio e laddove abbiamo la possibilità lavorare con le migliaia di giovani contrari al decreto 133 e costruire collettivi nelle scuole e università e dobbiamo concentrarci su una campagna d’informazione, di volantinaggi ai luoghi di lavoro perché il 16 ottobre in piazza siano presenti non solo i metalmeccanici, ma i precari, i lavoratori immigrati, gli studenti. Non abbiamo alternative che ripartire da qui!
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